Dove nessun uomo è mai giunto prima:

Alberto Moravia, La guerra perpetua

 

 

di Alessandro Abbate

 

 

A differenza da quanto accade in Mamamel e Vusitel, racconto affine e coevo, nel quale due popoli si combattono in conseguenza di inconciliabili (ma parimenti balorde) concezioni del tempo (assodato che il presente non conta nulla, bisogna vivere in funzione del passato o del futuro?), le due nazioni che si dividono la grande isola visitata dal narratore de La guerra perpetua (dalla raccolta "L'epidemia", 1944; successivamente confluito in "Racconti surrealisti e satirici", Bompiani, 1956) hanno da secoli ingaggiato un conflitto di cui non si rivela il motivo. É lecito immaginare che nemmeno le parti avverse ne siano ormai a conoscenza, dopo così tanto tempo. Non è questo, però, l'aspetto più inquietante della vicenda. Lo scontro armato, infatti, è platealmente assurdo non tanto per l'apparente mancanza di una ragione fondante (se mai una qualsiasi guerra possa essere ragionevole), quanto per l'aberrante normalizzazione dello stato di durevole belligeranza: "La pace scomparve e fu guerra per sempre. Ma non una guerra intesa come fatto deprecabile e contrario alla natura umana, bensì come stato normale e, se è permesso il bisticcio, pacifico dell'umanità. Gli uomini delle due nazioni, a quanto sembra, considerarono un bel giorno la guerra come un modo di vita affatto naturale e perciò stesso automatico."

Moravia scrive nei primi anni '40: gli infausti riverberi del secondo conflitto mondiale sono dunque fin troppo udibili nella sua voce. Sulla barbarie storica, vera, contemporanea, richiamato da un'esigenza di dissimulazione dettata dai ripetuti problemi di censura causati dal suo appurato antifascismo, lo scrittore opera una traslazione swiftiana della materia crudele e dolorosa di cui tratta il racconto, presentandola, dunque, e alleggerendola, secondo il topos dell'esplorazione fantastica di territori incogniti, e corredata del giusto connubio di umorismo e assunto moralistico. Critica ciò che è sotto gli occhi di ognuno, purché disposto a vedere; sconfina nel paradosso per una più efficace messa a fuoco.

La prima parte del testo si presenta come una lucida e precisa esposizione di ciò che il viaggio ha reso noto al narratore/visitatore. Non v'è segno di sconcerto alcuno nel resoconto; al contrario, il tono, scorrevolissimo, è quello di una provocatoria celebrazione e invito all'emulazione del "grado elevatissimo di civiltà" condiviso dalle nazioni belligeranti. Naturalmente, in questa fase il racconto spiega in cosa consista tale ammirevole superiorità, chiarendo perciò come sia stato possibile togliere finalmente alla guerra "il suo carattere furioso, irrazionale, disordinato". É una mera questione di pianificazione, di organizzazione, di controllo assoluto. L'invenzione surrealistica evoca in modo palpabile il mostro totalitario che pervade in Europa; una logica follia aritmetica, necessariamente disumanizzante, sembra capace di ammutolire qualsiasi obiezione: "Il problema dunque della guerra perpetua non è altro che il problema della produzione perpetua. Una produzione che si mantenga sempre allo stesso livello della distruzione. Una produzione non soltanto di armi, non soltanto di beni ma anche di uomini." Il Leviatano si fa artefice di un'abietta armonia finalizzata alla morte sistematica; spaventosa, ma pure di inoppugnabile efficienza: "Che avverrà allora? Che, invece di lottare per sopraffarsi, i due avversari si metteranno d'accordo per regolare produzione e distruzione l'una in funzione dell'altra, alimentando la guerra in modo uniforme e costante."

Nel grottesco fervore utopistico che lo caratterizza (specchio del desolato progetto satirico moraviano), il narratore anticipa le obiezioni che verosimilmente saranno portate all'attendibilità del suo racconto (troppo bello per essere vero). Presagisce che gli diranno: "I vostri racconti hanno tutta l'aria di essere inventati. Sono piuttosto brillanti e logici paradossi che calde descrizioni di cose realmente vedute. Il loro rigore vi tradisce. Purtroppo noi sappiamo che una cosa sono gli ideali e un'altra la realtà. Voi ci avete descritto un mondo come vorreste e noi tutti vorremmo che fosse." Offre quindi in lettura (ed è questa la seconda parte del testo) la trascrizione di un dialogo avvenuto fra il ministro della guerra e quello della produzione di una delle due nazioni contendenti, al fine di avvalorare viva voce quanto finora sostenuto.

Questa conversazione è uno spettacolo di proterva e ragionevolissima ottusità. L'impianto umoristico scricchiola sotto il peso, insostenibile a tratti, di un assioma perverso che, se da un lato coincide con quella peculiare "necessità dell'assurdo" cui si riferisce Piero Cudini nell'introduzione al volume (la stessa che, per fare un paio di esempi fra i tanti disponibili nella raccolta, giustifica che il giorno di Natale il tacchino sieda a tavola piuttosto che rosolare in padella, spostando l'attenzione su questioni matrimoniali; o che una signora della piccola borghesia consideri del tutto normale il disagio di portarsi un coccodrillo vivo sulle spalle per assecondare le proprie ambizioni sociali), dall'altro spalanca l'orizzonte narrativo a una mostruosità in cui convergono burocratizzazione dell'esistenza e aberrazione psicologica, le quali si alimentano a vicenda, nel tragico circolo vizioso individuo/società tipico dei regimi totalitari.

Non mancano le affinità con distopie di tipo orwelliano (ma forse ancora più contigue al Mondo nuovo di Huxley), come nel caso della regolamentazione dell'eros ("Da secoli sono stati aboliti matrimonio e famiglia e stabiliti accoppiamenti a data fissa per tutte le donne e tutti gli uomini senza eccezione. Da secoli le nostre donne non smettono di procreare figli per la guerra, a partire dai primi anni della pubertà fino alla vecchiaia"), o nell'esplicito consenso alla mercificazione dell'umano ("Voi dimenticate sempre che la guerra è distruzione e quindi produzione prima di tutto di uomini").

Pur anche in chiave paradossale, funziona così bene la postulazione della giustezza di una guerra perpetua che quasi non stupisce il fatto che il viaggiatore di Moravia ne sia talmente affascinato da farsene ambasciatore. L'annichilimento del senso critico (o, se si vuole, di un buon senso che preservi la distinzione fra umanitarismo e utilitarismo) non è tuttavia l'unica possibile risposta alla già menzionata "necessarietà dell'assurdo"; come rivela il comportamento del capitano James Kirk, comandante dell'astronave Enterprise, una volta approdato su Eminiar VII per stabilire relazioni diplomatiche. Su questo pianeta, gli spiega il governatore Anan, è in corso, da secoli, uno scontro col vicino mondo di Vendikar. 

Così come il racconto pubblicato nel 1944 è imprescindibile dalla catastrofe bellica derivata dalla brutalità nazifascista, i cinque secoli di battaglia fra Eminiar VII e Vendikar riecheggiano l'infausto slogan Vietcong «Combatteremo per 1000 anni!»: l'episodio della serie televisiva "Star Trek" (intitolato A Taste of Armageddon; in Italiano: Una guerra incredibile) fu scritto da Robert Hammer e Gene L. Coon sul finire del 1966, quando il pieno coinvolgimento (e progressivo, sanguinoso impaludamento) delle forze armate statunitensi in Vietnam s'era ormai compiuto.

L'automazione della guerra come fatto naturale, tratto psicologico, valore culturale e politico in Moravia, diventa automazione tecnologica in 'Star Trek'.

Se nel racconto le atrocità perpetrate (e subite) sussistono ancora come vero "termometro della guerra", sebbene all'interno di una gestione "esemplare" nella sua equilibrata calibratura, nel telefilm, il dispositivo tecnico (la cabina di disintegrazione volontaria) amplifica la normalizzazione ontologica del massacro attraverso una pratica di asettica autodistruzione individuale.

In un'ottica di sterminio di massa pianificato ed edulcorato da uno spregevole fine totalizzante, che vorrebbe spacciarsi per "piano altissimo di civiltà [...] in cui gli uomini non agiscono più secondo l'impulso delle passioni bensì secondo i dettami di un'alta e ferma ragione che si esprime in piani chiarissimi e ben meditati", anche il sacrificio del singolo non appare più generoso né encomiabile, giacché fondato su una logica totalmente perversa e responsabile di perpetuare la carneficina di cui si pasce l'uroboro sociale. 

Queste parole della giovane Mea, figlia di Anan, sottintendono lo stesso senso di scellerata immolazione cui accenna il ministro della produzione, quando, novello Licurgo, afferma con macabra soddisfazione che "l'abitudine a far figli che sono destinati a perire in guerra è diventata nelle nostre donne una specie di seconda natura. Si potrebbe dire che, come mettono al mondo un figlio, già lo vedono cadavere in qualche campo di battaglia."

Sia in "Star Trek" che in Moravia, il fattore determinante è l'equilibrio costante e invariato fra produzione e distruzione durante il conflitto, che ne permette l'infinito prorogarsi (in accordo con l'inconcepibile traguardo di non avere "né vincitori né vinti"). In A Taste of Armageddon la distruzione è del tutto eliminata, se non quella umana; le civiltà di Eminiar VII e Vendikar progrediscono materialmente sui cadaveri della propria gente. Ne La guerra perpetua tale equilibrio è raggiunto a costo di grandi sforzi nazionali, che diventano il folle motore della vita collettiva. In entrambi i casi, tuttavia, essenziale è il rispetto delle quote, vale a dire, la riduzione del significato della vita a mero fattore di bilancia commerciale. "I nostri avversari sono leali e puntualissimi, noi dobbiamo imitarli", esorta il ministro della guerra in Moravia; in maniera analoga, il governatore Anan è soprattutto angosciato dal pericolo di violare un accordo che non sembra andare al di là della logica dell'import/export.

Il racconto di Moravia si conclude con la morte dei due ministri: la trascrizione del loro dialogo termina bruscamente, a causa di un bombardamento (ovviamente "programmato" anch'esso, e di cui erano perciò a conoscenza) che li seppellisce entrambi. L'eroismo del singolo non ha diritto di cittadinanza negli spersonalizzanti ingranaggi dello stato totalitario: "possiamo assicurare", spiega il narratore, "che nessuno in quella nazione si sognò di trovare nulla di ammirevole o comunque di straordinario nella morte dei due ministri. Ciò rientrava, ci dissero, nel quadro della produzione. E poi, morto un ministro, era oltremodo facile farne un altro." Non si intravede speranza di ravvedimento, dunque: il testo si accommiata restando saldamente all'interno del lugubre paradosso, augurandosi ancora una volta che il modello della guerra perpetua si diffonda al di là del mare, oltre i confini dell'isola. L'episodio di "Star Trek", al contrario, suggerisce una possibilità di superamento della fllia collettiva, semplicemente restituendo alla guerra le sue vere, orribili, sembianze. Prende atto lo smascheramento dell'assrdo, che si rivela tutt'altro che "necessario".

Il Capitano Kirk distrugge, concretamente, i computer con cui Eminiar VII e Vendikar si combattono da cinque secoli. 

Dopo cinque secoli, quindi, riappare la possibilità di scelta (imprescindibile spartiacque fra l'individuo pensante e la carne da macello).

 

Mi sembra che l'episodio di "Star Trek" si possa leggere come un "salto di qualità" nel criminale azzardo di pianificazione e funzionale neutralizzazione della catastrofe bellica raccontato da Moravia,  e che permette il proseguimento infinito della strage. In data astrale 3192.1, lo scioccante sogno di superlativa efficienza distruttiva e disumanizzante è reso concreto dalla realizzazione di un incubo tecnologico (è verosimile che i due ministri, se potessero, utilizzerebbero le macchine di Anan).

Il confronto fra i due testi - all'interno del quale ci si può muovere comodamente in virtù della libertà dell'accostamento assolutamente gratuito ma non irragionevole - è stata una tentazione di semiotica arrischiata cui non ho saputo resistere. Lo difendo, se necessario, con l'evidenza, particolarmente fertile in sede di analisi, di come la circolazione, riproposizione, variazione di un'idea o di un tema offra l'occasione, pur nella palese accidentalità delle coincidenze, per un'accresciuta riflessione sui modi estetici, le formule narrative, il significato storico di un testo. É una non-causa che produce effetti fruitivi tutt'altro che irrilevanti. Mi sembra, inoltre, che questa liquidità intertestuale (che mi piace credere parimenti "perpetua") sia a tutto vantaggio del lettore, e della sua curiosità.

Per chi vuole, suggerisco di proseguire nel gioco confrontando il sanguinoso e infernale climax di Carrie, lo sguardo di Satana (film diretto da Brian De Palma nel 1976) con l'ultima pagina della Cenerentola di Dino Buzzati (dalla raccolta "Le notti difficili", 1971; e con buona pace di Stephen King).

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