La bestia addormentata nel bosco

Tommaso Landolfi, Lettere dalla provincia

Mi sembra che nelle cinque lettere che Anne scrive dalla sua residenza di campagna all'amica Solange, residente a Parigi, si dia espressione ai patemi di un personaggio che disperatamente cerca di sottrarsi al genere letterario cui appartiene. Il fantastico, in questo racconto di Tommaso Landolfi (dal volume "Ombre", 1954), allude alla trasfigurazione dell'umano in bestiale. La metamorfosi tuttavia non altera il corpo, ma le sue funzioni. Si sostanzia in un apparato esterno, eppure avvolgente, che fagocita col tepore del suo abbraccio: nelle grosse sacche di pelle penzolanti dalle travi delle abitazioni, "orribile e fetide", in cui svernare nell'oblio del letargo, come usano gli animali.

 

Ambientata nella Francia imperiale, Lettere dalla provincia è la storia di una giovane donna che ha avuto le sue buone ragioni per lasciare la raffinata frenesia della capitale e rifugiarsi nei suo possedimenti agricoli. All'iniziale entusiasmo per le semplici gioie della vita campestre ("Ma qui, Solange, è il paradiso terrestre!")  si sostituisce un po' alla volta lo smarrimento che accompagna il calo della temperatura e la coltre di neve che ricopre ogni cosa, mentre, uno dopo l'altro, i villici si addormentano, uomini e donne, adulti e bambini. Lo stupore sfocia infine nell'orrore, quando la completa solitudine in cui si ritrova mette Anne di fronte all'inevitabile prospettiva di una morte per inedia (ovvero alla ripugnante alternativa di riparare anch'ella nel letargo).

Questa storia, che, non solo per attinenze cronologiche e territoriali, vibra del prediletto '800 degli E.T.A. Hoffmann e dei Villiers de L'Isle-Adam, Landolfi la racconta dosando con parsimonia l'esuberanza di lessico che lo caratterizza. Concede alla sua protagonista una lingua di spontanea trasparenza, attraverso cui si tradiscono tanto le sue nevrosi (principalmente nostalgiche) quanto le sue reticenze (dove si annida l'inesprimibile paura, che non è già quella della mera sopravvivenza, a mio avviso).

 

Il trasferimento della cosmopolita Anne nella "ottusa e bigotta" provincia risponde al topos fantastico della "trasgressione", che il più delle volte è un passaggio spaziale, un attraversamento fisico; una forma di violazione più o meno volontaria, tangibile in prima istanza, ma che preclude al sovvertimento d'ogni consona percezione. Landolfi abbandona crudelmente la donna sulla soglia. La conclusione del racconto si colloca a metà strada fra l'epilogo rassicurante e il salto nell'irreparabile (in altri termini, al di qua o al di là del mostruoso). Lo scioglimento della vicenda appartiene al "non detto"; a quel futuro prossimo, eccedente, che risiede nella sensibilità del lettore. Più semplicemente, è nelle mani del cavalleggero portaordini d'un tratto apparso all'orizzonte muto e candido delle pianure innevate che circondano il suo castello dormitorio, e al quale Anne affida la sua ultima missiva, in cui supplica la cara Solange di venirla a salvare.

Ed è notevole il beffardo contrappasso per cui tale speranza di salvezza, l'affrettata stesura di questo disperato messaggio, sia cadenzata dagli scalpitii e dagli sbuffi del cavallo dell'ussaro che, giù nel cortile, freme per riprendere la propria corsa. Accade dunque che l'istinto animale sia messo a tutela dell'umanità minacciata. La bestialità (letteralmente intesa) produce repulsione e auspicio.

Siccome ho parlato di un varco (che unisce e separa) fra il quotidiano e l'arcano; siccome anche qui il fantastico si annida nell'apparentemente mite, salubre, finanche banalissima cornice di provincia, mi sembra quasi inevitabile riesumare le allucinazioni pastorali de La pietra lunare, primo romanzo (breve) di Landolfi (1939). Per evidenziare una fondamentale differenza nel trattamento di un cliché di genere.  Diversamente dalle montagne che circondano il gretto e sonnacchioso paesino di P., il fantastico (e mostruoso) di Lettere dalla provincia non si situa in un altrove relativamente prossimo ma solo segretamente accessibile. Non necessita di lunghe camminate notturne su per i pendii, bensì di aprire la porta di una qualsiasi cucina e osservare le innumerevoli sacche pendenti dalle travi. Si tratta insomma di un fantastico tutto interno, domestico, pervadente, in bilico fra "sostanza" e "costume". Si chiede Anne, confusamente: "É questa pratica una pratica appunto, cioè come dire un'abitudine, ovvero qualcosa che si riferisce alla natura particolare di questa gente e in generale a tutti quanti cadono in letargo, ovvero ancora l'abitudine è per loro diventata una seconda natura?".

Non soltanto può fare a meno di  passaggi segreti in recondite capanne bagnate dal plenilunio; il fantastico di Lettere dalla provincia nemmeno si manifesta nel singolo individuo, nell'unica creatura mostruosa. É invece un perturbante pandemico: qui tutti partecipano in qualche modo della condizione spuria di Gurù, la "verania" de La pietra lunare, donna dal bacino in su, ma per il resto ovina. La scissione non è propriamente fisica, immediatamente visibile nel corpo; piuttosto, è sindrome stagionale. Progressivamente si palesa con l'incedere del freddo, con l'inverno che sospende la vita (e in questo, senza dubbio, secondo uno schema ciclico che si ricollega alle fasi lunari cui soggiace la sartina/capra mannara).

 

"Il corpo femminile si fa soglia del passaggio tra quotidiano e meraviglioso, tra razionale e indecifrabile" sostiene Simona Micali in un bel saggio sulle "retoriche del neofantastico". L'eroina di Landolfi vorrebbe fuggire questo destino che le grava sulle palpebre. In altre parole, Anne non vuole addormentarsi  ed entrare così a far parte del bestiario landolfiano, ritrovandosi nella sconcertante compagnia di blatte vendicative, vermi sciupafemmine, orgasmici armadilli, scrupolosi licantropi, gechi ubiquitari e scimmie blasfeme, fra gli altri. Si rifiuta di diventare una creatura "dallo statuto zoologico ambiguo", quali il Gregor Samsa di Kafka o gli axolotl dagli occhi d'oro di Cortázar.

Come la fanciulla capra de La pietra lunare, tuttavia, Anne non può ignorare né nascondere (tanto a Solange quanto a se stessa) la propria ibridazione: che s'è già compiuta, oltre la letargia incombente, nella forma di sradicamento sociale, scaturita dalla diserzione del luogo di origine a favore della reclusione in un territorio "altro", ovvero dal tragitto non solo simbolico che conduce alle porte del fantastico. Il suo corpo "soglia" ne ha raggiunta un'altra, laddove si sostanzia l'irriducibile dicotomia fra città e provincia, anch'essa qui latrice di minacciosi segnali. Sebbene Anne sia prima quasi piacevolmente incuriosita, quindi sconcertata di fronte allo svelarsi del mostruoso, infine inorridita, ella non può evitarsi di ammettere progressivamente alla sua amica parigina di appartenere ormai sempre meno alla metropoli, che è condizione umana, e d'essere ormai sempre più parte della "bestialità" rurale ("Parigi e tutto il suo mondo mi fanno ora l'effetto di un sogno affannoso...").

 

Ne La pietra lunare, l'imbranato poetucolo Giovancarlo è l'unico a vedere la natura mostruosa di Gurù. Se non proprio insolito, un simile trattamento della materia "scomoda" si pone come una fra le molteplici strategie narrative adottate da Landolfi, fra le cui pagine, al contrario, non mancano quelle in cui il fantastico (che sia inverosimile, o sinistro, o incomprensibile) irrompe senza mezzi termini, senza il filtro di un'ambiguità percettiva. Lettere dalla provincia riprende questa modalità di incertezza. Ancora più sottilmente,  affidandosi a una voce omodiegetica radicalizzata nella forma epistolare, che di per sé pone un ulteriore problema di credibilità: il narratore che scrive lettere è indebitamente prestato alla nostra lettura; la sua eventuale fallacia appartiene all'imponderabile testuale, e tuttavia non si può né biasimare nè eludere. La realtà di ciò che Anne riporta nella sua corrispondenza può dunque ragionevolmente inciampare nel dubbio di una psicosi generata dallo straniamento geografico e sociale, dalla nostalgia di Parigi che ella stessa, nel continuare a negare, non fa altro che riconoscere: "Oh, ma perché mi scrivi tanto di rado, perché non mi racconti mai un po' per bene di Parigi e della vostra vita? Cosa credi, che io sia diventata davvero una selvaggia?".

 

Se nella sua vasta produzione diaristica Landolfi non è mai stato troppo incline all'autoironia ("alibi da quattro soldi"), i suoi racconti e romanzi spesso non mancano di momenti satirici. Anche quest'incubo agreste non fa eccezione: d'altronde, le inquietanti circostanze e la presunta involontarietà del registro sarcastico colorano il sorriso delle congeniali tinte del grottesco. Già nella sua prima lettera a Solange, Anne non esita a confessarle di provare una spiccata simpatia per un certo signorotto del luogo. L'ammissione è tutt'altro che abbottonata: "Egli è giovane, è bello, è fantasioso, è romantico, cavalca come un inglese, legge i nostri poeti e li recita con voce ardente...". Di seguito, però, e nel bel mezzo della più classica scena sentimentale, laddove finalmente s'arriva ad azzardare il primo contatto fisico fra i due innamorati, sembra quasi che Achille Campanile s'impossessi della pena di Jane Austen. Il rovesciamento è di un nero esilarante:

 

 "Con orrore ho veduto in fondo al suo sguardo come un languore, ma non del genere che puoi pensare, no, come un intontimento, persino un'indifferenza, l'indifferenza da ultimo dell'uomo che è sul punto di addormentarsi. [...] Per un po' ha tenuto tra le sue la mia mano senza far nulla, guardandomi sempre più imbambolato, parendo dimentico del supremo istante e di tutto il resto, poi si è in parte riscosso, ha lasciato questa povera madida mano, ha sbadigliato (sebbene assai urbanamente), si è avvicinato alla finestra, ha tamburellato sui vetri, ha pretestato non so che mal di capo, ha borbottato in aggiunta alcunché di incomprensibile, e, senza neppure attendere licenza (io ero troppo allibita per parlare), ha levato i tacchi". Alla costernata donna non resta la certezza che "senza dubbio la sua sacca sarà di zibellino".

Al di là delle implicazioni di metamorfosi animale, il mostro (i mostri) di Lettere dalla provincia è tutto sommato innocuo, pacifico, letteralmente inattivo; lo spaventoso è nient'altro che il sonno prolungato, la scelta volontaria (o necessità) dell'oblio temporaneo. A cosa vuole sfuggire quella parte di Landolfi, se c'è, che inorridisce attraverso la voce di Anne? La donna, leggiamo nell'ultima sua lettera, teme che nel totale isolamento cui è ormai ridotta non sarà capace di badare a se stessa. Mi sembra che qui, nel finale, resti inespresso (ma solo a livello verbale, giacché è quasi inevitabile percepirlo) il vero terrore, che è quello dell'ultima, unica scelta disponibile, la ricerca di una sacca in cui addormentarsi come gli altri. Come del resto, probabilmente, era solito fare anche quello zio da cui Anne ha da pochi mesi ereditato la proprietà di campagna (non mancano le ragioni per sospettarlo: "E veramente mi par di rammentare ora che, lui così preciso in ogni altra circostanza, alle mie lettere invernali usasse rispondere soltanto a primavera...").

É l'angoscia di un provincialità pienamente compiuta a terrorizzare la donna; condizione che si realizza nell'assecondare il bestiale richiamo letargico, ma che pure, suo malgrado, è probabile che le scorra già nelle vene. Il conseguente rifiuto, l'inevitabile raccapriccio, genera tuttavia da un'omologazione che significa non solo regressione, involuzione, ma che rimanda a un senso di emarginazione sociale, al definitivo distacco dai balli dell'Imperatrice, dalle frequenti visite al Palais Royal, dalle carrozze che arrivano all'Opéra, e che la claudicante retorica della fiera negazione non basta a eludere: "Oh, credi che soffra di queste nostalgie? Disingannati: sono i miei nervi che mi giocano talvolta qualche brutto tiro. Eppoi devo resistere, me lo son promesso".

Cercando dunque la voce di Landolfi fra le parole di Anne, potrebbe forse in questa provincia francese agitarsi lo spettro non agevole da esorcizzare dell'esclusione dalla mondanità letteraria? Detto altrimenti, potrebbero le mille luci e l'aria vibrante della Parigi imperiale, ormai remote, riflettere quelle dei salotti romani a metà degli anni '50?  Arduo da sostenere, trattandosi di uno scrittore schivo come pochi altri, irriducibilmente refrattario a farsi personaggio pubblico, che considerava i propri sgomitanti colleghi esseri "incomprensibili, estranei, remoti". Se proietta un timore dell'autore, la provincia da cui scrive Anne non indica certamente un luogo; se non metaforico, di imperscrutabile complessità, come i recessi di un anima di "inesplicabile miscredenza", e affollata di "ombre". Un luogo dove forse si trasfigura la sua imperterrita frequentazione della "morta periferia del vocabolario italiano", e dove risiede il coraggio della sua difficile grandezza. Ovvero - nel contrasto con l'assordante frenesia della capitale - un luogo in cui si rivela un vago ma ineluttabile presentimento di quella dolorosa tensione "tra il silenzio e l'espressione" che più avanti negli anni gli diventerà peculiare.

In fin dei conti, era proprio nella "mostruosa" provincia natia, nella sonnolenta reclusione della borbonica Pico, che Landolfi si rifugiava il più delle volte per scrivere. Forse in quelle oscene e maleodoranti sacche di pelle appese alle travi si sogna. Forse, al risveglio, quei sogni possono diventare splendidi racconti.

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