Tradizione italiana è la rubrica di Cattedrale dedicata ai racconti e agli scrittori italiani; una tradizione forte e ricca, che Cattedrale vuole riproporre con un nuovo sguardo per ribadire l'importanza della narrativa breve nel nostro patrimonio letterario.

La rubrica è curata da Alessandro Abbate.

I Replicanti di Luigi Pirandello

 

Stefano Giogli si accorge un giorno che Lucietta, la donna che forse ha un po’ troppo frettolosamente sposato, non ama lui in realtà, ma l’idea di lui che ella si è minuziosamente costruita nella testa. Una sorta di clone mentale rivisto e corretto a proprio uso e consumo, e nel quale il povero Stefano, ridestatosi dall’iniziale ubriacatura dell’innamoramento repentino, non si riconosce. Eppure si rende conto suo malgrado di essere ormai prigioniero di quest’altro uomo a lui estraneo e che invece è per la moglie l’unico vero Stefano che esiste.

Non voglio più essere quello che sono: Giovanni Papini

 

Lo scrittore fiorentino è anche il solo Italiano cui Borges abbia dedicato uno dei trentatré volumi monografici della sua, per altro quanto mai universale, "Biblioteca di Babele", prelibata collana di letture fantastiche realizzata per l'editore Franco Maria Ricci alla fine degli anni '70.

 

La guerra perpetua di Alberto Moravia

 

A differenza da quanto accade in Mamamel e Vusitel, racconto affine e coevo, nel quale due popoli si combattono in conseguenza di inconciliabili (ma parimenti balorde) concezioni del tempo (assodato che il presente non conta nulla, bisogna vivere in funzione del passato o del futuro?), le due nazioni che si dividono la grande isola visitata dal narratore de La guerra perpetua (dalla raccolta "L'epidemia", 1944; successivamente confluito in "Racconti surrealisti e satirici", Bompiani, 1956) hanno da secoli ingaggiato un conflitto di cui non si rivela il motivo. É lecito immaginare che nemmeno le parti avverse ne siano ormai a conoscenza, dopo così tanto tempo. Non è questo, però, l'aspetto più inquietante della vicenda.

 

Lavinia fuggita, di Anna Banti

 

Ho letto questo racconto di Anna Banti, per la prima volta, moltissimi anni fa. Si chiama Lavinia fuggita, ed era inserito nella raccolta di racconti Le donne muoiono pubblicata nel 1951 da Mondadori (riedito da Giunti nel 1998), che le valse il Premio Viareggio nel 1952.

Secondo Emilio Cecchi, questo è il componimento in cui si ha «la piena, splendida misura del talento della Banti».

 

Senza cuore: Edmondo De Amicis

 

Ma pure senza dignità, senza vergogna, senza valori, senza Dio. É così che si mostra l'umanità ai caleidoscopici occhi di una coppia di ditteri domestici, mentre, nella calura di un pomeriggio estivo, agitando nell'aria pesante le loro minuscole antenne, conversano sulla disgrazia di convivere con il "meschino colosso". Il giudizio è tanto disastroso quanto inequivocabile, nel variegato accumulo degli epiteti che si succedono lungo il testo: "gli uomini sono una razza trista e feroce", "odiosa", "disprezzabile", "maledetta"; nient'altro che "buffoni", "vili e malvagi", "stupide bestie"; l'uomo è "ignorante", allo stesso tempo "debole e violento", "ingiusto e irragionevole".

 

Lacrime, si va in scena: Gesualdo Bufalino

 

In un racconto che pure ha nel crudele sconcerto della sua frase di chiusura un capolavoro di beffardo scintillio narrativo, l'incipit non è meno folgorante. Per la ragione opposta; per la sua dimessa prosaicità: "Era stanca" dice Bufalino di Euridice, immediatamente introducendo il suo progetto di riduzione del mito a cose terrene, il cui obiettivo ultimo è quello di strappare il velo dell’idillio favolistico da uno scenario che invece abbonda di frustrazioni e meschinità.

Casa d'altri. Silvio D'Arzo

 

Certo, Eugenio Montale definì Casa d’altri un «racconto perfetto» in quanto perfettamente compiuto e, nello stesso tempo, da compiersi solo attraverso, e grazie a, la partecipazione del lettore. E scrisse sul Corriere che si trattava di un testo fatto di aria, trasparente e pieno di vapori. E poi sì, sappiamo che piacque moltissimo anche al più giovane scrittore Pier Vittorio Tondelli, che praticò un’attenta operazione di recupero dell’opera di D’Arzo e di altri autori «eterodossi della tradizione» per lo più gravitanti intorno all’aerea emiliana-romagnola. È poi stato definito uno dei racconti più belli del Novecento.

 

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