In libreria, da Novembre 2016, i racconti di Virginia Woolf: Oggetti solidi, pubblicato da Racconti edizioni. Riportiamo un estratto dalla prefazione a cura di Liliana Rampello. 

 

Quel che affiora comunque in questi scritti, più che in altri, è la lezione che ha imparato dalla lettura di Čechov, una lezione di libertà sulla «inconcludenza», ovvero proprio su quella sensazione che dapprima genera «sconcerto» e poi si trasforma nella scoperta di «un gusto squisitamente originale ed esclusivo», in grado di scegliere e ordinare infallibilmente tutti i suoi elementi. I russi mettono in gioco e al centro della loro ricerca l’anima, il loro «principale personaggio», e della loro letteratura insegnano un senso «assai coraggioso», perché per riconoscere la loro melodia bisogna mettere insieme note fatte suonare una volta qui e una volta là. Per quanto la letteratura inglese sia differente in tutto e per tutto – come potrebbe la leggerezza dell’ironia inglese andare d’accordo con la gravità dell’anima russa? –, anche alla generazione della Woolf tocca muoversi in un’età «di frammenti». Frammenti che cercano di arrivare a comporre un mosaico in grado di esprimere quella vita che è invariabilmente più ricca di ogni narrazione. Proprio per questo l’esercizio del racconto diventa per lei imprescindibile. Non importa se frammento inconcludente. Se questi sono i tempi in cui la poesia deve imparare ad armonizzare «i tassì» con «i narcisi», la prosa dalla poesia deve imparare l’essenziale, deve, come i poeti, semplificare, ricomporre bellezza e realtà «escludendo quasi tutto». Benché tutti abbaglianti di bellezza, per concludere scelgo solo tre racconti di questo gruppo. La signora nello specchio perché il suo primo spunto, trasparente, e per questo esemplare di un metodo e di un’abitudine, si trova nelle righe del diario del 20 settembre 1927: «Quante storielle mi girano per la testa! Per esempio: Ethel Sands che non legge le sue lettere. Ciò che implica questo. Si potrebbe scrivere un libro di scene isolate, brevi e significative. Ella non apriva le sue lettere». 

Un libro, un racconto, una scena, non importa, quell’immagine comincia a lavorare e finisce per narrare milioni di cose. Fra le prime, l’importanza di due elementi spesso ricorrenti in ogni registro della sua scrittura, lo specchio e la finestra, oggetti solidi o metafore: del riflesso, della rifrazione, del mutevole/immobile, del dentro/fuori, interno/esterno, superficie/fondo, verità/miraggio? E ancora e infine della metamorfosi cui l’immaginazione sottopone la realtà, caricandola di simboli che la traducono trascendendola. Eppure tutto questo vive unicamente della magnifica semplicità dell’immagine di una donna in un giardino e del suo riflesso in uno specchio attraverso una finestra, dello splendore di una prosa che sa farci entrare in una stanza, nella sua luce leggera, tremula di colore, una luce alla fine così spietata da far cadere ogni maschera. Di nuovo, con La fascinazione dello stagno, siamo davanti a uno specchio, se pure d’acqua, a un riflesso, a un fondo e una superficie, di nuovo siamo chiamati a ricordare come con questa metafora Virginia Woolf ci faccia intendere la vita inconscia, gli intrecci misteriosi della mente nello scorrere del tempo, la stratificazione insensibile ma senza scampo del nostro io con l’ignoto, e su quanto, di tutta questa vita, resti «pur sempre qualcosa d’altro». Qualcosa che, alludendo ad altro e oltre, ipnotizza il nostro sguardo, immobilizza il nostro corpo, sospendendo la verità del tempo. Il lascito, poi, con al centro il diario di Angela Clandon, chiude il grande cerchio aperto con uno dei suoi primi racconti: «Quindici piccoli volumi, rilegati in pelle verde», eredità di un silenzio che sarà la straordinaria miccia con cui Virginia Wolf racconta l’esplosione della vita di una coppia. Il narcisismo di un marito, irriso con sarcasmo feroce, la vita segreta di una moglie, il suo coraggio di vivere e morire oltre il destino che le è stato assegnato. È uno dei molti momenti in cui la Woolf mette in scena uomini e donne e l’eterno conflitto che li divide quando l’uomo è confinato, felice prigioniero, di un patriarcato che lo acceca e gli impedisce di capire dov’è la vita che vale vivere. Un finale terribile, stupendo, secco. Rovinoso quanto in Lappin e Lapinova. Spesso la perfezione di un grande scrittore si mostra anche nella sua capacità di farci vivere dentro a una speciale atmosfera, e l’incandescente grandezza di Virginia Woolf è quella di saper creare in molti di questi suoi racconti un’atmosfera che accoglie, insieme alla bellezza del mondo, la guerra, la morte, le grida, i colpi di pistola inattesi, i suicidi, la paura, la frustrazione, e di riuscire a immetterli tutti nel flusso della vita stessa, che è sempre più forte, che è sempre esperienza palpitante di emozioni; la morte con lei, per lei, non è mai mortifera. Per questo i suoi «gomitoli di spago» sanno raccontare l’unica verità possibile, «la vita nuda come un osso».

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