Meditazioni d'autore sull'arte di scrivere racconti

 

Le meditazioni di Paolo Zardi

Potete leggere il suo racconto qui

 

 

In che modo è nato il racconto che hai scritto per Cattedrale?

 

Il racconto scritto per Cattedrale è nato come tutti gli altri racconti che scrivo: partendo da un’osservazione casuale del mondo che mi circonda. Ero in piscina con la mia famiglia e ho visto una coppia di ragazzi che parlavano tra di loro, immersi nei vapori caldi delle terme. Lei era molto esuberante, ma lui pareva quasi imbarazzato da lei. Non so in qual rapporti fossero, tra loro, ma ho notato uno squilibrio di sentimenti, tra loro due e ho iniziato a inventare quale potesse essere la causa: forse lui non l’aveva mai vista con la cuffia in testa, un oggetto un po’ impietoso nei confronti di chi non ha lineamenti propriamente regolari. La sera, a letto, prima di addormentarmi, ho pensato che sarebbe stato parecchio doloroso se a un certo punto lei si fosse resa conto che lui non provava più alcuna attrazione – che se ne fosse resa conto là, in piscina, tra bellissime ragazze in costume, in una serata che nei suoi progetti doveva essere bellissima. Li ho immaginati in macchina, mentre tornavano a casa, lei in silenzio e lui dispiaciuto (ma non pentito) per averla ferita; poi lui accende la radio per cercare di alleggerire un po’ quel silenzio e trova una stazione che trasmette Some girls are bigger than another degli Smiths: la caratterizzazione del personaggio di lei nasce così, per caso.

Ma questa storia mi sembrava un po’ esile dal punto di vista drammaturgico. Il giorno dopo sono andato a cena in una piccola trattoria dalle parti della Brianza, dove mi trovato per lavoro: ero a cena da solo, in una sala piena di coppie, tutte impegnate in terribili scontri sottovoce. A un certo punto una signora sulla cinquantina, che non aveva alzato gli occhi dal suo piatto per tutta la cena, ha detto a lui, un pelatino del quale vedevo solo la schiena: “si vede che è destino che io debba rimanere da sola”. Le tremavano le labbra, ma era piena di dignità. Io stavo bevendo un Lagrain passito con brandy e improvvisamente mi è sembrata un cane innocente tirato sotto da una macchina, che ancora scodinzola a chi gli ha fatto male. Ho pensato che questa immagine avesse a che fare con il racconto che stavo pensando: avrebbe potuto scuotere il personaggio maschile della mia storia. Nei due giorni successivi ho cercato di costruire tutta la storia; poi, approfittando del viaggio di ritorno, ho scritto il racconto, aggiungendo l’ambientazione, i dialoghi e alcuni dettagli.

 

Qual è la differenza maggiore che riscontri quando scrivi un racconto, rispetto al romanzo?

 

La differenza sta tutta nell’idea iniziale: se un evento limitato nel tempo produce una sorta di rivelazione in un personaggio, allora è un racconto; se invece c’è in gioco un’evoluzione, una crescita graduale e profonda, allora è un romanzo. Si tratta, ovviamente, di una semplificazione abbastanza grossolana, ma non è una provocazione. Bene o male, le cose stanno proprio così.

Dal punto di vista della scrittura, si tratta di attività molto diverse tra loro. Il racconto può avere un’incubazione molto lunga, ma la fase realizzativa, il tempo che si dedica alla scrittura vera e propria, è davvero minimo. Questo consente di prendersi qualche rischio in più: se il risultato non è all’altezza, lo sforzo è stato comunque contenuto. Per questo i racconti spesso hanno un grado maggiore di sperimentazione.

Il romanzo, invece, è un progetto che assorbe tutte le energie per mesi, per anni. Assomiglia a una partita di scacchi, dove, mano a mano che si procede, si hanno sempre meno mosse possibili, e a un certo punto ci si trova prigionieri in un incubo di coercizione. La lingua ad esempio, definita nei primi capitoli, deve essere mantenuta per tutta la durata del libro anche se a un certo punto (e può succedere) ci si stanca di quella particolare voce. Durante la realizzazione del romanzo, inoltre, tutti i libri che si leggono diventano potenzialmente catastrofici, perché scatenano dubbi e ripensamenti. La lettura diventa allora penosa: si finisce per evitare tutto quello che potrebbe portarci lontani dal nostro obiettivo. Quando si scrive la parola “Fine” spesso si prova un senso di grande liberazione.

 

In quanto tempo riesci a scrivere un racconto che ti soddisfa?

 

La creazione di un racconto si componete di due fasi ben distinte tra loro: quella di incubazione, durante la quale lo spunto iniziale cerca una struttura narrativa che gli consenta di assumere la maggiore forza possibile, e quello legato alla scrittura vera e propria, la fase, per così dire, esecutiva. La seconda è sempre molto breve: con una velocità costante di tre cartelle all’ora, un racconto di media lunghezza non richiede più di mezza giornata. La prima, invece, quella che porta dall’idea iniziale alla sua completa definizione, può durare anche anni. Solitamente funziona così: dall’osservazione casuale dell’ambiente che mi circonda nasce uno spunto germinale – una coppia che litiga al ristorante, una madre anziana che guarda sua figlia con un pizzico di invidia, un uomo che si vergogna dell’eccessiva esuberanza della moglie. Attorno a questo nucleo è necessario costruire una storia, con dei personaggi, un’ambientazione adeguata, piccoli dettagli capaci di dare spessore alla narrazione. Talvolta un’idea sola non è sufficiente a sostenere un racconto.

Per fare un esempio concreto, nella mia seconda raccolta di racconti “Il giorno che diventammo umani”, viene raccontata la storia di una donna malata di cancro che porta suo figlio al Salone del Libro, perché sente che quella è l’ultima possibilità che ha per trasmettergli la propria eredità in termini di valori; ma litigano, lei è stravolta e piena di rabbia, e a un certo punto lo rimanda a casa da solo. Lei, invece, si ferma ancora un po’ e mentre si dirige verso la Stazione viene trascinata da una folla che sta andando a vedere la Sacra Sindone esposta in una piazza. Nel tumulto, sviene; si risveglia sostenuta dalla folla che la sta facendo scivolare verso un’ambulanza ai bordi della piazza: distesa, sostenuta dall’amore di tanti sconosciuti, intravede la Sindone e la scambia per una TAC, sentendosi, per la prima volta, amata da un Dio che credeva ormai perduto.

L’idea iniziale è del maggio 2009 quando, al Salone del Libro di Torino, ho visto passare una donna con un fazzoletto in testa per nascondere una calvizie da chemio terapia che trascinava, sconfortata, un ragazzino del tutto disinteressato: vedendoli passare a un metro da me, ho pensato che quel ragazzo non si rendeva conto che avrebbe rimpianto per tutta la vita quel giorno. Per circa un anno ho provato a sviluppare questo spunto attorno all’idea che la madre fosse la vittima di uno pseudo-medico imbroglione, senza trovare alcuna soluzione che mi soddisfacesse. Nel 2010 sono tornato a Torino e ho trovato dei pellegrini che andavano a vedere la Sacra Sindone esposta proprio in quei giorni, e ho iniziato a collegare le due cose. Nell’anno successivo, da un lato ho cercato il coraggio per affrontare una storia di cancro – un tema dolorosissimo – e dall’altro di dare maggiore spessore alla relazione tra la donna e il suo Dio. Nell’estate del 2011, quando mi sono sentito pronto, sono finalmente riuscito a scrivere il racconto “T.A.C.” in due mezze giornate. Se calcolo il tempo passato tra la nascita dell’idea e la sua realizzazione, sono passati più di due anni, per un racconto che non supera le trentamila battute.

 

Qual è il tuo metodo, se ne hai uno?

 

La prima regola è non prendere mai appunti quando credo di aver trovato una buona idea. Sono convinto, infatti, che il modo migliore per assicurarsi che un’idea sia davvero valida è costringerla a resistere al tempo con le sue sole forze: selezione darwiniana.  Passo poi giorni, o mesi, a lavorare su quello spunto iniziale, a baloccarmi con le sue conseguenze, a cercare personaggi in grado di scatenare quell’evento che ho intravisto, e sforzarmi di renderlo credibile, provando poi tutte le possibili combinazioni per trovare quel qualcosa capace di rendere il racconto solido da un punto di vista drammaturgico.

La seconda regola è di scrivere solo quando so esattamente cosa voglio ottenere. Poi non sempre le cose vanno come le avevo immaginate – talvolta le storie, mentre vengono buttate su carta, prendono direzioni inaspettate. Ma non mi sognerei mai di partire con un foglio bianco domandandomi: di cosa posso parlare?

La terza regola è quella di aspettare qualche giorno per rileggere quello che ho scritto, cercando di ritrovare uno sguardo il più possibile obiettivo.

La quarta regola, infine, è quella di usare sempre lo stesso carattere, la stessa dimensione e la stessa interlinea ogni volta che voglio scrivere un racconto, e uno diverso quando devo scrivere per lavoro (nella vita di tutti i giorni sono un ingegnere). Può sembrare una sciocchezza, ma la scrittura è fatta anche di piccoli riti.

 

Cosa pretendi dai tuoi racconti?

 

Che siano onesti. Che parlino di cose che ho visto, che ho fatto, che avrei potuto fare o che ho visto fare a persone che mi assomigliano. Che parlino del mio personale modo di vedere il mondo. Che emozionino. Che siano belli in ogni singola riga. Che quando li rileggo, mi facciano dire: ok, questa è la roba che vorrei leggere. Non sempre ci riesco, ma di sicuro ci ho sempre provato.

 

Cosa chiederesti agli editori, per sostenere i racconti?

 

Non credo che gli editori debbano avere una particolare attenzione per i racconti: sarebbe sufficiente che li leggessero con la stessa attenzione, e lo stesso entusiasmo, che dedicano ai romanzi – che non si facessero condizionare dal mantra “i racconti non li legge nessuno”; e non dovrebbero farlo per un motivo molto semplice, e cioè che è si tratta di un pregiudizio sbagliato. I libri di racconti si vendono. Anche in Italia. Il problema, però, non sta solo dalla parte degli editori. Penso che, prima di tutto, talvolta manca una cultura del racconto da parte di chi scrive. Il racconto non è uno schizzo buttato su un foglio nei ritagli di tempo, non è un’idea abortita per un romanzo, non è la scheda biografica di un personaggio. Quando si scrive un racconto per pigrizia, “perché di scrivere un romanzo proprio non me la sento”, si parte già con il piede sbagliato.

 

E ai lettori?

 

I racconti non sono un romanzo in miniatura. Il tipo di soddisfazione che offrono è diverso da quello che può regalare un romanzo. Il romanzo è un mondo nel quale ci si può infilare comodamente: l’autore ci fornisce tutti gli elementi necessari per orientarci nei suoi labirinti, e la sua voce ci accompagna pagina dopo pagina fino a diventarci famigliare. Un racconto, invece, delega al lettore il compito di creare il contesto nel quale si svolge la storia; prova a emozionarlo concentrando tutta la propria forza in un unico punto, e poi lo abbandona. E’ come una gara di cento metri: serve concentrazione dall’inizio alla fine. Così una raccolta di racconti assomiglia a quelle sfere stroboscopiche che si piazzavano al centro delle discoteche, negli anni settanta: ogni storia è uno specchietto che riflette in una direzione diversa; oppure è come quelle immagini costruite usando minuscole foto di visi, poste una accanto all’altra a comporre un disegno più grande che si intuisce solo allontanando un po’ lo sguardo. Ma i lettori, sanno già come si fa, non serve che qualcuno glielo spieghi. Ogni tanto ricevo messaggi da persone che hanno letto le mie raccolte di racconti: mi commuovono per la loro profondità. I Beatles cantavano “And in the end, the love you take is equal to the love you make”. Con la scrittura, gli autori sono quasi sempre in attivo.

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