Meditazioni d'autore sull'arte di scrivere racconti

Le meditazioni di Luca Ricci.

Potete leggere il suo racconto qui.

 

In che modo è nato il racconto che hai scritto per Cattedrale?

 

L’annuncio è uno dei miei racconti più vecchi, uno di quelli che non aveva ancora trovato il modo di venire alla luce. Ne ho scritta una prima versione nel 1998. All'epoca andavo in vacanza all’Isola d’Elba e ricordo che una volta vidi un monte vicino al paese di Capoliveri che prendeva fuoco. La prima versione del racconto parlava dell’incendio, e l’immagine veniva messa in contrapposizione a quella di una passione amorosa ormai spenta. È un buon modo di procedere, se si è all’inizio (e forse anche dopo), cercare contrapposizioni semantiche elementari dentro a una narrazione. È buffo perché l’immagine del fuoco di stesura in stesura si è come ristretta, e nella versione attuale non occupa che una manciata di righe: il senso del racconto è cambiato, e il motivo iniziale della sua realizzazione appare di sfuggita, come in un cameo. Penso che se ne possa rintracciare a occhio nudo, diciamo così, la discendenza dalla short story minimalista. Avevo appena letto Raymond Carver e ne ero rimasto entusiasta. Soltanto in seguito ho recuperato il mio bagaglio europeo - in particolar modo il racconto fantastico, da Maupassant a Buzzati. Ma all’epoca, nel preciso momento in cui scrivevo L’annuncio, avrei voluto essere ancora più radicale degli americani nella distruzione del superfluo: ero giovane e mi potevo permettere una certa arroganza. E d’altronde quel desiderio, almeno in parte, è rimasto intatto fino a oggi. Tanto per dire: nella disputa tra Carver e Lish, io ho sempre parteggiato per l’editor.

 

Qual è la differenza maggiore che riscontri quando scrivi un racconto, rispetto a un romanzo?

 

C’è una definizione molto bella di Boris Ejchenbaum, formalista russo. Secondo lui un romanzo è “una passeggiata per vari luoghi che sottintende una tranquilla via di ritorno”, mentre un racconto è “un’ascensione sulla montagna il cui scopo è uno sguardo da un punto elevato”.  Uno scrittore di racconti agisce proprio così: è un tizio che non ha paura di sacrificare tutto - società, mondo, Storia e perfino il suo narcisismo linguistico - per offrire al lettore un punto di vista più elevato. 

 

 

In quanto tempo riesci a scrivere un racconto che ti soddisfa?

 

È tutto molto relativo. Prendiamo sempre L’annuncio, che come si è detto risale al 1998.  Ha di sicuro subito molti cambiamenti, ma non l’ho inserito in nessuna delle tre raccolte di racconti che ho cominciato a pubblicare di lì a poco. Inoltre è rimasto nel ventre del mio pc anche quando si è trattato di vendere qualche racconto a un giornale o far uscire qualcosa su un lit-blog. Poi qualche giorno fa l’ho riletto - proprio allo scopo di trovare un racconto per Cattedrale - e mi sono detto che lavorandoci ancora un po’ avrebbe potuto funzionare. Potremmo quindi dire che ho impiegato circa sedici anni per portare a termine L’annuncio. È tanto, è poco? Onestamente non saprei dirlo. Forse è meglio prendere come unità di misura minima la singola stesura. Ecco, sì, non potrei essere più preciso: occorrono sempre parecchie stesure prima che un racconto mi soddisfi.

 

Qual è il tuo metodo, se ne hai uno?

 

Per i miei racconti, nella maggior parte dei casi, ho fissato delle regole interne tanto tempo fa. Sono regole che ovviamente mi si sono precisate durante la scrittura, nel corso degli anni, ma direi che ce ne sono alcune che dirigono i lavori da sempre. Questo è stato possibile perché ho inteso la scrittura dei racconti come un continuum stilistico e tematico. Rispetto a questi racconti ho una concezione modulare, volendo potrei assemblare tanti libri diversi quante sono le possibili combinazioni tra i vari racconti, e tutti avrebbero un senso.

Tornando alle regole, faccio un breve elenco pescando da un vecchio taccuino di appunti:

1) Prima persona oggettiva. L’io narrante deve sempre essere interno alla narrazione, ma nonostante il suo coinvolgimento deve riportare i fatti in modo quasi asettico, senza emozioni.

2) Lessico ampio. Usare un linguaggio medio, volutamente piano e monocorde, e soprattutto scegliere sempre la parola più generica possibile: se il significato è ampio l’ambiguità sarà moltiplicata.

3) Dialoghi come riassunti. Fare dialoghi in tutto e per tutto realistici ma tagliando i passaggi che non concorrono attivamente alla costruzione del senso del racconto. Cioè dare un riassunto di dialoghi verosimili, pervenendo a un senso di straniamento quasi anti-naturalistico.

4) Abolizione nomi propri. Chiamare i personaggi con la funzione familiare che ricoprono - Marito, Moglie, Amante, Figlio/a - per togliere di mezzo il peso di una identità specifica nella costruzione del carattere, e per sottolineare la differenza, lo scarto che interviene spesso tra funzione e azione.

 

In quale modo capisci che la storia che vuoi raccontare ha bisogno di una narrazione breve e non di una lunga?

 

Sono un neo romanziere, se lo sono, perché ritengo che La persecuzione del rigorista e Mabel dice sì siano dei racconti lunghi. Da qualche anno sono alle prese con narrazioni più corpose, presto vedremo con quali risultati. Questo per dire che per molto tempo non mi sono posto neppure il problema: acchiappavo idee con il retino della forma breve. Credo proprio che conti molto l’attitudine con cui si va a caccia. Se tu vuoi scrivere racconti, vedrai solo quel tipo di storia, coglierai intorno a te solo quel tipo di stimolo. Se invece ti metti in testa di scrivere qualcosa di più lungo, allora riuscirai a scorgere possibilità in fatti o cose che prima non riuscivi a vedere.

 

Cosa pretendi dai tuoi racconti?

 

1) Che raccontino una storia.

2) Che riflettano su se stessi.

3) Che si pongano come strumenti di verifica della vita.

4) Che diano l’esperienza della letteratura.

 

Cosa chiederesti agli editori, per sostenere i racconti?

 

Facile, di non limitarsi a stampare libri di racconti. C’è una differenza abissale tra stampare e pubblicare, e talvolta gli editori, anche quelli grossi, soprattutto quelli grossi, coi racconti si comportano un po’ come dei tipografi. Li stampano sì, ma poi se ne disinteressano proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di essere curati, seguiti, spinti. Insomma proprio sul più bello, quando il libro deve incontrare i suoi lettori, l’editore si trasforma in una specie di Ponzio Pilato e dice: “Io ho assolto al mio compito, ho stampato questi racconti. Adesso me ne lavo le mani, lascerò decidere al mercato”. Questo è sbagliato, perché il mercato non è un campo neutrale, ed è la presenza (o l’assenza) degli editori a condizionarlo. Raramente una raccolta di racconti può contare sulla promozione e il fervore editoriale che viene offerto a un romanzo.

 

E ai lettori?

 

I lettori, poverini, spesso pensano di scegliere e invece sono scelti. La stragrande maggioranza dei lettori d’oggi poi sono quelli che, in realtà, non leggerebbero. È una precisa strategia della cultura bestsellerista: portare in libreria chi esce per un giro di shopping generico. Che vuoi pretendere? Anzi io li metterei proprio in guardia. Cari lettori, non leggete racconti, fanno male alla salute, sono un vizio pernicioso come bere o fumare, e nei loro esiti più felici possiedono troppo stile e troppa grazia rispetto a quello a cui vi hanno abituato.

 

 

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