Meditazioni d'autore sull'arte di scrivere racconti

Le meditazioni di Laura Pugno

Potete leggere il suo racconto qui

 

 

In che modo è nato il racconto che hai scritto per Cattedrale?

È un testo che ha una lunga storia, quasi vent’anni. Racconta, sostanzialmente, di una caccia all’uomo, un tema che poi tornerà anche altrove nella mia scrittura. La prima versione, che ha per titolo “L’ubbidienza”, deve risalire al ’97 o al ’98: agli anni in cui, con una consapevolezza via via crescente, mettevo insieme quello che sarebbe diventato il mio libro d’esordio in prosa, “Sleepwalking. Tredici racconti visionari”. La raccolta è poi uscita nel 2002 per l’editore Sironi.

Giulio Mozzi, allora il mio editor – oggi lo è di nuovo – mi disse che riusciva a immaginare tutta una serie di storie perfettamente con lo stesso personaggio principale, Damiani, come protagonista. Io quelle storie non le ho mai scritte, ma come lui intuivo che quel racconto poteva anche essere il nucleo di qualcos’altro. Ne ho poi tratto una sceneggiatura per un film che non si è più fatto.

Di recente, ho ripreso in mano questo testo con l’idea di farne un romanzo, cosa che ancora non so se o quando accadrà. Infine, gli ho dato una nuova forma di racconto, ancora più asciutta, per Cattedrale, e un nuovo titolo, “Safari”, più chiaro. In tutti questi anni, ho sempre pensato di aggiungere; e alla resa dei conti, ho sempre lavorato in levare. Ma per me – nella mia scrittura, intendo – tra racconto e romanzo non c’è antagonismo, sono forme che convivono nella stessa natura.

 

Qual è la differenza maggiore che riscontri quando scrivi un racconto, rispetto al romanzo?

La risposta è cambiata nel tempo. Se guardo indietro, a quando ho cominciato a scrivere romanzi, una decina di anni fa, il mutamento maggiore è stato nel passaggio da un racconto-installazione (per rubare la felice formula di Andrea Cortellessa), a un racconto, e poi romanzo-narrazione. Questo per fare in prosa ciò che la prosa può fare al meglio, dato che tutto il resto, a mio avviso, è territorio della poesia. In retroazione, anche i miei racconti sono diventati più narrativi.

Oggi, si può discutere se io scriva davvero dei romanzi brevi, o anzi dei racconti lunghi, dato che, finora, raramente ho superato il centinaio di pagine. In questo caso per me la realtà è continua, non fa salti. Ma come sappiamo, non è solo questione di quantità, e infatti, ad esempio, il mio prossimo romanzo, “La ragazza selvaggia”, che esce in primavera per Marsilio, è molto più “romanzesco”. Ci sono dei paragoni che sempre tornano: il racconto, come la poesia, è una freccia che va contro un bersaglio e non può sbagliare. Il romanzo è l’assedio di una fortezza: ci sono movimenti, macchine da guerra, forze in campo, anche tradimenti perché si aprano le porte.

 

In quanto tempo riesci a scrivere un racconto che ti soddisfa?

Non c’è una misura obbligata. Io scrivo poco alla volta, anche poche frasi, cercando di mettere su carta qualcosa di più possibile definitivo. Non credo nello stracciare il foglio, nel provare e riprovare.  Poi naturalmente c’è una parte fisiologica di correzione, di adattamento, ma quello che è fondamentale è il pensiero che viene prima, un pensiero che avviene in tutto il corpo, a vari livelli.

C’è una nota di Paolo Zublena sul poeta Milo De Angelis, sul suo esordio, che dice: De Angelis nasce come Atena dalla testa di Zeus, già adulto e armato. Io cerco di fare qualcosa di simile con le mie parole. Il racconto deve venire al mondo già armato.

 

Qual è il tuo metodo, se ne hai uno?

C’è una forma d’intelligenza che si dà solo nel gesto materiale di scrivere, come se si componesse suonando. É un’interazione tra la mente e il corpo e non cambia se le mani corrono, come ora, sulla tastiera, o se la penna tocca la carta – cosa che mi succede ancora, soprattutto in viaggio e per la poesia. Ma perché questa intelligenza ci visiti, dall’interno, per dirci cose che noi stessi non sappiamo di stare per dire fino al preciso momento in cui ci mettiamo a scriverle – sta succedendo anche adesso – c’è bisogno, l’ho capito nel tempo, di una preparazione. Direi di un addestramento mentale, perché non sto parlando di mistica.

Per ogni nuovo testo ci addestriamo a scrivere quelle parole e non altre. L’addestramento è una ricerca e un’attesa. Cerchiamo di sapere e di scoprire, logicamente, razionalmente, tutto quello che possiamo sapere e scoprire prima di metterci a scrivere, per andare incontro, pronti, a quello che solo scrivendo scopriremo, e che fino a un istante prima non sapevamo di sapere o di voler dire, così come non sappiamo cosa i lettori scopriranno nelle nostre parole leggendole dopo di noi. Mi rendo conto che queste parole potrebbero essere facilmente equivocate in senso oscuro: è invece è tutto molto chiaro, mentre avviene.

 

In quale modo capisci che la storia che vuoi raccontare ha bisogno di una narrazione breve e non di una lunga?

Nello stesso modo in cui alzandosi dal letto si capisce se è mattina o un’altra ora del giorno: dalle condizioni della luce. Voglio dire che c’è un’intuizione, una decifrazione di segni, come per capire quanta strada ci resti da fare, in un bosco o in campo aperto, prima di tornare a casa. Quanto siamo lontani? Il racconto è una corsa a piedi, deve avere la misura diretta del corpo. Devi arrivare da solo, sulle tue gambe.


Cosa pretendi dai tuoi racconti?

La risposta spontanea è la stessa che per i romanzi: la perfezione. Detto così suona arrogante, e infatti la parola va tradotta. La perfezione, in questo caso, è aver dato al testo tutto ciò che era possibile, non aver lasciato nulla d’intentato, aver esplorato tutti i paesaggi che si offrivano. Poi in qualche modo il testo stesso si fissa nel tempo, assume una forma, come se l’acqua si congelasse: e col tempo, attraverso il ghiaccio, affiorano, o meglio si rendono visibili, detriti, foglie, forse insetti. Ma sono cose visibili solo con l’occhio di domani. Mentre ogni imperfezione che vede l’occhio di oggi deve essere tolta, altrimenti il racconto non è finito.

 

Cosa chiederesti agli editori, per sostenere i racconti?

Di avere l’intelligenza – e la passione – di capire che la forma breve sta tornando. É un cambiamento inevitabile, direi quasi fisico: ha a che fare con le condizioni materiali in cui leggiamo oggi.

 

E ai lettori?

Ai lettori, prima di chiedere, bisogna dare.

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