Meditazioni d'autore sull'arte di scrivere racconti

Le meditazioni di Giusi Marchetta

Potete leggere il suo racconto qui

 

In che modo è nato il racconto che hai scritto per Cattedrale?

 

Ho scritto Paura del buio per una manifestazione in cui doveva essere letto ad alta voce. I personaggi esistevano già in un racconto precedente ambientato in un centro sociale sgangherato. Mi piacevano e ho pensato che meritassero un’altra possibilità. Quanto alla storia, volevo inserire una sofferenza privata in un momento collettivo, che non è una vera condivisione o almeno non lo sembra finché un piccolo gesto non dimostra il contrario. Insomma, sono partita dal blackout e dall’immagine di qualcuno che si assicura che non resti al buio quando hai davvero bisogno della luce.  

 

Qual è la differenza maggiore che riscontri quando scrivi un racconto, rispetto al romanzo?

 

Mi sento più padrona dei racconti che del romanzo che ho scritto. Il racconto mi permette di concentrarmi su un’idea sola da cui emergeranno le altre fino all’ultima, quella conclusiva; anche dopo dieci redazioni, saprei dire cosa c’è dietro ogni singola parola che è rimasta o è stata tagliata. E poi anche se ci lavoro per mesi, sapere dove voglio arrivare in un racconto e sapere che riuscirò a finirlo a breve mi calma e mi dà proprio la sensazione di stare soddisfacendo un’urgenza. Mi fa sentire meglio. Il romanzo per me è più difficile da gestire emotivamente: è come se la materia da affrontare fosse troppa e per questo, soprattutto all’inizio, sento che qualcosa mi sfugge. Del romanzo non vedo la fine o la sento troppo lontana. Il racconto, nei miei confronti, è più clemente.

 

In quanto tempo riesci a scrivere un racconto che ti soddisfa?

 

Dipende dal racconto. Alcuni nascevano da un’idea molto chiara ma è stato difficile metterli sulla pagina. Altri hanno avuto un’evoluzione naturale e veloce. Di solito la prima stesura richiede al massimo qualche mese, le revisioni potrebbero andare avanti per sempre se non ci fosse un editor che dice: “Adesso basta.”

 

Qual è il tuo metodo, se ne hai uno?

 

Parto sempre da una scena che, di solito, è quella finale. Da lì risalgo al contesto e alle scene precedenti. Mi piace molto intrecciare due livelli di narrazione facendo interagire il presente del racconto con il passato del personaggio o con quello che sta pensando o vivendo al momento all’insaputa del lettore. Lascio che uno o l’altro dei due piani venga fuori un po’ alla volta. Di solito non è niente di buono per il protagonista.    

 

In quale modo capisci che la storia che vuoi raccontare ha bisogno di una narrazione breve e non di una lunga?

 

Mi racconto il fatto. Se la storia incrocia le strade di personaggi secondari e non si esaurisce in un’idea ma ha bisogno di tempo e spazio per svilupparsi tutta, allora, ovviamente, è un romanzo. Se invece mi sembra che tutto quello che voglio dire potrebbe riassumersi in una sola scena cui pensare per mesi, ossessivamente, vuol dire che sono innamorata: è un racconto.    

 

Cosa pretendi dai tuoi racconti?

 

Che di stesura in stesura arrivino a guadagnarsi la definizione di Cortazar e mettano K.O. il lettore. Vincere ai punti è roba da romanzi.

 

Cosa chiederesti agli editori, per sostenere i racconti?

 

Niente di più di quanto richieda la loro professione: che scovino in giro quelli belli e li pubblichino; che si inventino collane interamente dedicate al racconto e le promuovano in modo deciso. Del resto mi sembra che nel tempo i vari Carver e Munro abbiano aperto diverse porte alla forma breve per editori e lettori. Alla scuola, piuttosto, chiederei di battere molto di più sui racconti. Invece di spezzettare romanzi in brani di antologia mal capiti, in classe si potrebbe leggere qualcosa di intero e di bello. Letteratura a piccoli sorsi che però bruciano come la vodka.

 

E ai lettori?

 

Ai lettori chiederei di considerare ogni racconto come una cosa a sé, separata dagli altri contenuti nel libro che stanno leggendo. Mi piace l’idea di strappare il singolo alla raccolta: se penso a Carver, alla Munro, a Keret, a tutti gli altri, non mi viene in mente un libro intero ma una storia o anche solo una scena che è rimasta con me perché tra tutte spiccava. Succede. Leggo un’antologia e a un certo punto eccolo il racconto che mi mette K.O. Cosa che, diciamolo, è proprio quello che stavo cercando.

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