Fantastico e Realismo nei miei racconti

 

 

di Luca Ricci

 

Se i racconti de Il piede nel letto (Alacrán, 2005) erano volutamente e apertamente in debito verso la grande tradizione del racconto Fantastico europeo del XIX secolo- si pensi unicamente al racconto che dà il titolo alla raccolta, con il protagonista assediato dall’apparizione di un piede della moglie defunta, indeciso fino alla fine se accettare l’evento soprannaturale o razionalizzarlo, esempio perfetto di quell’hésitation teorizzata da Todorov-, è nel libro dell’anno successivo L’amore e altre forme d’odio (Einaudi, 2006) che il discorso si complica e si fa davvero interessante. A fronte di un’apparente ulteriore semplificazione del linguaggio, il discorso sul fantastico permane anche in tutti questi racconti. E’ come se il minimalismo da short story operasse una sorta di camuffamento formale, una specie di depistaggio: i pezzi de L’amore e altre forme d’odio sono racconti Fantastici dissimulati, che non vogliono averne l’aria. E’ questo dunque il passaggio ulteriore della modalità, il passo successivo, dopo l’ultima decodificazione storica che ne avevamo avuto con la definizione di Italo Calvino- contenuta tra l’altro nella sua introduzione ai “Racconti fantastici dell’ottocento” (2 volumi, Mondadori, 1983)- di Fantastico quotidiano? 

Andiamo per gradi, e cerchiamo di analizzare brevemente da questo punto di vista alcuni dei 21 racconti contenuti nella raccolta.

Fantasma, quaderno sembra narrare il classico conflitto tra un marito e una moglie che ricade per intero su una bambina, ma in realtà è una ghost-story. Il tema dell’assenza e della volatilizzazione è l’eco profonda di quel che avviene sul piano strettamente diegetico, cioè l’abbandono della famiglia da parte del marito.

Notte di sole è un doppio sogno alla Schnitzler (marito e moglie sognano la stessa cosa, cioè l’adulterio: poco importa se lei a occhi chiusi e lui ad occhi aperti), che proietta il racconto in una dimensione onirica, perciò in una dimensione per definizione cara al Fantastico.

Cacche di Dio, al di là del tòpos marcatamente prosaico del pranzo tra parenti, mette in scena la storia di uno zombie: la sorella della moglie dell’io narrante è un revenant, una creatura che è tornata dalla morte di un matrimonio sbagliato.

Complicazione gioca su uno dei temi più cari al Fantastico, ovvero quello del doppio. L’io narrante stavolta non si trova di fronte a due donne uguali, cioè a un evento incredibile, ma è lui stesso che per cercare una via d’uscita alla routine coniugale sdoppia una donna sola.

La casa di fronte si basa sul classico stereotipo della casa stregata, ostentando gli elementi horror proprio in vista di un finale che invece fa coincidere il mostro- nello specifico l’uomo nero, una rivisitazione dell’Orco Sabbiolino hoffmaniano- alla moglie dell’io narrante che, scendendo le scale di casa, terrorizza i bambini dei vicini.

Murales riprende la vecchia disputa ottocentesca tra arte e vita- cosa imita cosa?-, trattata esemplarmente in quel racconto capolavoro di Edgar Allan Poe intitolato Il ritratto ovale.

Il bastone da passeggio parla di feticci magici, gesti scaramantici e superstizioni di un padre che è in ansia perché la figlia non sta rispettando l’orario di rientro notturno: tutta la tensione viene indirizzata sul bastone (nel Fantastico puro, seguendo ancora Todorov, sarebbe un correlativo oggettivo), proprio come nel più esemplare dei racconti sul voodoo.

Incidenti racconta dell’attrazione di un uomo per una zoppa, e si respira un’aria decadente da fascinazione del mostruoso; peraltro il tema del freak è motivo ricorrente nel Fantastico, dal “Gobbo di Notre Dame” di Victor Hugo fino alle animazioni di Tim Burton in “Nightmare Before Christmas”.

Degenza ci porta dentro a una persecuzione medica. L’io narrante, anche se è stato dimesso dall’ospedale, continua a sentire i lamenti e i gemiti dei malati, quindi abbiamo a che fare con una distorsione sensoriale della realtà, un’allucinazione acustica che ricorda da vicino alcuni racconti di Dino Buzzati.

Diciassette sedie oltre all’evidente cabala del titolo ci conduce dentro una festa di carnevale per bambini- di per sé motivo perturbante zeppo di rimandi gotici-, salvo poi scoprire che anche gli adulti indossano maschere non meno raccapriccianti o ridicole, anche se invisibili.

Questi sono solo alcuni esempi. E’ come se nel libro L’amore e altre forme d’odio ci fosse una sovrapposizione continua tra Fantastico e Minimalismo (che già di per sé è una forma di realismo destrutturato;  sì, al realismo in letteratura a un certo punto è successo quello che è accaduto alle giacche nella moda). Lo scrittore argentino Ricardo Piglia in un testo intitolato “Formas breves” scrive che: “Il racconto è una narrazione che ne racchiude un’altra, segreta. La strategia del racconto è al servizio di tale narrazione cifrata. Come raccontare una storia mentre se ne racconta un’altra? Tale domanda sintetizza i problemi tecnici del racconto”. Si potrebbe concludere che il racconto contemporaneo deve giocare su un doppio binario non solo su un piano narrativo, ma anche su quello formale.

 

Luca Ricci è nato a Pisa nel 1974 ed è considerato uno dei migliori scrittori di racconti in Italia. Ha scritto diverse raccolte tra cui “Il piede nel letto” (Alacrán 2005, premio Cocito Montà d’Alba) e “L’amore e altre forme d’odio” (Einaudi 2006, Premio Chiara). Ha scritto anche singoli racconti solo il digitale, l’ultimo in ordine di tempo è “Lo strano caso della libreria antiquaria” (I Corsivi del Corriere della Sera, 2015). Sul racconto tiene da diversi anni corsi di scrittura per La scuola Holden e Scuola del libro, il più famoso dei quali è “Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker”. Il suo prossimo libro di racconti uscirà nel 2017 per Rizzoli. 

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