L'11 Maggio 2017 uscirà in libreria Una coltre di verde, di Eudora Welty, pubblicato da Racconti edizioni. Un libro importantissimo, per la prima volta tradotti in Italia i racconti di una grande scrittrice, ispiratrice di Alice Munro. 

Pubblichiamo la prefazione di Katherine Anne Porter, per gentile concessione dell'editore.

 

 

 

 

Introduzione

di Katherine Anne Porter

 

Due anni e mezzo fa, amici comuni sono venuti a trovarmi in Louisiana e mi hanno portato Eudora Welty per la prima volta. Era piena estate, faceva caldo, e loro si erano fatti tutto il viaggio in macchina dal Mississippi, dove Miss Welty è nata e cresciuta. È stata una serata piacevole, passata a chiacchierare al fresco della vecchia casa con tutte le finestre spalancate. Miss Welty, come certamente ha fatto in tante occasioni simili, se n’è rimasta seduta ad ascoltare. Allora come oggi era una ragazza silenziosa, dall’aria tranquilla e riservata, e al contrario del giovane inglese del racconto, qualche buon motivo per essere riservata ce l’ha davvero, come dimostra Una coltre di verde. A sentir lei, della sua storia personale non vale realmente la pena di parlare – fatto di per sé già abbastanza sorprendente.

«Non faccio alcun tipo di vita letteraria» ha scritto una volta, «non è granché come confessione, magari. Ma sento che le persone e le cose che amo appartengono alla vita reale, e su questo non ho dubbi… Non sarei in grado di vivere una vita letteraria.» Miss Welty si abbevera alla fonte che le è più consona: la sua vita non solo le è bastata, ma è stata precisamente ciò che le serviva. Ha cominciato a scrivere spontaneamente da bambina: è nata scrittrice. Ha continuato senza progettare di farne una professione, senza alcun tipo di incoraggiamento e, come si è visto, senza neppure sentirne la necessità. Per parecchi anni ha creduto che avrebbe finito col fare la pittrice, e si è dedicata con zelo alla pittura continuando a scrivere senza nessuna fatica. Aveva a portata di mano la tipica biblioteca che immancabilmente si ritrova in certe famiglie del Sud e così, prima ancora di rendersi conto di cosa stesse leggendo, aveva già passato in rassegna tutti i classici, le storie e le favole greche e romane, e poi Shakespeare, Milton, Dante, gli inglesi del Settecento e i romanzieri francesi dell’Ottocento, con una spruzzata di Tolstoj e Dostoevskij. E quando scoprì la letteratura contemporanea, era proprio nell’età giusta per cogliere W.B. Yeats e Virginia Woolf nell’aria attorno a lei. 

Ma da quando ha iniziato e sino a oggi, la costante è stata il suo amore per i racconti popolari, le fiabe, le vecchie leggende; le piace ascoltare le canzoni e le storie di chi vive in comunità antiche dove la cultura si raccoglie e si tramanda oralmente. Poiché non andava di fretta, Miss Welty aveva già ventisei anni quando inviò il suo primo racconto – Morte di un commesso viaggiatore – al direttore di una piccola rivista senza i mezzi per pagarla, essendo lei stessa convinta che nessuno le avrebbe mai offerto denaro per un suo racconto. La rivista era Manuscript, il direttore John Rood, che accettò volentieri lo scritto. Piuttosto meravigliata, la volta successiva Eudora ci provò con la Southern Review, dove venne accolta con un grande entusiasmo e incontrò il favore duraturo di Albert Erskine, che l’ha sempre considerata un po’ una sua scoperta. Il racconto era Un pezzo sul giornale, e fu seguito da altri pubblicati sulla Southern Review, sull’Atlantic Monthly e su Harper’s Bazaar. Da allora Miss Welty non è mai stata trascurata, mai incompresa, e per questo si considera semplicemente fortunata. Ha scritto a un’amica: «Quando penso a Ford Madox Ford! Ricorderai che gli facesti il mio nome, e che lui cercò in ogni modo di trovarmi un editore proprio nel suo ultimo anno di vita; e mi scriveva una quantità biglietti carini, e dedicava tutto il tempo che aveva alla sua piccola nidiata di scrittori promettenti, la classica cosa che poteva andare avanti per sempre. Ho letto una volta sulla Saturday Review un suo articolo su chi e come veniva trascurato dagli editori; mi usava come esempio preso a caso e chiudeva il suo lamento dicendo: “Cosa succederà alla letteratura di entrambe le sponde anglosassoni, se andiamo avanti così?”. Non ti sembra una cosa meravigliosa, e proprio tipica di lui? Forse ha colpito più me, rispetto ad altri lettori che lo conoscevano meglio. Io non lo conoscevo, ma ho capito che era una cosa da lui. E adesso eccomi qui, è finita che non sono affatto una promettente scrittrice martire, bensì una a cui ha arriso tutta la fortuna e le cose belle che Ford rimproverava al mondo di volermi negare, a me e agli altri come me». 

Katherine Anne Porter e Eudora Welty

Poi però c’è una trappola appena dietro l’angolo, e tutti gli scrittori di racconti sanno di cosa si tratta: il Romanzo. Il romanzo che ciascun editore spera di ottenere da ogni scrittore di racconti di un qualche talento e che alla fine, nove volte su dieci, riesce a ottenere. Gli editori le hanno già detto: «Dacci un romanzo, e poi ti pubblicheremo i racconti». È una specifica trappola destinata anche ai poeti, benché un bravo poeta possa e il più delle volte riesca a scrivere un bel romanzo. Miss Welty si è già cimentata con i romanzi: laboriosa, corretta e innocente com’è, ha pensato di poter essere nel torto a rifiutare, visto che così tante autorità del campo le dicevano che quello era il passo successivo. Ma non è il passo successivo, neanche un po’. Eudora Welty può tranquillamente diventare una maestra del racconto breve, e in Una coltre di verde ve ne sono di pressoché perfetti. La sua è una forma letteraria precisa e difficile, e al contrario di quel che vorrebbe una diffusa e popolare superstizione, non risponde a formule che si possano apprendere per corrispondenza. Naturalmente non c’è nulla che possa impedire a Miss Welty di scrivere romanzi, se lo desidera o ritiene di esserne in grado; dico solo che ora come ora il suo dono, vivido e florido, non ha bisogno di assoggettarsi a richieste del tutto artificiose e di adeguarsi alle convenzioni. È vero che il pubblico dei racconti è più esiguo di quello dei romanzi; ma non mi pare una buona ragione per privare quella minoranza di qualcosa. Mi torna in mente un lettore che scrisse a un editor lamentandosi che non gli piacevano le raccolte di racconti, perché non appena si era abituato a una certa atmosfera o sensazione, subito era chiamato a passare a un’altra. Se questa è un’obiezione di qualche rilievo, allora possiamo applicarla anche alla musica: potremmo paragonare il romanzo a una sinfonia, e una raccolta di racconti a un bel recital concertistico. In ogni caso, il lettore che protestava non è il nostro, ma i nostri esistono e certamente crescerebbero di numero, se crescesse la qualità e il numero dei racconti che si pubblicano. 

Le storie di Una coltre di verde offrono una gamma straordinaria di stati d’animo, ritmi, toni e varietà di spunti. La scena si limita a una cittadina che l’autrice conosce bene, o quantomeno non oltrepassa mai i confini dello Stato, e molti fra i suoi personaggi sono gente con cui uno di Boston non vorrebbe aver mai niente a che spartire. Lily Daw è una ragazza ritardata, preda del controllo sociale rappresentato da un gruppetto di signore benintenzionate che hanno fatto della sua cura una missione, a dispetto di ogni conseguenza. Keela, l’indianina reietta, è in realtà un negretto zoppo, e rappresenta quel genere d’uomo che Yeats avrebbe definito sventurato: uno le cui esperienze risultano più importanti di lui, che è totalmente incapace di comprenderle. Anche se il vero sventurato, in questa vicenda, è il ragazzo bianco e ignorante che senza colpa ha assistito ai torti procurati al negretto, e che per motivi assai XIII complessi scoprirà non solo che nessuna riparazione è possibile, ma che la vittima nemmeno la desidera. La protagonista di Com’è che abito all’ufficio postale è un terrificante spettro di famiglia, ma durante la lettura è divertente da matti. Nel primo gruppo – giacché queste storie si possono blandamente suddividere in tre livelli separati – lo spirito è satirico e la chiave è la commedia nera. Tra questi, L’uomo di pietra costituisce un eccellente studio clinico della volgarità: una volgarità assoluta, chimicamente pura, esposta senza misericordia nei suoi ultimi recessi subumani. Ottusità, amarezza, rancore, autocommiserazione, bassezze di ogni tipo possono essere materia interessante, per una storia, purché non siano anche gli elementi principali nella testa dell’autore; ma non c’è nulla di neppure lontanamente volgare o frustrato nel pensiero di Miss Welty, che è semplicemente dotata d’occhio e orecchio acutissimi, scaltri e affidabili come un diapason. E infatti è riuscita a regalare a questa breve storia tutta la sua verve e il suo spirito di osservazione, il suo umorismo feroce e la crudeltà necessaria; perché in lei non alberga né la debole tolleranza né il sentimentalismo verso i sintomi del male che portano a una collusione criminale tra autore e personaggio. L’utilizzo di questo materiale innalza questa breve storia sordida e terribile a un livello superiore rispetto al suo habitat naturale, e il realismo dei suoi tratti arriva a essere caricatura, come spesso accade con il realismo assoluto. Tuttavia i mostriciattoli umani di Miss Welty non sono affatto caricature, ma individui presentati in maniera limpida e precisa: probabilmente un ottimo argomento in un ideale processo al realismo, se proprio volessimo affrontarlo. Miss Welty fa addirittura meglio su un altro piano – per la ragione non trascurabile che i suoi temi sono ben più ricchi – in storie del calibro di Morte di un commesso viaggiatore, Un ricordo e Un sentiero battuto. Mi si lasci confessare una preferenza tutta personale per questo tipo di racconti, in cui l’azione esterna e la muta vita interiore dell’umana fantasia si incontrano e si confondono, quasi, sulla soglia misteriosa tra sogno e veglia, là dove ciascuna realtà si rifiuta di ammettere o confermare l’esistenza dell’altra, ma nondimeno entrambe congiurano a ottenere il medesimo scopo. Questa non è una cosa facile a realizzarsi, ma sempre degna di un tentativo: e a Miss Welty riesce così bene che pare sia questo, il suo territorio più congeniale. Non ci sono margini sfocati, ma solo prove di un’immaginazione disciplinata e attiva, saldamente all’opera dentro una forte continuità, la cosciente abilità della ragione diurna che rievoca e registra la logica folle del sogno. Nessuna di queste storie offre la minima traccia d’autobiografia propriamente detta, se non per il fatto che l’autrice è onnipresente, e conosce ogni personaggio di cui scrive come solo l’artista conosce la sua creazione, che ha esperito anzitutto nella fantasia. Ma forse in Un ricordo, uno dei racconti migliori, potrebbe esserci un elemento di primissima storia personale: in quella ragazzina sulla spiaggia, estraniata dal mondo degli adulti, che spera di imparare i segreti della vita osservando ogni cosa dentro una cornice fatta con le mani per inquadrare l’oggetto in osservazione. È il gesto di chi è nato per selezionare, disporre e comporre  elementi solo all’apparenza disparati in un’armonia che rispetti confini tracciati consapevolmente.

Ma l’autrice è già liberata in gioventù dall’amor proprio, dall’autocommiserazione e dall’autoreferenzialità, la tripla dannazione di troppi giovani di talento, e ha già raggiunto un’ammirevole oggettività.

In racconti come Il vecchio Mr Marblehall, Powerhouse e Gli autostoppisti riesce a combinare il resoconto oggettivo con un finissimo intuito per gli stati emotivi e mentali, e in Clytie la forma stessa della follia si manifesta di fronte ai nostri occhi in una limpida cronaca di azioni e parole, dell’aspetto individuale e dell’abbigliamento della protagonista e della sua famiglia. In tutti questi racconti, per quanto diversi tra loro in termini di eccellenza, non trovo nulla di falso o elaborato, nessuna dispersione d’interesse, nessuna caduta di tono: l’approccio è diretto e semplice nel metodo, sebbene i temi e i registri siano tutto fuorché semplici, e anche il più piccino lascia percepire una riserva d’energie talmente abbondante da farmi credere fermamente che, per splendido che possa essere, questo sia solo l’inizio.

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