Viaggiatore in terra, Julien Green

Nutrimenti

A cura di Giuseppe Girimonti Greco
Traduzione e note di Giuseppe Girimonti Greco, Francesca Scala, Ezio Sinigaglia, Filippo Tuena

pp. 224

Euro 17

 

 

di Giuliana Riccio

 

Con Viaggiatore in terra di Nutrimenti viene riproposto al pubblico italiano un autore, Julien Green, la cui scrittura dai toni gotico - profetici, ha attraversato tutta la storia letteraria del Novecento.

La raccolta contiene cinque racconti, di cui Il Viaggiatore e Christine già precedentemente pubblicati in Italia; più tre inediti: Le chiavi della morte, Leviathan o l’inutile traversata e Maggie Moonshine.

Interessante la scelta editoriale di affidare la traduzione dei testi a quattro collaboratori. Ne risulta un’opera a più mani e, naturalmente, a più spiriti. Voci diverse incarnano la scrittura di Green nel delicato compito di restituirci la sua scrittura in una veste il più vicino possibile a quella che doveva essere la sua essenzialità originaria. La natura bifronte di Green, americano trapiantato in Francia, ha sicuramente contribuito alla genesi di un linguaggio tanto semplice quanto, a un tempo, complesso. Dietro a un lessico immediato, privo di sbavature, si nascondono sottili trame psicologiche e sfumature metaforiche di non scontata interpretazione.

Il tema dominante in tutta la raccolta è l’incontro con l’altro che stravolge e travolge i singoli personaggi mettendoli di fronte a punti di non ritorno, sospingendoli nel brusio di un destino inevitabile e impercettibile come il suono di una eco lontana:

 

“(…)ogni volta che il falciatore scompariva nell’avvallamento e che la sua voce veniva a trovarsi fuori della portata del mio orecchio, un’altra voce si sostituiva alla sua. Sembrava riprendere il canto appena  interrotto, ma su una tonalità più alta, più pulita. Non era il vento. Anzi, se il vento cominciava a soffiare, quella voce misteriosa subito taceva, e allora sentivo soltanto il mormorio indeciso dell’aria che si muove senza meta.”

 

Ne Le chiavi della morte, questa rivelazione si insinua nelle orecchie del protagonista con epifanie abilmente disseminate lungo la strada che accompagna il piccolo Jean verso il disincanto della vita adulta, lì dove non è possibile alcuna innocenza. Delicati e commoventi i punti in cui l’autore segue il protagonista nella sua interazione con Odile, la sua prima compagna di giochi. Seguiamo i due bambini nella spensieratezza della campagna, nelle camere misteriose di una casa dall’aspetto poco rassicurante, su un tappeto orientale le cui decorazioni e le cui figure (strani cacciatori) insinuano già altro, la tragedia che presto stravolgerà quei giochi perché è impossibile restare bambini.

 

“ma chi erano i personaggi che si vedevano nel folto di quella misteriosa vegetazione? Se ne stavano diritti, ciascuno con i piedi alla base di un fusto; e noi restavamo estasiati ad ammirare quel loro abbigliamento bizzarro e sfarzoso, quei turbanti, quelle giacche ricamate, quei pantaloni svolazzanti legati alle caviglie con una cordicella. Avevano tutti lo stesso volto scuro, gli stessi baffi neri. Alcuni tendevano un arco grande quasi quanto loro; altri si apprestavano a lanciare un

giavellotto in direzione delle tigri rosse e delle pantere blu, che cercavano di sfuggire ai colpi.”

 

 Odile, i cui occhi vedono ciò  che agli altri non è concesso vedere, sembra essere l’estensione della coscienza di Jean, il suo sguardo è il luogo in cui si condensa la lotta tra Bene e Male e si rivela, infine, il conflitto interiore del protagonista.

Julien Green

“’Secondo te’”, le dicevo per fare in modo che si fermasse quando la vedevo allontanarsi troppo velocemente da me ‘gli basteranno le frecce e i giavellotti, per ammazzare tutti questi animali?’.

‘Non stanno mirando agli animali’, disse. Mi misi a ridere.

‘Ah, no? Sì, invece; è una scena di caccia’.

‘No’, continuò lei, ‘non guardano gli animali; guardano noi’”.

 

In Leviathan  o l’inutile traversata, la narrazione si nutre di un non dialogo tra due personaggi, Surger, il capitano di un mercantile e un misterioso viaggiatore, unico passeggero della  nave, il cui mutismo si oppone ai tentativi di  Surger  di instaurare un patto sociale lungo la durata del viaggio.

Già dalle primissime battute il  viaggiatore ci viene presentato come un uomo impenetrabile dal punto di vista psicologico. Come il carismatico Long John Silver stevensoniano de L’Isola del tesoro, anche lui si insedia sulla nave con una discrezione ingombrante, è una presenza destinata a definirsi nell’assenza: più si sottrae al nucleo umano del mercantile, più per il capitano diviene indispensabile frequentarlo, provare a trascinarlo all’interno della vita.

 

“Certi uomini hanno la capacità di insediarsi in qualsiasi luogo, e in maniera tale che sembrano esservisi radicati per sempre. Come ci riescano è un segreto tutto loro. Basta che spostino qualche oggetto o cambino la posizione di un mobile perché la camera d’albergo dove non passeranno che una

notte abbia, inspiegabilmente, l’aria di essere loro da tempo, una dimora che non lasceranno mai. Si direbbe che vi sia in loro qualcosa che si oppone all’idea stessa di cambiamento e tende a dare a ciò che li circonda un aspetto in qualche modo definitivo.”

 

Non ci è dato di conoscere i pensieri  di quest’uomo e persino nel momento che corrisponde al climax dell’intero racconto - l’attimo in cui il viaggiatore sembrerebbe finalmente  rivelare al capitano un qualche segreto del suo passato - al lettore non è concesso sapere nulla, poiché la narrazione non racconta ma accenna all’avvenuto racconto. Green ci lascia qui, volutamente, fuori dalla porta del mondo interiore di quest’uomo probabilmente per farci assumere il punto di vista di Surger. Siamo, sembra suggerisci,  personaggi alla ricerca di un qualcosa  che non ci sarà mai concesso di possedere,  il nostro  viaggio è destinato a concludersi  con la disintegrazione della voce del viaggiatore. Dopo una lunga traversata volta a rincorrere la verità  approdiamo in un silenzio senza vie di fuga.

In Maggie Moonshine l’impossibilità di cambiare il proprio destino si incarna nella vita di una donna, Miss Eddleston, su cui pesa la disgrazia di non essersi mai sposata:

 

“Le persone della sua età sapevano che nel suo passato si celava qualcosa di misterioso,

una grande delusione accompagnata da molte lacrime, insomma un piccolo dramma. Detto in poche parole, era stata fidanzata, ma non era mai arrivata all’altare”

 

Disgrazia che allude alla clausura della sua anima che sembra sciogliersi nel momento del ritrovamento, sotto casa, di una bambina abbandonata. Lei decide di concentrarsi sulla cura di questa creatura, supportata dalla sua domestica. Ma la piccola porta già nel nome che le due donne hanno voluto darle, la fugacità  della sua presenza e, come il chiaro di luna è destinata a lasciare dopo di sé le ombre della notte e un disperato senso di non ritorno. 

 

“Ancora una volta, in sogno, faceva grandi progetti per l’avvenire.

Alla fine credette che fosse vero e aprì gli occhi. L’indomani mattina glieli chiuse Clara e, per assicurarsi che non si riaprissero, le posò su ciascuna delle palpebre una moneta da cinquanta cents”.

 

Nostalgia, è questo il sentimento dominante dei racconti, in cui le azioni dei personaggi sembrano tutte compiersi alla luce di profezie già da tempo pronunciate e a cui è impossibile sottrarsi. Nostalgia per l’attimo prima di una rivelazione in cui l’inconscio ancora non è divenuto araldo del fato.

 

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