a cura di Cattedrale

 

 

Se volete davvero sapere quando abbiamo scoperto l’America segnatevi questa data: 1941. Fu allora che Elio Vittorini scrisse Americana, un’antologia entrata nella leggenda direttamente dalla porta principale. Erano gli anni dove gran parte di quegli autori, che molto probabilmente fanno parte anche delle vostre librerie, erano pressoché sconosciuti, nonostante i loro testi circolassero di straforo attraverso edizioni clandestine, influenzando gli intellettuali migliori, Pavese su tutti. Insomma, c’era il fascismo e con quelli lì mica si poteva scherzare tanto: a loro lo straniero non piaceva punto e basta, e allora Vittorini fu una sorta di partigiano della letteratura, portando in Italia lo stile asciutto di Hemingway, la prosa di Mark Twain, Jack London, John Steinbeck, Eugene O’Neill, Sherwood Anderson, William Saroyan e molti altri. Fu anche la prima volta in Italia per John Fante, autore che se non avete ancora letto fareste bene a farlo, se non volete commettere un peccato mortale. Ormai i tempi sono passati e di certo non potrete sentire quel colpo allo stomaco, quella meravigliosa sensazione di novità che hanno provato gli italiani nel 1941, quando si sono trovati tra le mani quella miniera di parole nuove che è stata Americana di Vittorini, ma ve lo consigliamo stesso, soprattutto per capire quale dovrebbe essere il fine di ogni buona antologia: la scoperta.

Come passa il tempo! Sembra ieri che era il 2001 e invece sono passati quasi 15 anni. E va be’, vorrà dire che leggerete l’antologia Burned Children of America non come una novità ma come un pezzo di storia della letteratura contemporanea. E già, perché era il 2001 quando i tipi di Minimum fax portavano in Italia una raccolta che ha rappresentato una sorta di Americana dei giorni nostri. Capisco che David Foster Wallace non è Hemingway e nemmeno Dave Eggers lo si può paragonare a Steinbeck, ma la loro voce, insieme a quella di Rick Moody, Jonathan Lethem, George Saunders, Jeffrey Eugenides e molti altri, rappresenta la nuova voce della letteratura di oggi. Sono quegli autori che hanno saputo dare un seguito al minimalismo, al postmoderno, alle storie iperrealiste ma anche assurde e inquietanti dell’America di oggi. Sono quegli scrittori che sanno farvi riedere e piangere attraverso una semplice storia, ai quali basta un racconto per incollarvi alla poltrona e sfiorarvi il cuore. Detto tra noi, già che ci siete, leggetevi anche Burned Children of America: sarà la vostra migliore scoperta dopo Americana di Vittorini.

«Qui finisce la terra, qui comincia. Sopra un metro quadrato di burro o di fronte a una donna alla quale vorresti dire: amo i tuoi occhi. Così, senza nessuna ragione».

È un racconto di Bashir Shalash, a dare il titolo alla raccolta Qui finisce la terra (edito da Sirente) un’antologia che raccoglie le opere di sei scrittori palestinesi con cittadinanza israeliana: Ala Hlehel, Muhammad Ali Taha,Hisham Naffa’, Suheir Abu Oksa Daoud, Raja’ Bakriyyah, Bashir Shalash, tutti ancora poco noti in Italia nonostante gli importanti riconoscimenti ricevuti a livello internazionale. Sei scrittori di nuova generazione che essendo nati dopo la creazione dello stato d’Israele riescono attraverso la loro scrittura a soffermarsi su temi non solo di carattere politico nazionale, ma a dar voce anche a preoccupazioni più soggettive. Storie di uomini che si trovano a vivere sì le contraddizioni di una società in eterno conflitto, ma anche quelle di natura più ampia che accomunano la società globale, come il sesso, la disoccupazione e il problema della condizione dei detenuti nelle carceri. Così, la donna di Una donna molto bella è sì figlia della Palestina, ma è soprattutto una donna innamorata, stravolta dall’insicurezza di non piacere più al suo uomo, quel Muhammad che dal profeta non ha preso niente se non l’innocenza che filtra nei suoi sguardi sognanti, e che probabilmente è solo un donnaiolo accanito che passava da un seno all’altro come un’ape tra i melograni maturi.

Nel 1960 Fruttero e Lucentini ebbero la felice idea di proporre al pubblico italiano un’antologia, Storie di fantasmi, che racchiudeva in  un volume unico i più grandi protagonisti della letteratura anglosassone del soprannaturale. Autori come Lovecraft ,M.R.James , Algernon Blackwood , H.G.Wells , Arthur Machen , Oliver Onions,  William W. Jacob e William F. Harvey; riuniti in un’opera che ha il gusto del classico immortale.  L’antologia ebbe varie ristampe, l’ultima della quale risale, però, al lontano 1993 sotto il segno di Einaudi Editore. Introvabile in libreria, questa raccolta è oggi recuperabile grazie al web e alla vendita online.  Va detto subito che non è un libro esclusivo per gli amanti del genere horror, dato che i suoi autori si muovono all’interno di un clima narrativo molto ampio in cui le suggestioni gotico-romantiche si mescolano con quelle del nascente realismo di primo Novecento. Nel bellissimo La Mezzatinta , James , ad esempio, ci offre uno squisito scorcio di un ambiente universitario inglese per regalarci una storia in cui il soprannaturale non agisce direttamente sulla realtà dei protagonisti, ma si offre ad essi come oggetto di studio di un evento passato e al solo scopo di rivelare con un’insolita urgenza, fatta di tempi di attesa anche abbastanza lunghi, una verità dimenticata. James si muove con sapiente ironia dentro gli ambienti noti di una Cambridge che gli appartiene e gioca con gli spettri dormienti che animano la vita di un ricercatore.

Nel 2015 verrà celebrato l'anniversario di uno degli eventi più tragici e controversi della storia dell'umanità. Il 6 agosto compirà 70 anni il lancio della bomba atomica su Hiroshima.

Per questo, tra le altre, suggeriamo queste due antologie:

Storie americane di guerra a cura di Fruttero e Lucentini, edito da Einaudi. È un'antologia molto particolare, perché mette insieme racconti di celebri scrittori americani come Faulkner, Hemingway, Dos Passos a storie di veri tenenti dei marines, colonnelli e piloti dell'aviazione militare, per raccontare conflitti statunitensi che vanno dalla Guerra Civile al Vietnam fino appunto ad Hiroshima.

L'altra raccolta è Cent'anni di racconti dal Giappone, edito da Mondadori, che può fornire una buona panoramica sulle novelle del Sol Levante, riunendo testi di autori giapponesi noti anche in occidente, come  i premi Nobel Yasunari Kawabata e Kenzaburo Oe, ad altri che invece vengono tradotti per la prima volta in italiano. Quindici racconti che svelano gli aspetti più suggestivi dell'universo narrativo nipponico, risaltando quella raffinatezza non solo culturale, ma che appartiene anche alla scrittura del panorama esotico.

C'è un'antologia di racconti pubblicata furbamente da Einaudi nell'aprile del 2010 che ha un titolo terribile, Di mamma ce n'è una sola, e un sottotitolo che è anche peggio: Racconti sull'amore più grande. Ci vuole quindi un po' di disponibilità per lasciar perdere il palese intento commerciale di pubblicare un tale libro alle soglie della festa della mamma e decidere di aprirlo lo stesso.

Si scopre così che c'è anche, per fortuna, un bel motivo letterario a giustificare questa raccolta: ritagliare un ruolo per la figura materna in una letteratura che, da sempre, predilige la presenza del padre. È con il genitore maschio che si creano i maggiori conflitti, e, come ben dice Fabiano Massimi in prefazione, “nessuna storia è interessante se non muove da un conflitto”. Per questo nelle storie la madre è in minoranza: “perché, senza offesa, è meno interessante. La madre è scontata”.

Partendo da questo punto di vista molto vero il libro mette insieme venti racconti per altrettante declinazioni del conflitto materno, chiamando a raccolta testi poco conosciuti di autori classici (Lev Tolstoj, Piero Chiara, Federigo Tozzi, Marcel Proust), di massimi esponenti del genere racconto (Alice Munro, Guy De Maupassant, Natalia Ginzburg) e di autori più recenti - e addirittura italiani! - (Giulio Mozzi, Clara Sereni, Sandra Petrignani) che ne firmano le storie migliori.

Un po' come per le antologie composte per declinare uno specifico tema, anche quelle che intendono declinare uno specifico luogo sono a rischio credibilità. Ma ci sono le eccezioni. Una di queste è Nordic Light, antologia di giovani narratori scandinavi, edito da Mondadori, uscita nel 2006, un periodo in cui in Italia si dava molta attenzione all'editoria dell'Europa del nord (di lì a poco si sarebbe scoperto Stieg Larsson e la sua trilogia). Oggi la moda è un po' passata, ma non del tutto, e comunque sono rimasti in giro dei buoni autori. Tre di quelli che facevano parte dell'antologia sono poi stati tradotti e pubblicati anche da noi (Johan Harstad, Iperborea; Jakob Ejersbo, Il saggiatore; Helle Helle, Atmosphere libri). Gli altri no, ma vale la pena leggerli, e questo sarebbe il primo buon motivo per recuperare questa raccolta. Il secondo è che i nomi che compongono la lista dell'antologia non sono solo di autori che al momento della pubblicazione erano emergenti ma di autori che al momento della pubblicazione erano giovani. E le giovani voci di un luogo sono spesso la cosa migliore su cui quel luogo può contare per raccontarsi.

Ogni tanto, si trovano antologie degne di questo nome, il cui scopo, cioè, oltre a quello di far conoscere racconti sconosciuti o addirittura di far scoprire un nuovo autore, tracciano un percorso vivo, gratificante, intelligente e sapiente spesso intorno a un tema, anche se questo non è l’ingrediente necessario per la riuscita dell’antologia. L’ingrediente, ovviamente, ci sembra debba essere sempre la qualità letteraria dei testi; se questa, però, è unita a una sapiente capacità di tenere insieme i racconti più vari, allora l’antologia riesce nel suo intento: quello di svelare le perle man mano che l’acqua si ritira. Quest’operazione è del tutto riuscita con un libro stranissimo, ma altrettanto bello, pubblicato da Einaudi, Pietre, piume e insetti, curato magistralmente da Matteo Sturani. È un libro che apre le porte delle meraviglie, attraverso la voce inedita di scrittori molto conosciuti in altre vesti – da Vladimir Nabokov a Piero Calamandrei, da Ernest Hemingway a Italo Calvino, da Jean-Henri Fabre a Primo Levi. Quante storie si nascondono nella natura? Infinite, ci dicono questi racconti; e ciò che più affascina di questa antologia è il valore non solo scientifico declinato alla perfezione con quello umanistico, ma, soprattutto, quello dello sguardo umano inteso come arte preziosa e magica che ci contraddistingue: lo sguardo appuntito e curioso, che appartiene tanto allo scienziato quanto allo scrittore.

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