Un angelo migliore, Chris Adrian

Einaudi

Traduzione di Giulia Boringhieri

pp 234

Euro 18

di Giuliana Riccio

 

-È dura perdere il proprio padre-, mi ha detto,

-ma lo è ancora di piú se si tratta di una tragedia nazionale,oltre che personale-. Le ho risposto che era un’osservazione molto saggia, ma mettendo l’accento su saggia in

un modo che… mi spiego? In un modo che dal tono della mia voce si capiva che la consideravo un’incapace.

 

La raccolta di racconti proposta da Chris Adrian Un angelo migliore racchiude storie elaborate dall’autore a più riprese, dal 1997 al 2007, pubblicate in America nel 2008 e approdate in  Italia  questa estate, per Einaudi editore. Nove racconti per un unico  grande progetto narrativo che si precisa a mano a mano che affondiamo negli eventi di cui i protagonisti sono portavoce. Ogni pezzo di questa raccolta ha il compito di scolpire, scandendola a più riprese, la verità ossessiva che i suoi personaggi cercano di comunicare: il dolore è sempre universale, sia esso intimo, personale o  pubblico, spettacolare, ed è a partire da esso, dalla consapevolezza che ne abbiamo,che si definisce il nostro essere nel mondo.

Sei di questi racconti sono mossi dallo sguardo di bambini o adolescenti tagliati, feriti da fatti più grandi di loro. I bambini di Adrian sono adulti più degli adulti, Ho nove anni, ma in realtà non li ho. Di sangue, di cuore e di ossa sono antichissimo, ci dice Con, il primo di questi ragazzini con cui ci troviamo ad interagire e che ritroveremo, sotto altri nomi, dentro tutti gli altri figli che lo scrittore ci pone davanti, uno per uno, con spietata, e mai melodrammatica, caparbietà. Ricordano un poco i vari Mathias della Kristof, le torture con cui questi si preparavano ad affrontare la vita nella  lucida e fredda consapevolezza che non esiste più alcuna infanzia che possa garantire innocenza.

Le vicende alla base di questo percorso partono quasi tutte da una morte iniziale che impedisce al protagonista di turno di quietarsi e di ritornare a vivere in armonia con se stesso e gli altri. Il più delle volte è la figura genitoriale che viene meno, a causa di un incidente aereo o automobilistico, ma la morte può essere anche quella di un fratello gemello, o di un proprio organo. La morte concreta, fisica, diviene il pretesto per evocare il fantasma onnipresente della morte collettiva e sociale, di quella matrice primigenia e propositiva che l’infanzia dovrebbe rappresentare e che invece, qui, è chiamata a stravolgere se non addirittura ad annullare. Così, la piccola Molly, di Pugnalate,dopo aver perso entrambi i genitori, non trova altro modo per sopravvivere che impugnare un coltello e uccidere tutti gli animaletti del proprio quartiere. E la grazia con cui si prende cura di  conigli, gatti e cani prima di affondare nelle loro carni la lama fatale,  ci riconduce al senso spietato delle tragedie quotidiane che non siamo in grado né di comprendere né di fermare, ma dalle quali possiamo e dobbiamo essere stravolti. Ci troviamo, con Adrian, di fronte ad un mondo osmotico che benché si autodefinisca in negativo non annienta il lettore, ma lo rinvigorisce e lo conduce, a sua  volta, ad intraprendere un percorso empatico tra sé e ciò che avviene fuori da sé.

Il dramma dell’undici settembre, al centro di numerosi racconti, assurge a questo doppio ruolo di catastrofe e catarsi e, allo stesso modo, ci ricorda come la Storia sia capace di irrompere nelle storie e definirne i destini. Così, ne Il bambino scambiato:

 

Una notte è andato a dormire che era il solito Carl, un bambino di nove anni non proprio normale perché leggeva troppo, odiava gli sport e aveva una fantasia un po’ macabra, e la mattina dopo si è svegliato che era un’altra cosa: uno spirito vendicativo, migliaia di sconosciuti arrabbiati, un changeling,

un bambino scambiato.

Chris Adrian

Un bambino la cui schizofrenia improvvisa ci restituisce il senso del day after, di ciò che avviene nelle coscienze dei sopravvissuti  all’indomani di una tragedia.

 

Ehi, campione, – gli avevo detto, – sei sveglio?

– Siamo svegli, – era stata la risposta, e non mi ero accorto che la voce fosse diversa perché era soffocata da lenzuola e coperte. (…)

Noi ci spostiamo col vento che si alzò quando le torri crollarono, e non ci acquietiamo mai.

 

Non conoscono riposo neppure i piccoli abitanti de La visione di Peter Damien, il più corale tra i nove racconti, in cui veniamo catapultati in un villaggio rurale, in una comunità in attesa dell’imminente festa del raccolto che, d’improvviso, viene stravolto da una contagiosa serie di visioni. Il primo ad ammalarsi è Peter, un ragazzino il cui corpo, fino a quel momento, non aveva conosciuto malattia. Durante la notte viene preso da una febbre strana e da questo momento in poi, comincia ad essere vittima di allucinazioni nei diversi momenti della giornata:

 

Scorse un cielo limpido e azzurro, e dentro il

cielo una donna che cadeva (…)e vide due torri d’argento bruciare contro

quel magnifico cielo azzurro.

Poi si ritrovò in classe, disteso supino sul pavimento.

 

Le visioni si fanno sempre più frequenti  mentre si delinea perfettamente nel lettore il ricordo dell’attacco alle torri gemelle, lo schianto degli aerei, la pioggia incessante di corpi straziati. Le immagini, sempre più intense, funzionano da correlativo oggettivo, segnano il passaggio tra passato e presente e l’agonia di  quello stato idilliaco che il villaggio, con le sue feste contadine, voleva tutelare. Non a caso, è proprio la festa del raccolto il momento scelto per la propagazione dell’epidemia visionaria a tutti gli altri ragazzini amici di Peter. Un attimo prima del dramma il ragazzo ha giusto il tempo di pensare a quanto quei falò della festa somiglino alle due torri in balia delle fiamme. Il piccolo Damien non è Anguilla, Adrian non è Pavese, ma la situazione non può non riportarci che alle stesse conclusioni: non viviamo più alla luce della luna e dei falò, il mondo contemporaneo ha altri raccolti da celebrare e miete più anime che grano. Con il passare dei giorni le visioni si fanno sempre più intense e finiscono con lasciare segni, lividure su Damien e i suoi compagni:

 

Dal suo corpo cominciarono a cadere persone. Gli balzavano fuori dai capelli, gli cascavano dal naso, gli gocciolavano dagli angoli degli occhi. Erano piccole come suo fratello. Peter si girò e scosse la testa, facendone cadere altre dai capelli, e vide che di fianco a lui c’era Sara,

alta, forte e devastata come lui; ma era stata colpita prima e bruciava da piú tempo. Le sue ossa erano cosí calde che il bagliore filtrava attraverso la pelle. Sara lo chiamò per nome e si disintegrò: la colonna di ceneri e fumo crollò,e la sua testa, appoggiata in cima, le cadde fra i piedi e si sfracellò sull’erba.

 

La Storia, anche quando ci sembra lontana, non può lasciarci indifferenti. È nostra responsabilità registrarne i segni sul nostro corpo e renderci portavoce delle sue verità. Sembra questo il messaggio ultimo che Adrian ci vuol dare e se verso la fine di Peter Damien leggiamo:

 

Noi oggi sormontiamo tutti come un tempo le torri

sormontavano noi, prima che diventassimo loro. Capisci l’evoluzione? Da piccolo e fragile individuo, ad angelo volteggiante, a monolite. E il passo dopo che cos’altro può essere,se non il cielo che tutto sovrasta e uno spirito di cui ogni cosa fa parte, e da cui niente è separato.

 

La conclusione dell’intero libro è affidata alle ultime immagini di Perché l’anticristo dove il concetto viene ribadito da un’immagine ancora più potente:

 

Quando si sdraiò la luce la scavalcò, mentre quando fui sopra di lei sentii le torri sulla schiena, e quando si sedette sopra di me le vidi che risalivano lungo il suo corpo, per poi ridiscenderne improvvisamente quando la prima crollò. Ci rotolammo sul letto, e mi sembrò che il proiettore ci avvolgesse di luce, e nel mentre anche l’oscurità ci avviluppò, strisciando fuori dallo specchio,

dalla finestra e da sotto il letto e insinuandosi fra di noi.

 

Non esiste fuga dalla Storia, bisogna assumerla dentro di sé, accettare di essere l’Anticristo, un qualsiasi uomo non direttamente colpevole ma incapace di innocenza.

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