Tutti i racconti, Andrea Carraro

Melville editore

postfazione Fabrizio Ottaviani

pp.247

euro 17,50

Questa recensione è apparsa su  Il Messaggero. Ringraziamo la testata e l'autore.

 

 

di Filippo La Porta

 

Il genere del racconto è quello più congeniale alla nostra letteratura, dal Novellino e dal Decameron fino alle novelle di  Pirandello e alla narrazione breve prediletta da Calvino. Eppure è un genere di cui l’editoria diffida, per ragioni che restano incomprensibili. Anche perciò segnalo volentieri la raccolta di Andrea Carraro - Tutti i racconti, Melville pp. 247, euro 17,50, con bella postfazione di Fabrizio Ottaviani) -  autore di romanzi importanti come Il branco e Non c’è più tempo, e certamente uno dei nostri maggiori autori di racconti (cito solo Antonio Debenedetti e, tra gli esordienti di questi anni,  Rossella Milone). Nel libro si potrebbero rintracciare due diversi filoni, tra loro congiunti: la nuda descrizione della violenza del “branco” (“L’altalena”, “Dopocena”)  -  feroce, esplicita, legata alla cronaca nera (e anche memore dei film di Scorsese), e poi la  indagine su una   violenza più nascosta, sottile, latente, quella della piccola borghesia, con tutto il suo carico di frustrazioni non dette e angosce inespresse (“Il gioco della verità”, “La lucertola”). Al centro una  disincantata fenomenologia del male, del sadismo, dell’odio (che nasce, si direbbe, dal disagio di vivere: sono storie piene di suicidi e di anziani soli), della follia distruttiva (e autodistruttiva):  “La carrozzina”, “L’inaugurazione”, “Il barista”, forse il più bello di tutti (quasi una variazione su America di Kafka rivista da Buster Keaton, con il protagonista umiliato, percosso, brutalizzato e senza che abbia la minima volontà e capacità di reagire). Ma qual è il punto di vista di  Carraro? Cosa rende il suo sguardo morale così affilato? La risposta si svela in alcuni racconti finali, soprattutto in  “I grandi sono spariti”(che fa pensare alla fantascienza di Ballard). Si tratta del punto di vista dei bambini, forse in parte debitore verso il miglior neorealismo, tra De Sica e Rossellini (il cinema è fondamentale nella formazione di Carraro). La narrazione crudamente  naturalistica è qui come straniata da una surrealtà (che però ha sempre un saldo fondamento psicologico), da uno scatto onirico  e imprevisto dell’immaginazione. Non si insegue una improbabile purezza dell’infanzia. I bambini sono in parte  già  irretiti dentro le dinamiche e le relazioni di potere dei grandi (i quali ne minacciano continuamente l’integrità). Eppure riescono ancora a formulare le domande giuste, e continuano a stupirsi del male (“La nuvola di organza”). Conservano una alterità che permette appunto uno sguardo dal di fuori.  Carraro ci suggerisce che occorrerebbe riprendere un contatto con la propria infanzia, e con quello stupore, senza tradirla. Come il protagonista della “Replica”, che dopo una folle corsa in autostrada raggiunge la sua piccola Livia: “dormi piccina, dormi, no, papà non se ne va…”

 

 

"La prima cosa che incontra il lettore che si imbatte nei racconti di Carrara è una scrittura attenta ai dettagli fino a generare effetti di disturbo paranoide, dove a volte una strategia che, per l'accumulo di dati, potremmo definire di compressione, si apre ad un esito che lungo la direttiva euforica della verticalità dispiega un contrasto fra ciò che è in basso - e in basso di solito c'è una forma greve di delirio, stati alterati di coscienza per droga, alcol o per la rabbia che in Carrara è dappertutto - e un firmamento che attira magneticamente lo sguardo, ponendosi come luogo utopico di dispersione e cupio dissolvi. Chi conosce Carrara per II branco, il romanzo che gli ha dato notorietà, privilegerà il descrittore dei sobborghi e delle periferie, dell'hinterland della metropoli e della gente che vi vive. Si tratta di una geografia sociale universale, perché ovunque vi sono periferie depresse. I personaggi sono tutti dei balordi: ecco il "tipo" umano che da sempre Carrara descrive e che forse è la versione estrema e radicale dell'italiano "normale". Non basta dire che il balordo è chi, nel giro di minuti, ore o al massimo di qualche giorno viene assalito dalle furie e si trasforma in una specie di invasato. Al centro della questione c'è il rapporto fra pensiero e violenza, fra raziocinio e protervia. Balordo è chi esegue l'ordine aberrante che gli ha dato il cervello senza curarsi delle conseguenze, né della dismisura che tale atto comporta. È una mente che agisce comunque, indifferente all'incoerenza o inutilizzabilità dell'ideologia che la domina. I personaggi di Carrara hanno statura e sono, a loro modo, uomini superiori perché vogliono fare grandi cose e poi le fanno, con la particolarità che le loro azioni rispondono alle esigenze aberranti di sottoculture depresse, comprese quelle goliardiche, pseudo-mondane, ipo-letterarie e così via. È per questo che la maggior parte dei racconti stampati in questo volume innesca una catastrofe che sfocia in un teatro della crudeltà e in una gogna."

(dalla postfazione di Fabrizio Ottaviani)

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