Trilobiti, di Breece D'J Pancake

Isbn Edizioni

Traduzione di Ivan Tassi

pp. 192

Euro 10,00

di Bruno Puntura

 

Breece D’J Pancake è la vera Rockstar della letteratura mondiale. Ma prima che vi soffermiate su quel D’J, con il rischio di scambiarlo per un banalissimo disk jockey, vi dico subito che non ha nulla a che fare con la musica, anche se le parole dei suoi racconti hanno una melodia incredibilmente potente. È uno scrittore morto suicida a soli 27 anni, che non ha nemmeno fatto in tempo a vedere la sua prima e unica opera venire alla luce. Stiamo parlando di Trilobiti, una raccolta di 12 memorabili racconti che parlano della sua terra, il West Virginia.

Siamo nel pieno degli anni ’70 e nel West Virginia non succedeva assolutamente nulla. Forse non succede nulla nemmeno ora, non lo so. Ma allora era una terra di gente

 

“fatta su misura per le pianure, che per molto tempo si è sparpagliata per le città:

gente che ha un nome, ma non un passato”.

 

Uomini e donne induriti dal sole e immersi nella noia, sempre a caccia di un espediente per superare la nottata. Anche i loro sogni erano così così, complicati e sbiaditi dalla solitudine, aggrappati alle perdite che scambiavano volentieri per delle vittorie. Verrebbe da dire che in un clima del genere è impossibile tirare fuori qualcosa di buono, ma se lo state pensando siete davvero fuori strada perché Trilobiti , se ancora non lo avete letto, sarà il libro che darà un senso alla vostra libreria – senza offesa per nessuno, ovviamente.

Il centro di tutta la raccolta è l’uomo alle prese con l’amore, la solitudine, la morte e la voglia di conquistare un riscatto che sembra non voler mai arrivare. Detta così è troppo semplice, me ne rendo conto. Eppure se non iniziate a leggerlo non capirete mai cosa intendo. È l’uomo nella sua capacità di trasmettere patos alle cose e alle persone che lo circondano. È la sua capacità di caricare tutto ciò che sfiora di ricordi per poi accorgersi come quei ricordi, quando arriva il momento, riescano a parlarti e riportarti indietro nel tempo. Accade in Trilobiti – il racconto che dà il titolo alla raccolta – quando il protagonista è nella propria stanza e ricorda “gli occhi di papi morto che lo guardavano” mentre avverte i brividi, gli stessi brividi che gli mettono le tazze. “Guardo le tazze… ” scrive Pancake

 

“… appese ai ganci della vetrina. Hanno delle scritte e sono coperte di grasso e polvere. Ce ne sono quattro e una è di papi, ma non è questo che mi mette i brividi. La più pulita è quella di Jim. È pulita perché lui la usa ancora, ma è appesa là insieme alle altre. Dalla finestra lo vedo mente attraversa la strada. Ha delle articolazioni cementate dall’artrite […] è vecchio e mi dà i brividi vedere la sua tazza appesa lì”.

 

Jim è il compagno d’infanzia del padre ma in questo caso è anche la continuazione di un dolore, di un distacco che stenta a farsi vivo.

Breece D'J Pancake

 

È un libro potente, dove un oggetto, un rumore o un semplice insetto diventa a pieno titolo uno dei protagonisti della storia. Perché è proprio come sostiene Percival Everett nella sua introduzione:

 

“i dettagli sono così reali, così perfettamente concepiti, resi in maniera così sottile che non ci rendiamo praticamente mai conto del lavoro che stanno svolgendo” e il lavoro che stanno svolgendo è riscostruire il passato così bene da farcelo rivivere. Come per le vespe nel racconto capolavoro Che ne sarà del legno secco? Dove leggiamo di “uno sciame di vespe sotto la grondaia del portico. [Che] Scaldandosi nell’ultimo sole, si librano, si abbassano, si sollevano di nuovo per rinfrescare l’aria intorno al loro nido”.

 

È l’atmosfera che precede l’arrivo del protagonista nella famiglia adottiva a caccia di ricordi. Ma tra un passato doloroso e un amore che lui stesso non desidera, sa che “non c’è tregua per lui, non ci sono tregue per i bambini adottai”. E mentre fruga tra vecchie foto di famiglia con “donne belle a metà, diventate vecchie troppo in fretta” il ricordo di un vecchio incidente lo tormenta. Un ricordo che lo porterà un’altra volta lontano da casa, in una fuga, appunto, senza tregua.

Potrei raccontarvi anche di una magnifica sera di capodanno dove la solitudine è roba seria. Succede in Una stanza per sempre, un racconto incredibilmente delicato e squallido, dove il protagonista incontra una ragazzina decisamente più giovane di lui e si perde nel buio di una stanza perché

 

“il buio è la cosa migliore. Non c’è viso, non ci sono parole, c’è solo la pelle calda, qualcosa di vicino e di dolce in cui perdersi. Ma quando la prendo…” continua il protagonista “… so che cos’ho, il corpo di una ragazzina che non si muoverà né per abitudine né per piacere, una bambina che gioca a fare la puttana, e mi sento orribile vicino a lei, a causa di lei”.

 

Dicevo: potrei raccontarvi di questa notte ma non lo farò, altrimenti poi non andate a comprarvelo.

Vi dico solo questo: sfogliate Trilobiti e sentirete l’eco della parola wow arrivare dritto alle vostre orecchie, racconto dopo racconto. E nel caso non doveste sentirlo iniziate a preoccuparvi, vuol dire avete un serio problema all’udito perché, proprio come scrive ancora una volta Percival Everett nella sua introduzione:

 

nessun lettore può terminare questi racconti senza commuoversi,

e nessuno scrittore può uscirne senza restare influenzato”.

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