Tigre per sempre, Horacio Quiroga

Einaudi

A cura di Jamie Riera Rehren

pp. XVII-350

Euro 24,00

 
di Alfredo Zucchi


 

La finzione speculativa borgesiana e il realismo magico ricoprono la letteratura latinoamericana come una coltre – sotto questa coltre, prima di essa,  si trova Horacio Quíroga.

Con Tigre per sempre (2016) Einaudi propone un’antologia di racconti di un uomo molteplice – dandy, inventore, amante della natura selvaggia – scelti e disposti secondo il criterio dell’ambientazione: nella prima parte del libro si trovano i racconti della selva, nella seconda quelli urbani.

 

Quíroga è esplicito nell’indicare i suoi maestri: il celebre Decalogo del perfetto scrittori di racconti comincia con una sorta d’invocazione alla Musa: “Credi nel maestro come in Dio stesso.”

L’eredità dei maestri è evidente: Poe e Maupassant, in particolare, per i racconti urbani, Kipling in quelli della natura e della selva. Tuttavia, se la scrittura di Quíroga si mostra calibrata con estrema cura sull’esempio dei maestri, ciò non impedisce ai temi più schiettamente personali dello scrittore uruguaiano di venire fuori con forza, primo fra tutti quello dell’esperienza.

 

Quíroga trascorre la vita tra la metropoli e la selva – fuggendo l’una per rifugiarsi nell’altra, e viceversa, secondo intervalli regolari, per nostalgia, per necessità vitale. Gran parte dei racconti della selva sono ambientati a Misiones, provincia argentina a cavallo tra Paraguay e Brasile in pieno tropico del Capricorno, luogo in cui lo scrittore ha trascorso lunghi periodi d’isolamento, di cui conosce, in dettaglio, vegetazione e fauna. Ne conosce soprattutto i pericoli: le tigri, i serpenti a sonagli, l’umidità, le malattie e le piogge incessanti. Si rifugia nella selva proprio per affrontare questi pericoli. La foresta tropicale è il metro delle capacità dell’uomo, del suo coraggio, della capacità di sacrificio e adattamento in condizioni ostili. 

Viggo Mortensen legge Quiroga

“Dopo quindici anni di vita urbana, bene o male soppportata, l’uomo ritorna alla selva. A essa lo legano indissolubilmente il suo modo di di essere, di pensare, di agire. Un giorno ha lasciato la selva con la stessa drastica urgenza con cui oggi ci torna. Ha pagato il debito con i suoi doveri di padre e con la sua arte: adesso non deve niente. Torna, quindi, a cercare nella vita libera della natura l’essenza della propria intriseca libertà.” (Ritorno alla selva)

 

L’uomo, tuttavia, resta un intruso in questi luoghi. Quíroga, di fatto, rende la selva stessa protagonista dei suoi racconti: gli animali – come in Anaconda, in Juan Darién, in L’uomo assediato dalle tigri – hanno voce, macchinano insieme per cacciare lo straniero civilizzatore – devastatore –. In questa inversione di prospettiva, per cui una tigre può dare all’uomo della “rana coi pantaloni”, la relazione di Quíroga con la foresta trova l’espressione più compiuta: un amore fondato sul conflitto necessario, sulla lotta per la sopravvivenza. Così, lo sguardo pieno d’ammirazione per i serpenti velenosi si accompagna, per forza di cose, con la coscienza di doverli eliminare uno a uno perché l’uomo possa abitare e prosperare la foresta.

Allo stesso modo quel languore tutto moderno per la natura allo stato selvaggio – languore che oggi, nella società digitalizzata, raggiunge i suoi picchi più alti e più isterici, antiscientifici – genera, nei racconti della selva, le situazioni più ironiche: la natura non è per tutti; le anime belle che vi si rifugiano in cerca di emozioni spirituali sono costrette a lasciare la foresta di corsa, dopo qualche notte, assediati dalle mosche, dal silenzio, dal terrore di essere divorati vivi.

 

L’esperienza disegna anche i momenti più riusciti dei racconti urbani – quelli in cui il peso dei maestri è forse più schiacciante. Così, il dandy metropolitano Quíroga riporta, con l’ironia beffarda propria del vissuto, gli equivoci mondani della società delle lettere: come quando, in Una conquista, una donna giovane e attraente adesca il critico rinomato con la promessa d’intimità, e in casa li aspetta il marito col manoscritto pronto per essere letto ad alta voce.

 

“D’altra parte, non c’è quasi persona amante della letteratura che prima o poi non scopra il bisogno di vivere la vita.” (Su una spiaggia remota)

 

Nonostante la disposizione dei racconti per ambientazione risulti alla lunga monotona, Tigre per sempre si offre al lettore odierno con una freschezza, un’ironia e una concretezza che traggono forza direttamente dalla vita vissuta – stravolgendo, con questo, lo stereotipo barocco che ancora oggi avvolge la letteratura latinoamericana.

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