Storie strane, Villy Sørensen

Del Vecchio Editore

Traduzione di Bruno Berni

pp. 248

euro 15

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Giuliana Riccio

 

 

‘Voi santi uomini, avete creato il malvagio diavolo quando avete detto:

c’è un Dio che è solamente buono, avete creato la volontà malvagia quando avete detto che gli uomini possono volere solo il bene’.


Queste parole, come un agguato, arrivano spiazzanti dopo poche righe dall’inizio del libro. Pronunciate da un eretico, un tal Sabiano, il cui compito è quello di scomodare le certezze e ricordarci l’etimologia stessa della parola Diavolo: il dia-ballo separa, sconvolge, sdoppia la natura umana e la manda in crisi; queste parole, ci introducono nell’universo narrativo di Storie Strane, la prima raccolta di Villy Sørensen scritta nel 1953 e pubblicata solo adesso in Italia da Del Vecchio Editore. Racconti complessi sorretti da un linguaggio semplice e sostanziale, ironico e irriverente, che provoca nel lettore un effetto di straniamento costante impedendo qualsiasi possibilità di stasi narrativa. I protagonisti, quasi sempre coppie se non addirittura gemelli, evocano l’eco di un’unità perduta e la nostalgia di un tempo non corrotto in cui la poesia era ancora possibile. La scrittura incide nelle coscienze il dramma della guerra e il ricordo di una pace perduta, dramma che si traduce nella dicotomia tra Bene e Male e l’impossibilità da parte degli astanti di venire a conoscenza della Verità. Valga come esempio il finale di Silvano di Nazareth in cui lo scontro tra Uomo e Diavolo, che si diverte ad assumere le sembianze di un vescovo per lederne la reputazione, si risolve grazie all’intervento di San Girolamo. Il Santo trae in salvo Silvano e lo conduce in Paradiso, lasciando il corpo morto del Maligno in balia di una folla incapace di riconoscerlo come Male; anzi è pronta a venerarlo, celebrandone solennemente i funerali con una chiusa che ricorda il Ser Ciappelletto decameroniano.

Il diavolo però non è sempre così evidente e, a mano a mano che si procede nella lettura, esso cessa di essere personaggio per divenire atmosfera, stato d’animo, schietta crudeltà. Le pagine successive si scrivono attraverso immagini fiabesche, situazioni esplicitamente kafkiane, il profilo di un mondo senza più speranza, abitato da uomini privi di un qualsiasi punto di riferimento. Irrompono in queste strane storie i bambini non più bambini, fratelli senza fratellanza, le cui mani compiono atti assassini.

Ne L’albero sconosciuto, nel giardino di un re, vivono un giardiniere e suo figlio. Il giardiniere conosce il nome latino dei fiori e questa conoscenza gli regala l’illusione di poter sempre comprendere il mondo. In quell’eden, però, cresce un albero dai fiori bianchi di cui ignora il nome. Suo figlio, educato all’amore per le piante, ha il permesso di giocare ovunque in giardino. Ovunque ma non sull’albero sconosciuto. Lì non deve arrampicarsi e lì, com'è ovvio, finisce per andare. Attirato dai fiori bianchi e dal loro profumo, sale lassù e smarrisce per sempre il suo contatto con la terra. Al richiamo del padre, questo figlio che sembra strizzare l’occhio al Cosimo del Barone rampante di Calvino, risponde sempre con un no. No, non scenderà, e in quel distacco dal padre si intuisce lo scontro tra un passato di certezze non più possibili e un presente privo di purezza che non lascia spazio alcuno all’innocenza di un canto bambino. La perdita dell’infanzia si precisa nel bellissimo Il concerto dove le evidenti influenze di H. C. Andersen consentono a Sørensen di comporre una fiaba dall’alto registro lirico. In un non luogo, dominato dalla costante voce della guerra, si diffonde la notizia che il presidente, ossia il potere, abbia deciso di regalare ai cittadini un palazzo dei concerti. La gente, che neppure ricorda più cosa sia la musica, accoglie la notizia con un’improvvisa gioia, come se da questo evento dipendesse tutto il senso della loro vita. Del palazzo in costruzione si sa poco. Le voci dicono che sarà costruito in un villaggio in cui il tempo sembra essersi fermato, un paese immune al progresso, dove


‘il moderno abitato era ancora sparso come i denti nella bocca di un bambino’.


E sono dei bambini, per l’esattezza dei monelli, a dare conferma agli adulti dell’avvenuta costruzione dell’edificio. Così, alla vigilia di Natale, la città si riversa sul villaggio. Ma il palazzo dei concerti non esiste. Altra è l’opera che il presidente ha ideato per il suo popolo: un palazzo del progresso che racchiude, nei suoi vari piani, tutte le invenzioni dell’uomo a partire dalle primitive armi di pietra fino a quelle più sofisticate, perfette al punto tale da essere invisibili. All’ultimo piano l’esposizione termina con un banchetto che ha il potere di far diventare adulti i bambini, perché il presidente teme una ‘rivoluzione infantile’. Ma l’ultimo piano è destinato a non essere raggiunto mai. All’interno del palazzo, infatti, entra un compositore. Accade al compositore di trovare nella sala della musica un magico strumento che una volta suonato spinge tutti i bambini a danzare senza mai potersi fermare. Il potere, però, non accetta la poesia e spara contro il compositore pietrificando per sempre i bambini in un eterno moto immoto che, tuttavia, si rivelerà essere una pervicace opposizione contro quel mito del progresso che il palazzo avrebbe dovuto celebrare.

Villy Sørensen

Sintesi perfetta del clima claustrofobico di questo libro è Il Caso di omicidio- un idillio kafkiano in cui ci si ritrova a seguire le vicende di un Io anonimo investito dalla Polizia del titolo di ispettore-capo e del compito di risolvere uno strano caso di omicidio. Sin dalle primissime battute si intuisce, però, che si tratta di un’indagine impossibile senza possibilità di risoluzione. L’Io viene travolto dal criptico mondo che lo governa e, come il povero Joseph K., è destinato a rimanere fuori la porta della legge senza poter compiere scelta alcuna:


‘-Sai guidare?- chiese il capo della polizia.

- Non questo genere di macchine, - risposi io per nascondere, se possibile, la circostanza che non sapevo guidare.

-Allora sarò io a decidere il tragitto, -disse il capo della polizia sedendosi al volante’.


L’Io, l’uomo comune, immerso nella sua solitudine esistenziale non ha gli strumenti per decodificare la realtà, per farsi interprete di un omicidio in cui vittima e assassino si condensano in un unico personaggio che ha il volto dell’Umanità intera:


‘Fu Caino a dare vita al primo morto? Oppure interpretarono Caino come omicida solo per giustificare i loro stessi omicidi, come se facesse parte dell’uomo uccidere?’


Non c’è tregua per il lettore che si muove tra trincee di parole troppo acute per non risvegliare inquietudini, troppo umane per non innescare domande, e che giunge, alla fine del libro, con l’idea di ricominciare daccapo la lettura perché qualcosa di importante deve pur essergli sfuggita.


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