Storie di Amsterdam, Nescio

Iperborea

Postfazione di C. Nooteboom

Traduzione di Fulvio Ferrari

pp. 224

Euro 16

di Giuliana Riccio

 

“ È un paragone un po’ azzardato, ma io la vedo così: nel 1898 una ragazza in minigonna entra in un salone italiano in cui è riunita una compagnia elegantissima, e nessuno la nota. Questo più o meno, è quanto è accaduto quando sono apparsi in Olanda, nel 1916, i primi tre racconti di Nescio. 
Ci si sarebbe dovuti spaventare a morte, oppure ci si sarebbe dovuti mettere a ballare per la gioia,
ma non è successa né l’una né l’altra cosa”

 

Questo leggiamo nella postfazione di Cees  Nooteboom a Storie di Amsterdam, la raccolta che raccoglie le opere letterarie di Nescio,(in latino “Non so”) pseudonimo di  Jan Hendrik Frederik Grönloh, scrittore olandese a lungo ignorato, la cui postuma fama, a partire dagli anni sessanta, lo ha, a ben diritto, innalzato a rango di classico della letteratura nederlandese.

Uno scrittore in sordina che solo nel 1932 si decide a rivelare la sua identità ottenendo piccoli riconoscimenti che non rendono giustizia alla grandezza della sua scrittura. Si dovranno attendere molti anni  prima che il pubblico olandese  affronti, con consapevolezza, la lettura dei personaggi e delle vicende che  propone.

 Storie di Amsterdam ritrae un gruppo di giovani alle prese con il disincanto che la vita riserva a chi ha osato credere di poter sfidare Dio, la sorte di un destino comune di mortalità e di indifferenza. Qualcuno li definirebbe bohemien, qualcun altro non potrebbe fare a meno di lasciarsi andare al ricordo di quel particolarissimo momento della vita che segna il passaggio di ognuno di noi all’età adulta e intravedere, così, in questi personaggi, il classico simbolo di una gioventù irriverente nei confronti delle convenzioni mondane. Ma i bravi ragazzi di Nescio non sono solo questo: hanno sogni troppo bramosi per poter cadere in piedi e restare integri in un mondo in cui è necessario indossare un ruolo da portare avanti, con silente dignità, fino alla fine dei giorni. Per questo, finiscono quasi tutti con il trasformarsi, sotto i colpi del tempo, in ombre o fantasmi di ieri. Questi giovani titani, divorati da Kronos, si presentano subito per quello che sono: metafora di una disappartenenza  riconducibile a una particolare predisposizione esistenziale che impedisce loro di rientrare nelle righe di una vita a conduzione familiare fatta di semplici e  radicati affetti o di routine lavorative.

Nescio ci presenta nei primi due racconti della raccolta, Lo scroccone e Giovani Titani, dei ventenni  convinti, come tutti i ventenni, di poter cambiare il mondo.

 

“Quel che avremmo dovuto fare in realtà non ci è mai stato chiaro.
Dovevamo fare qualcosa…Su una cosa eravamo comunque d’accordo: dovevamo uscirne. Uscirne, come? In realtà non facevamo che parlare, fumare, bere e leggere libri”.

 

Uscire dalla trappola della vita quotidiana, quella incarnata negli uomini convinti di essere arrivati, nei piccoli e grandi impiegati che vivono secondo i ritmi del salario a cui, invece, questi personaggi tentano di sovrapporre i ritmi sregolati dell’arte. Le ore trascorse in riva al mare nell’attesa di un’alba in grado di cambiare le cose. Ma è chiaro fin da subito, grazie alla perseverante malinconia che attraversa tutti i racconti, che qui non si sta semplicemente cercando di narrare la ribellione giovanile. La voce narrante riesce, con impressionante immediatezza, senza mai cadere in trappole retoriche, a sublimare le vicende di questi giovani e a svincolarli dal ruolo esclusivo di rappresentanti di una fase della vita, per  consegnarli al lettore in un’altra veste quella dell’uomo-poeta, incapace di una vita tutta vissuta in superficie.  

 

“Puoi restarne fuori?”
“Fuori da cosa?”
“Fuori da questo mare?”
Feci cenno di sì, potevo benissimo.
“Io ci riesco a fatica. È così strano quel malinconico mormorio alle tue spalle. È come se il mare mi chiedesse qualcosa. Anche lì c’è Dio”

Nescio

Tra tutti, spicca il personaggio di Bavink che, come una sineddoche, potrebbe ben rappresentare l’intero scenario emotivo dell’autore. Bavink, artista di talento, sogna di poter contenere nei suo quadri l’immensità di Dio, la cui ambizione si schianta contro l’impossibilità di dipingere un tramonto che non sia solo una pallida copia di quello reale. Bavink che non si arrende all’idea che l’arte sia solo una menzogna, che a nulla valga il talento umano di fronte all’infinito non rappresentabile; Bavink che alla fine perde la sua battaglia e si concede alla follia.

 

“E Bavink? Bavink ha perso la sua battaglia contro le maledette cose. Le cose che volevano essere dipinte, ma che quando decidevi ‘e va bene, così sia’ ci ripensavano e non volevano più saperne”.

 

Nel Piccolo poeta, questa condizione esistenziale viene maggiormente indagata, presentata come inevitabile, perché il poeta si delinea, sin da subito, come una sorta di pedina che si muove sotto lo sguardo vigile del Dio d’Olanda e del diavolo. E Se al Dio D’Olanda i poeti non piacciono, il diavolo, al contrario, li segue con attenzione perché la poesia non può che risolversi in una caduta, in una inquietudine perenne che non dà tregua all’anima. Il piccolo poeta sogna di diventare un grande poeta e di cadere. Sa che l’arte non può accontentarsi dell’equilibrio di una vita normale, confida in una grande passione per poter alimentare la sua poesia. Finisce però per sposarsi e per acquattarsi in un matrimonio tranquillo, in una vita borghese che si ripete, giorno dopo giorno, uguale a se stessa. Ma la sua natura di piccolo poeta è sempre lì, in agguato, a ricordargli le ambizioni di un tempo in cui tutto si traduceva in versi da comporre e la vita, tutta, aveva il fascino di un divenire ancora incerto.

 

“In quel giovane signore borghese, corretto e inoffensivo, viveva ancora qualcosa che non era signore, ma uomo, un uomo che non voleva semplicemente morire, che voleva erigere una torre che arrivasse fino al cielo azzurro e durasse in eterno. E un animale che voleva saziarsi divorando tutta quella vita indifferente e quella morte indifferente, che facevano come se lui nemmeno esistesse”.

 

Questa inquietudine diviene insostenibile quando si incontra con quella di una piccola poeta - la giovane cognata - e per volere del Diavolo e di Dio, si tramuta in una caduta senza ritorno.

Chi si è lasciato vincere dalle malìe dell’arte, non può essere sereno. L’autore, in merito, non ha dubbi e chiosa così il suo piccolo poeta:

 

“Vuole lavorare, non pensare. Ma io non credo che riuscirà a soffocare la sua natura. Coloro che Dio ama davvero sopra ogni altro, devono portare il loro fardello fino alla fine.”

 

E fino alla fine, la scrittura di Nescio porta avanti questo fardello senza mai appesantirlo. Le sue storie raccontano, in fondo, un’unica grande storia. Non ci è lecito sapere quanto ci sia di biografico nelle pulsioni dei suoi personaggi, però una cosa è certa: il modo in cui Nescio dice le cose, sottintende l’esperienza di un artista che ha trovato nella sottrazione il giusto compromesso per risolvere il conflitto tra arte e vita, che i suoi personaggi non sono riusciti a superare. Tutta la narrazione è pervasa da un lucido sentimento di nostalgia. Nostalgia non solo per quello che è stato, ma soprattutto per quello che non è stato. Tuttavia, nonostante questo filo rosso che attraversa tutta la raccolta, l’aria che si respira tra le righe non è mai cupa. Il dono della scrittura di Nescio è l’incredibile leggerezza della sua prosa, capace di disegnare scene impreviste e imprevedibili in grado di smorzare anche i momenti più tragici:

 

“Una mattina d’estate, alle quattro e mezza, mentre il sole sorgeva in tutta la sua magnificenza, si è lasciato cadere dal ponte sul Waal. La guardia se ne era accorta quando ormai era troppo tardi.
‘Tranquillo, vecchio mio’ aveva detto Japi, poi si era lasciato cadere con lo sguardo rivolto a nordest. Non si può dire che sia saltato giù, aveva raccontato la guardia: aveva fatto un passo avanti ed era sceso”.

 

E probabilmente, nella scelta dell’autore di tenere la vita di Nescio separata da quella di Jan Hendrik Frederik Grönloh, c’è forse questo stesso presupposto: cadere senza cadere.

 

“Questo è tutto. E una strana sensazione di perennità”.

Commenti

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  • fiammetta palpati (sabato, 05. dicembre 2015 17:03)

    Letta la sua recensione, Giuliana Riccio, avevo voglia di uscire subito, infilarmi in una libreria e sperare di trovarci queste "Storie di Amsterdam". Poi ho dato un'occhiata a quello che si scriveva
    del volume sul sito dell'editore e l'entusiasmo iniziale è un po' scemato. Per tagliare la testa al toro ho letto il pdf dell'incipit: manteneva la promessa. Grazie di avermi fatto conoscere
    l'autore.

 

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