Sono il fratello di XX, Fleur Jaeggy

Adelphi

pp. 129

Euro 15

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Rossella Milone

 

Sono lenzuola sospese per aria - non al sole, e nemmeno nella pioggerella di una giornata qualsiasi. Sono lenzuola umide che stentano ad asciugarsi in una mattinata cinerea, con sporadici raggi luccicanti che si poggiano a macchia sul bianco. Ecco cosa sono, questi venti racconti che compongono l’ultimo libro di Flauer Jaeggy, la scrittrice svizzera di madrelingua italiana. E direi che è proprio la lingua di questi racconti, infatti, lo scalpello che restituisce a tutte le storie qualcosa di inafferrabile e impietoso.

Questa scrittura ha una densità che ricorda il vetro nel suo stato ancora semisolido: pastoso ma elastico, la consistenza perfetta per rendere dicibile la glaciale durezza di queste storie che, senza la rifrazione asciutta della parola, non potrebbe essere detta.

I personaggi sono statue di vetro dalla trasparenza inquietante. La Jaeggy le appoggia appena sulla carta, le stilizza con la china, senza focalizzarsi troppo sul tratto, senza pretendere più di tanto dalle anime storte che ha deciso di raccontare. Linee oblique, pezzi di cristallo smerigliato. Ecco, a leggere questi racconti sembra di venire in possesso di bianche pietre animate, che riescono, con meravigliato stupore, a parlarci delle assenze incombenti che noi stessi creiamo attorno al nostro stato di essere umani. Presenze spiritiche, dalla consistenza di una lama affilata invisibile, ma di cui si sente il sibilo sfiorarci senza tregua l’orecchio. Il vuoto, fisico e metafisico, che occupa accanto a noi la persona assente.

Fleur Jaeggy

È  incredibile accorgersi, durante la lettura, con quanta grazia la scrittura della Jaeggy riesca a cogliere gli aspetti più cinici, minacciosi e malvagi dell’essere umano, capaci di innescare la propria malinconia o, a tutti gli effetti, di causare la scomparsa dell’altro; attraverso l’atto del suicidio, per esempio, attraverso la inoppugnabile consapevolezza della propria inerzia esistenziale, o con la lenta, spietata mortificazione di ciò che rende umana una vita:

 

 

 

 

“Sentiva in tutte le ossa e nel sangue un bisogno primordiale di odio”.


Una volta fatto ciò – dopo aver disegnato a china la trasparenza che rivela l’essenza di questi personaggi – Jaeggy porta a galla quello che davvero le interessa, cioè il disvelamento di tutte le ferite che li abitano. Malinconiche idiosincrasie, rimpianti che non hanno nulla di nostalgico ma caratterizzati da un imbarazzante bisogno di vivere, ricordi sanguinolenti per niente esistenziali ma che trattengono tutto il peso del dolore fisico; come avviene in uno dei racconti più belli della raccolta: Nomi, in cui una cieca con un cane (una moderna Tiresia) accompagna la coprotagonista tra gli alloggi, ormai adibiti a museo, di Auschwitz. Ciò che la cieca non vede noi lo vediamo; ma è nell’atto del non poter guardare quelle scarpe spaiate, quei ciuffi di capelli, quegli occhiali senza lenti, che Jaeggy trasfigura tutto l’indicibile del male che è possibile commettere. Affascinata dai quadri, come si evince dal racconto Il gentiluomo e il ramarro, ispirato da un dipinto di Lorenzo Lotto, o dalla biografie di scrittori e poeti a lei cari, come Ingeborg Bachmann di cui narra la morte in La stanza asettica, o di Iosif Brodskij in Negde, Fleur Jaeggy affronta il racconto con gli strumenti più potenti di questa forma letteraria: il tratto lancinante e la condensazione delle immagini. Per questo, la sua è una lingua allo stesso tempo asettica ma fantasmatica, come una sindone immobile che obbliga a una dolente, precisa carrellata di evocazioni. Un tratto corvino, dalle profondità dilanianti, che ricordano la prosa di Ágota Kristóf, mentre nei toni e nel registro ricrea il ritmo sincopato e drammaturgico di Sarah Kane.

Con questo libro non ci si sente mai al sicuro: è una scrittura che afferra gli organi dentro, che s’infila. La storia di ciascun racconto è messa sempre di sbieco, come se ci costringesse a spostarci fisicamente, piegati un po’ in basso e in avanti per spiare dietro una parola e vedere come va a finire.

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