La maestra dei colori, Aimee Bender

minimum fax

Traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

pp. 258

Euro 15

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Giuliana Riccio

 

L’inizio è teatrale: c’è un Io che monologa e ci presenta paesaggi e azioni. Vediamo un frutteto e una ragazza, una Senza Mele, che non mangia mele, che non le sopporta. Il mondo intorno a lei sembra chiudersi in quel frutteto dove crescono tutte le mele possibili, uno spazio abitato soltanto da Altri che, di contro, si nutrono solo di quelle. Un attimo dopo l’Io si trasforma in un Noi, in un coro da tragedia e ci troviamo con lo sguardo inchiodato al proscenio. La ragazza attraversa il frutteto e il suo corpo estraneo alle mele la rende una facile preda per quei denti abituati a non mangiare altro. Il coro si stringe intorno alla fanciulla dalla

 

"pelle ampia e aperta come un fiume"

 

e la possiede nonostante le sue ciglia luccicanti di lacrime. Dopo il pasto, tuttavia, è lei la prima ad alzarsi. A ristabilirsi come personaggio integro. Il coro di mani e denti resta lì, appiattito, immobile sulla scena, affamato sotto ad alberi che non generano più frutti.

Il girotondo comincia così, con un cortocircuito narrativo. Inizio necessario che suggerisce al lettore di entrare nel cerchio senza riserve e di cominciare a girare. E per girare, girare bene, bisogna assumere dentro di sé l’occhio strabico della Bender, senza il quale La maestra dei colori resterebbe solo una raccolta di visioni e che, invece, con forza antica e originaria, nasconde dentro le sue pagine una vera e propria fenomenologia dello spirito.

Il libro è diviso in tre parti attraverso le quali l’autrice sembra guidarci per gradi verso una consapevolezza sempre maggiore di quello che siamo: esseri dalla natura bifronte, a un tempo divorati e divoratori. La nostra coscienza prende forma in uno sguardo dapprima egoico e individuale per approdare, poi, nell’abbraccio rassicurante dell’Assoluto, ossia del senso di collettività che ci sovrasta e che rende la nostra solitudine sopportabile perché pervasa da una spiazzante solidarietà.

                                                                                                         Aimee Bender Aimee Bender

Quindici racconti alimentati da una scrittura capace di evocare e delineare immagini ricche di imprevisti, mossi da situazioni che si reggono su un perfetto equilibrio tra metafora e realtà.

Una visionarietà eccentrica,

controllatissima, che fa pensare al miglior George Saunders. Una prosa prosciugata, mai superflua, essenziale o esistenziale, che lascia negli occhi un bruscolino magico, quasi lirico. La Bender costruisce luoghi che s'imprimono a fuoco, sia quando si traducono nei tratti di un centro commerciale in balia di adolescenti postumi, sia quando si riversano dentro le pareti di una casa; e questo perché infonde tensione nei gesti, in tutti i gesti, dei suoi personaggi. Una tensione che si mantiene costante non solo all’interno del singolo racconto, ma che permea come un collante tutta la raccolta, lasciandoci ad intendere che, nonostante l’autonomia delle storie, esiste un’interazione profonda tra le parti e che per raggiungere una certa sazietà, il lettore non potrà prescindere da nessuna di esse. I primi racconti, ad esempio, si muovono dentro personaggi edipici, individui costretti a vedere la Verità e in qualche modo a esserne sopraffatti. Seguiamo, allora, la storia di Janet e di suo marito, costretto a pagare la moglie per godere di lei. Li guardiamo fino al disfacimento della loro dualità che avviene quando entrambi comprendono che nulla per Janet è una ricompensa in sé e per sé, che la donna non è più in grado di compiere atti gratuiti. Nessun atto, neppure quello d’amore. A quel punto, il Collare rosso che tiene unita la testa al collo, si spezza e l’Uno torna ad essere solo un uno. Anche la separazione dalla sorella della protagonista di Ricucire le tigri, definisce, come necessaria, la rottura della dualità. All’inizio del racconto, le due ragazze partono insieme verso la fine del mondo. La cucitrice, dalle mani abili, è stata scelta per un compito importante: ricucire le strisce sulla pelle lacerata delle tigri. Tigri malate che approdano sulla scena con quel

 

"lamento che è la peggior solitudine, la peggiore notte solitaria".

 

Per portare a termine questa missione, però, la ragazza sente che le è indispensabile conoscere la verità su quelle ferite. Ed è a questo punto che entra in gioco sua sorella, quasi un archetipo dell’Uomo. È lei, infatti, che assume su di sé il compito di svelare il mistero di quel segreto e da sola procede verso l’ignoto. Tuttavia, una volta raggiunto lo scopo, per questa sorella, non è più possibile il ritorno nel rassicurante sguardo della famiglia. Come se dopo l’appropriazione della Verità agognata, nulla più può essere come prima e, come un Edipo, a questo personaggio non più incompiuto, resta solo una possibilità: andare.

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