La felicità è facile, Massimiliano Nuzzolo

Italic Pequod

pp. 120

Euso 14,00

di Giuliana Riccio

 

Che Massimiliano Nuzzolo sia un fotografo di immagini dal grande impatto emotivo è cosa evidente fin dalla prima pagina del suo La felicità è facile, raccolta di diciannove racconti brevi edita da Italic Pequod. Nel libro l’autore assume i più disparati punti di vista e attraversa un corollario di vicende umane, quasi sempre sullo sfondo di una Mestre posticcia, anonima, sintesi di un non luogo perfetto in cui noi tutti possiamo riconoscerci. Le parole dipingono situazione alla Hopper, quadri che rappresentano interni ed esterni umani in cui i personaggi sembrano non raggiungersi mai fino in fondo e ognuno resta bloccato in una solitudine di impossibile risoluzione. Pochi i dialoghi, in questa raccolta, moltissimi soliloqui interrotti da altri silenzi, assenze imperanti, annunciate dal trillo di un telefono o dal tentativo impossibile di riprendere in mano la vita e di ricominciare. I personaggi di questi racconti finiscono quasi tutti  prima di iniziare, inglobati nel nulla, nel tentativo di una storia che resta appena accennata, dentro le immagini di cadute, suicidi, atti di violenza e fogli accartocciati come individui senza più possibilità.

In Economia di parole,  un uomo al bancone di un bar trascorre il suo tempo con un bicchiere di whisky e il peso di una tragedia familiare.

 

“L’uomo con l’impermeabile chiaro stava seduto in fondo al bancone. Aveva ordinato un bicchiere di whisky, forse un’ora prima. Non lo beveva: lo rigirava tra le mani, lo osservava come se dentro quel bicchiere ci fosse stato un mondo che solo lui poteva vedere.”

 

Il tentativo del barista di entrare in questo mondo, di fare spazio nel silenzio, viene ghiacciato dalle uniche parole pronunciate dal suo cliente: “mia moglie è morta”. La morte, un nome  che dovrebbe essere collettivo, ma che resta tragicamente individuale e che impedisce la condivisione delle solitudini, chiosa il finale di questo quadro e sembra stabilire una volta e per tutte la poetica dell’autore:

 

“Non esisteva alcun motivo di fare conversazione”

 

Nel mondo dipinto da Nuzzolo non sembra esserci spazio per  la complicità, gli individui non comunicano, restano deficitarii di una collettività in grado di sostenerne la corsa, il volo. Per questo motivo sono destinati a schiantarsi e I figli di una caduta non sono mai nulla di buono.

In alcuni casi, come nel Mongoloide, o in Mestre Tossica, Nuzzolo si affida al linguaggio colloquiale, ironico, tondelliano, per eliminare il presagio di una sventura, altrimenti troppo evidente, dalla pelle dei suoi personaggi. Tuttavia, questa operazione, a tratti, lede la corposità dei suoi protagonisti che finiscono per decolorarsi e mescolarsi ad un già visto, ad un già letto troppo evidente. Questo avviene soprattutto perché a sostenerli non c’è un’idea narrativa centrale, forte abbastanza da motivare il gioco linguistico o l’evasione del narratore che, in molti casi, non narra una storia, ma lascia correre il suo pensiero per fissare delle idee sulla pagina come in L’amore è alieno e fa morire in, cui l’analisi delle ultime sequenze del film Alien 4 diviene, per l’autore, pretesto per  comporre un’epigrafe del suo punto di vista sul mondo. Troppo spesso la forza delle immagini, di per sé sufficiente a veicolare l’attenzione di chi legge, subisce una smorzatura da parte dell’autore che prima dipinge e poi, non fidandosi forse del suo pennello, spiega la sua immagine disciogliendo l’incanto di quanto era riuscito così abilmente a evocare. È probabilmente anche un problema di misure: un racconto breve è forse una delle forme narrative più complesse da realizzare. Lo si potrebbe paragonare ad un haiku, in cui diciassette sillabe devono sostenere il processo di  trasumanazione  di un attimo di vita e donare a un fiocco di neve, ad un fiore o alla luce lunare, quel senso di eternità che un essere caduco, per contrasto, evoca. In un racconto breve la struttura della narrazione non può sfaldarsi in teorizzazioni di pensiero. Il tema enunciato deve svolgersi secondo un ritmo quasi sincopato, non sono ammesse divagazioni non necessarie, la catastrofe deve sciogliere i nodi o lasciarli vibrare in un’eco pronta a farsi cassa di risonanza del nostro orizzonte  emotivo e nostalgico.  “A scrivere un haiku basta un ragazzino alto come un germoglio di bamboo” diceva Basho, ricordando a chi volesse cimentarsi con questa arte che era essenziale non perdere la verginità, propria di un fanciullo, nello scoprire il mondo, senza lasciarsi condizionare da preconcetti o sovrastrutture superflue, che riducono il sogno ad una bugia.

Massimiliano Nuzzolo

La scrittura di Nuzzolo, riesce a raggiunge veramente il suo scopo lì dove la narrazione si fida di se stessa ed è guidata dall’inizio alla fine da un obiettivo preciso: il raccontare i fatti facendoli semplicemente accadere. Uno dei racconti più riusciti della raccolta Jurassic Punk, trae forza proprio da questa spontaneità del narrare che altrove l’autore non si concede. Seguiamo qui, realmente incantati, le vicende del piccolo protagonista che nell’estate più brutta della sua vita, la mamma è in ospedale gravemente ammalata, si affida ad un sogno: Spielberg a Carpenedo per girare il seguito ET, il suo film preferito . Il sogno si realizza riga dopo riga e il ragazzino divenuto quasi il braccio destro del regista, vive la sua estate sul set e scopre, sostenuto dalla sua innocenza, la terribile provincialità del luogo in cui vive.


“Durante l’incontro tra municipalità e Spielberg vennero suggerite piccole modifiche alla sceneggiatura. Si consigliava che l’extraterrestre fosse ghiotto sì di kebab, ma che dopo aver assaggiato i bigoli in salsa e le sarde in saor, li preferisse con gusto a quell’orrendo panino straniero e, altra piccola richiesta, che l’alieno pronunciasse alcune parole in veneto”.


Nello spazio di questo racconto avviene la sintesi tra le capacità visionarie dell’autore e il suo sguardo disincantato sul mondo. Disincanto che, sostenuto da un punto di vista bambino, gioca e non teme di non essere preso sul serio.

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