L'invasione, Ricardo Piglia

edizioni Sur

Traduzione di Enrico Leon

pp. 187

Euro 14

di Bruno Puntura

 

Da qualche settimana c’è qualcosa di inedito che si aggira nelle librerie italiane. Si tratta de “L’invasione” di Ricardo Piglia, edito da Sur. Una raccolta di 15 racconti, molti dei quali pubblicati nel 1967: rivisti oggi direttamente dall’autore e, soprattutto, mai visti negli scaffali delle nostre librerie.   

“Riscrivere vecchie storie cercando di fare in modo che siano uguali a com’erano…” scrive Ricardo Piglia nell’introduzione alla raccolta “… è una benevola utopia letteraria, in ogni caso più benevola della speranza di inventare sempre qualcosa di nuovo. Un’ulteriore illusione potrebbe farci pensare che, riscrivendo i racconti che abbiamo concepito nel passato, ritorniamo a essere quello che eravamo al momento di scriverli”.  Non so voi, ma per quanto mi riguarda questa è una delle più belle dichiarazioni d’amore verso la scrittura, un attaccamento quasi morboso nei confronti del racconto (di cui è non solo appassionato, ma anche acuto teorico) e, nello stesso tempo, una presa di coscienza di una sconfitta: il tempo passato non tornerà più, nemmeno attraverso quella magia che la parola scritta riesce a riprodurre sulla carta.

Una cosa però è certa: entrare nei racconti di Ricardo Piglia è come entrare nella storia – Argentina in particolare – in quel tempo che è già passato e che ha generato storie memorabili, che non solo vale la pena raccontare, ma soprattutto vale la pena leggere. Vanno in questa direzione “Gli atti delle sentenza” e “Mata-Hari 55”, due racconti fortemente legati all’Argentina. Il primo è un racconto perfetto, nei tempi e nello stile, che racconta l’assassinio del generale Urquiza, il comandante della provincia di Entre Ríos che partecipò alle guerre civili, sconfisse Rosas nel 1852 e lottò per più di dieci anni con Buenos Aires, a capo di una Confederazione di province dell’entroterra, e che fu ucciso per mano dei suoi stessi uomini, l’11 aprile 1870. È un racconto che ha il sapore di un documentario che intende fare luce sull’accaduto, attraverso le stesse parole dei uno dei protagonisti. È Robustiano Vega a iniziare il racconto con una dichiarazione talmente lucida da gelare il sangue di chi legge:

 

“Quello che voi non sapete è che era già morto da prima. È per questo che voglio raccontare tutto dall’inizio. Perché non si pensi che mi sia pentito di quello che ho fatto. Che una cosa è l’amarezza, un’altra il pentimento. E quello che ho fatto era già stato fatto e non è stato che un favore, qualcosa che si fa solo per far smettere di soffrire.

Qualcosa che non importa a nessuno. Nemmeno al Generale”.


 

Ricardo Piglia

Un’altra parta della storia Argentina si apre sfogliando le pagine di “Mata-Hari 55”, un racconto del 1966 che riporta le azioni clandestine delle «pattuglie civili» che cospiravano contro Perón alla vigilia della Rivoluzione Liberatrice e che lo hanno rovesciato nel settembre del 1955.

Tuttavia, anche se si tratta di un racconto storico, c’è spazio anche per tutto il resto: per l’amore, la dolcezza e perfino per una lezione sulla scrittura tra ciò che è vero e ciò che è verosimile:

 

“Chi pensa che sia più facile raccontare fatti veritieri che inventare un aneddoto, le sue relazioni e le sue leggi, si sbaglia. La realtà, si sa, ha una logica sfuggente; una logica che sembra, a tratti, impossibile da narrare. Di fronte al rischio di violentarla con la finzione,

 ho preferito trascrivere quasi senza modifiche il materiale da me registrato

in varie interviste. La lealtà del Grundig w2a portatile serve come testimonianza della veridicità di questo racconto”.

 

E c’è poco da fare: la capacità di raccontare molto in poco spazio è puro appannaggio delle grandi penne e, quando capita di scoprirne una, si resta senza parole. L’unica cosa che ti viene da dire è: leggetelo il prima possibile e, se l’avete già letto, rileggetelo.

“L’invasione” rappresenta il punto di partenza di Ricardo Piglia. In questo senso è dedicato ai suoi lettori più incalliti, in cui potranno finalmente vedere una delle prime apparizioni di Emilio Renzi, alter ego dello scrittore argentino. Lo vediamo muoversi a Torino – più precisamente nelle Langhe – nel racconto “Un pesce nel ghiaccio”, in cui Emilio Renzi ha vinto una borsa di studio per approfondire l’opera di Cesare Pavese. Un racconto dai sapori noir, dove uno dei personaggi più famosi della letteratura argentina “pensava al suicidio di Pavese come a un crimine che bisognava risolvere. C’erano piste, indizi, varie testimonianze. Non c’era un criminale, c’erano solo strani avvenimenti che aspettavano di venire chiariti. Pagherei a peso d’oro un assassino che mi accoltellasse nel sonno, aveva scritto Pavese”. Si tratta forse del racconto più autobiografico della raccolta, dove viene fuori l’aspetto più umano di Piglia, attraverso una ricostruzione dettagliata di un amore: quello dell’autore per lo scrittore italiano. 

Questo è uno di quei libri che è bello scoprire all’improvviso, come due sguardi che si incrociano senza un motivo preciso ma che poi fanno battere il cuore per molto, molto tempo.

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