Il karma del pinolo, Luigi Cecchi

Del Vecchio Editore

pp. 240

euro 15

di Giuliana Riccio

 

Diciassette sono i racconti che compongono Il karma del pinolo (Del Vecchio editore) di Luigi Cecchi, un autore noto al pubblico soprattutto per la produzione di comic strips dominate da nonsense e situazioni paradossali. Una raccolta intrisa dell’immediatezza tipica del fumetto e della sua capacità di osservare le cose attraverso un linguaggio temerario, mai timoroso di incappare nelle faziosità della retorica narrativa. E questa capacità, qui, anche in assenza di vignette, si mostra in tutta la sua esuberanza e poliedricità. La raccolta che Cecchi ci offre, infatti, racchiude situazioni diversissime tra loro il cui unico filo conduttore, apparentemente, sembrerebbe situarsi nella volontà autoriale di squarciare  la patina di ovvietà che riveste l’esistenza attraverso situazioni impreviste, imprevedibili, surreali. Ma a ben guardare c’è dell’altro, ed è il racconto che dà il titolo alla raccolta a darci l’opportunità di cogliere l’impalcatura ideologica che si nasconde dietro alla moltitudine di situazioni che vengono narrate. La protagonista, qui, si trova a riflettere sul senso dell’esistenza, non è un caso che stringa tra le mani un libro di Kafka dal quale viene continuamente distolta, ed estende il concetto di karma a tutti gli esseri viventi, compreso il pinolo:

 

“Ogni pinolo è un potenziale albero, quindi possiamo giudicarlo come essere vivente a sé stante, e non come la parte di un tutto. Nasce dalla pigna, cade nel terreno. Se gli va bene, con la pioggia e con il vento, finisce per rotolare lontano, su un morbido cuscino di terriccio umido, quella stessa zolla che forse un giorno godrà dell’ombra dei suoi rami. Eccolo il destino del pinolo. Nascere, germogliare, crescere. Morire, forse, un giorno. Tutto qui?”

 

Ogni uomo è un potenziale albero il cui racconto, però, resta ingabbiato il più delle volte in un’esistenza ciclica, in un’evoluzione bloccata dalla ripetitività dei gesti e delle situazioni quotidiane. Può accadere, però, che qualcuno rompi il guscio che avvolge il pinolo liberandolo dall’inerzia e offrendogli prospettive esistenziali diverse:

 

“Anche un pinolo può fare cose buone, e senza nemmeno esserne consapevole. Tutto quello di cui ha bisogno è di qualcuno che lo colpisca con un sasso. Con la giusta forza, senza schiacciarlo, ma quel tanto che basti a liberarlo dal guscio. Da quel momento il pinolo non diverrà mai un

albero alto e frondoso, non ospiterà mai nidi di rondini (ma nemmeno fusi di processionarie), e non darà mai alla luce altri pinoli. Morirà presto, né più né meno di tanti altri suoi fratelli, che resteranno addormentati tra i fili d’erba. Ma al contrario di loro, quel seme non rinascerà seme.

Diverrà qualcosa di più, qualcosa di migliore.”

 

Luigi Cecchi

Ed è così che Cecchi prende un sasso e rompe l’ordinario svolgersi degli eventi nella vita di persone comuni, rimescola le carte dei loro destini e offre al lettore la possibilità di cogliere per mimesi la straordinarietà potenziale di ogni fatto, anche di quello più comune, noioso e privo di qualsiasi attrattiva come la fila alla posta.                                                                                                                                   

 In questo libro tutto diviene il contrario di tutto, e dietro a ogni situazione si nasconde, in agguato perenne, la rottura della stessa. Così la Felicia dell’omonimo racconto, una mattina durante la spesa al supermercato, viene colta dalla certezza che a breve dovrà morire e, da quel momento, il suo imperativo categorico sarà la fuga da casa, dai suoi affetti, dal panorama  noto della sua famiglia, per raggiungere spazi geografici lontani, una foresta di conifere dove attendere il momento in cui potrà ricongiungersi alla natura.
 

In Nascita di un edificio la critica all’edilizia spasmodica viene trattata con grande delicatezza, sfruttando tutte le potenzialità di una struttura narrativa surreale. Un ruolo del tutto inaspettato viene dato all’elettricista Marco che in virtù del suo mestiere, della sua capacità di dare luce, si ritrova ad assumere connotati ostetrici indispensabili per la nascita di una nuova palazzina.
 

Nell’Apriscatole è la monotona vita di una casalinga compulsiva, amante dell’ordine, ad essere scandagliata dall’occhio strabico dell’autore che se ne serve per mettere in piedi una situazione paradossale in grado di farci riflettere su aspetti quotidiani in cui è impossibile non identificarsi.  Passi come questo, ad esempio:

 

 “Un bofonchio particolarmente rumoroso la distrasse, si accorse che Enzo si era già appisolato. Meglio così: se non prendeva sonno finiva per scendere al bar a guardare la partita con gli amici, e di solito non si faceva rivedere che per cena. Non che la presenza del marito in casa le fosse di qualche aiuto,

ma c’era qualcosa di confortevole nel fare le cose quando Enzo era presente. Le sembrava che ogni cosa acquistasse un po’ più di senso, come se la sua sola figura sullo sfondo giustificasse la faticaccia che Marianna faceva per render la loro vita un po’ migliore.”

 

riescono ad avvicinare il lettore all’umanità intrinseca di questi personaggi e gli permettono di intrecciare intimi dialoghi con eventi in cui, nonostante l’irrazionalità dominante, è impossibile non scorgersi, non sentirsi.

A questa scrittura umoristica e vivace non mancano tratti lirici che a volte, come nel caso del Senso di protezione, avvolgono l’intero racconto scandendolo con il ritmo nostalgico di una ninna nanna Qui, il senso cullante dell’ abbraccio materno è dato dalla presenza/assenza di un’ esplicita figura immaginaria, Anna, e dalla crescita del protagonista che da bambino, costretto a fare i conti con la perdita precoce del padre, in poche pagine diviene adulto, in un susseguirsi di situazioni che, tuttavia, conducono a una perdita di certezze abilmente resa dal climax discendente che decolora, passo dopo passo, la realtà fino ad annullarla.

Alcune volte, invece, il cambiamento di stile è spiazzante e spinge a rileggere il racconto per osservarlo da un’altra prospettiva e coglierne, dunque,  la profondità nascosta. È il caso di Israfel in cui i protagonisti sono arcangeli imbranati alle prese con miracoli da distribuire e uomini cliché dai tratti volutamente esagerati che precipitano in un finale riflessivo, il cui senso si spinge ben oltre il racconto per avvolgere presumibilmente l’intera raccolta:

 

“Israfel sollevò la mano e schiuse delicatamente le dita. Una tenue luce dorata si sprigionò dal suo palmo. Il miracolo era lì, che ancora attendeva di essere consegnato. Ma ormai l’occasione era sfumata, non c’era più un destinatario.

– Adesso non so che farne. Serafiel guardò intensamente la luce che brillava nella mano di Israfel, poi sollevò il capo.

– Allora gettalo via. Qualcuno lo troverà.”

 

Cecchi, nel karma, sembra aver voluto provare a fare questo: distribuire miracoli, ossia la possibilità di recuperare la capacità di attendersi tutto dalla vita e di considerare miracoloso non il pianto sanguigno di una roccia, su cui ironizza ne La Roccia del Diavolo, ma la certezza degli affetti e l’onestà dei sentimenti.

Vale, forse, più di tutte, la nota esplicativa dei redattori a fine libro, nella sezione Istruzioni per l’uso in cui leggiamo, a proposito del Karma del pinolo:

 

“(…) Quando il prodotto viene consumato, solo una porzione delle sostanze in esso disciolte entra a contatto con le papille gustative, mentre il resto, per la consistenza del veicolo, passa oltre senza essere apprezzato, producendo comunque gli effetti desiderati.(…)”

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