Il gioco e il massacro, Ennio Flaiano

a cura di Anna Longoni

Adelphi

pp. 316

euro 14

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Bruno Puntura

 

 

Sfoderate le vostre matite migliori e i vostri temperini più affilati perché con Ennio Flaiano c’è da sottolineare. Vi verrà la voglia di conservare ogni battuta, ogni folgorante intuizione che incontrerete lungo i paragrafi di Oh Bombay! e Melampus, i due racconti che compongono Il gioco e il massacro. Due racconti che – ci avverte subito Flaiano – si “riflettono l’uno nell’altro e si completano”: il primo racconta la trasformazione di un uomo, il secondo quella di una donna. Ma non è il gioco ad incastri l’aspetto più raffinato del volume, quanto l’analisi dei personaggi – tipica di Flaiano – che ha un gusto cinematografico e visionario. Proprio come in un film s’inizia con un campo lungo, per poi andare a stringere, attraverso uno zoom sul dettaglio, sui tic, sulle nevrosi e sulle paure dei protagonisti di Oh Bombey! e Melampus: Lorenzo Adamante, produttore cinematografico che ha una misteriosa relazione con una certa Anna Bac; e Giorgio Fabro, sceneggiatore, che s’innamorerà della donna-cane Liza Baldwin.

 Il faro è puntato sulla borghesia intellettuale che Flaiano conosce benissimo, perché in qualche modo ne faceva parte egli stesso. E Flaiano, con abilità, ne racconta la noia, l’impotenza, l’inflessione alla marchetta e al bigottismo dall’interno, svelandoci particolari e dettagli inusuali.

 È il caso di Lorenzo Adamante, che cerca di rifuggire la propria omosessualità in una misteriosa relazione con Anna Bac e nell’amore verso la battuta tagliente e cinica, che funziona quasi come uno scudo protettivo. Anna Bac, dal canto suo, pensa che conversare con Adamate le “avrebbe dato lustro nella società”. È uno scambio alla pari, il cui scopo sembra essere quello di “ritardare l’attimo della fine”. Fine che forse non arriverà mai, sospesa per sempre in un limbo visionario.  

 Se la forza del racconto è la brevità, la grandezza di Flaiano è la sintesi. Verso la fine del racconto verrete folgorati dalle battute di Adamante, che esplodono come prepotenti fuochi d’artificio in un cielo buio e, come loro, lo illuminano:

 

“so più di Amleto che di qualsiasi altro mio amico”; “non posso prendere impegni superiori alle mie debolezze”; “non ho capito bene il suo nome, ma non ho difficoltà a crederle”; “prima di Freud l’amore era un piacere, adesso è una necessità” o “signora, nell’amore di gruppo c’è almeno il vantaggio che uno può dormire” 

 

 

Ennio Flaiano

 e così via, fino a farvi venire i crampi alla mano. Avanti, non siate timidi: prendete appunti!

Se i crampi vi saranno passati potrete voltare pagina e conoscere Melampus o Melampo, il cagnolino di Giorgo Fabro che dà il titolo a uno dei racconti più famosi di Ennio Flaiano. È la storia del non più giovane Giorgio, appunto, e della giovane e bella Liza Baldwin che s’incontrano a Central Park per far accoppiare i rispettivi cani, ma finiscono “per far loro quello che i due cani non vogliono fare": ovvero innamorarsi e confondersi l’uno nell’altro fino a quando, questo amore, non si trasformerà in qualcosa di malato o, forse, di troppo reale. Fino a quando Liza assumerà gli stessi atteggiamenti di un cane, ma non l’aspetto. E qui, Flaiano, è straordinario: riesce a rendere una metamorfosi visionaria quasi reale, introducendoci alla nuova natura di Liza in modo realistico. Si inizia con i “colpi lievi e decisi di lei sul braccio” lo stesso “colpo di Melampo quando vuole attirare l’attenzione” per passare a Liza che lambisce Giorgio con “la spalla e con la lingua, annusandolo” o quando gli lecca “più e più volte il naso con un ringhio disumano di felicità” e ancora, lei  che lo ascolta “con un occhio aperto e allarmato, ma senza abbaiare”.

 Leggendo Melampus viene da chiedersi: sono i normali atteggiamenti di una donna innamorata o e la metamorfosi di qualcosa di spaventoso? È il desiderio di essere fedeli all’amore o l’alienazione all’amore? Si tratta della paura di Giorgio di essere amato da una donna fedele o è la lotta per l’ultimo amore possibile? Perché, come dice Giorgio a Liza,  

 

“l’amore è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai ragazzi. Credono che sia un balletto, o una commemorazione scespiriana all’aperto, da ripetersi all’infinito come nell’arcadia delle carte da parati. Il loro modello è sempre Giulietta e Romeo, ma non sanno che in Giulietta e Romeo parlano due vecchi, non due giovani, che il loro è l’ultimo cosciente e disperato amore, non il primo”.

 

 È difficile a dirsi, perché Melampus è la metafora di troppe cose insieme, della paura dell’uomo di scoprirsi vulnerabile nell’amore e terrorizzato nel riflesso delle proprie emozioni “in una società dove la metamorfosi è una vita di ricambio, tra il gioco e il massacro”. E se alla vostra matita è rimasta ancora un po’ di punta, vi consiglio di segnarvi anche questa.  

 

 

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