Gennaio senza nome, Max Aub

Nutrimenti

A cura di Eugenio Maggi

pp.192

Euro 17

 

di Giuliana Riccio
 

 

(Forse gli uomini sono disgraziati perché si muovono tanto,

ma è più quello che si porta via il vento).

 

Come riuscire a guardare da dentro gli eventi che ti hanno cambiato la vita e allo stesso tempo assumere verso di essi un atteggiamento straniante? Come recuperare il passato cicatrizzandone il dolore senza risolverlo? E come far parlare i fatti, osservarli da più e più angolature senza perdere di vista il punto di vista personale, soggettivo e profondo di chi quei fatti li ha vissuti sul proprio corpo? Max Aub ci riesce così, facendo parlare una pianta, affidando a un albero il compito di ripercorrere un momento cruciale della propria esistenza e di quella di un intero popolo:  la ritirata repubblicana del 1939. Una pianta  ha bene in mente cosa significhi avere salde radici, una terra in cui sedimentare speranze e fruttificare. Tutte cose di cui la gente divelta non può più godere.

Così, il suo Gennaio senza nome, con questo sguardo aereo e piantumato, ci offre la possibilità di entrare in un laboratorio di voci e storie possibili, verità che restano tuttavia sospese, in attesa di approfondimenti. Un racconto cornice che giustamente è stato scelto per inaugurare la raccolta che Nutrimenti ha voluto dedicare a questo autore poco, pochissimo noto al pubblico italiano.

 È il curatore stesso dell’opera, E. Maggi, a dirci, nella sua introduzione, che per la scelta e organizzazione dei brani antologizzati ha preferito non  seguire l’ordine di pubblicazione degli stessi cercando, piuttosto, di  ripristinare una cronologia degli eventi che coinvolsero i repubblicani di Spagna, dal ‘39 in poi: dall’esodo alla detenzione nei campi di concentramento, fino all’esilio in America latina. Il risultato di questa scelta è stato quello di creare un romanzo corale in cui un protagonista collettivo -  la massa di civili che si riversa lungo il confine con la Francia nella speranza di raggiungere l’al di là dei Pirenei e sfuggire all’esercito franchista - diviene di volta in volta un individuo particolare inglobato in una situazione specifica che, tuttavia, non appare mai slegata da quelle precedenti o successive. E se da principio lo sguardo narrante è quanto di più estraneo alle vicende umane ci possa essere, nei successivi racconti le zoomate diventano sempre più precise e frequenti.

Aub, che ha vissuto una vita in esilio, raccogliendo le fronde di un passato scomodo al suo presente, un passato accantonato dagli eventi ad esso successivi, vive la scrittura come un nostos, come un modo per  restituire alla coscienza storica  una verità di cui è stato vittima e testimone. La sua è scrittura che si trascina dietro l’iconica forza dei sopravvissuti, che riesce ad essere essenziale anche nella sovrabbondanza di immagini e registri trasformando un possibile delirio linguistico in una perfetta sintesi della realtà più crudele.  “Io non invento niente” , sosteneva lo stesso Aub nel parlare del suo lavoro di scrittore, e in effetti  la sensazione è quella di assistere a un processo in cui i personaggi dei racconti, che sintetizzano le sue  esperienze di guerra, siano testimoni coinvolti in un’intima e confidenziale esposizione cronachistica volta a recuperare e a svelare cose che non  fa piacere a nessuno ricordare:

 

“Lo avevo dimenticato. Giuro. Voglio dimenticarlo di nuovo. Non l’avevo dimenticato. Succede che c’è un compartimento dove riposano (riposano?) alcune immagini cardine della nostra vita, un nascondiglio di cui abbiamo la chiave; sappiamo cosa c’è dentro, non lo facciamo uscire.
Se scappano, poi, chi le rinchiude più ancora vergini?”

In questi otto racconti Aub incede di tanto in tanto su di un personaggio quasi a ricordarci che se guerra, esilio e campi di concentramento possono ridurre gli uomini ad esseri senza nome, è compito della narrazione  almeno tentare un recupero onomastico delle identità perdute. Fino alla fine, anche dentro la morte, resiste la celebrazione della vita, di quella vita  che avrebbe potuto compiersi in modo diverso se non si fosse schiantata contro l’ingiustizia, contro  l’idiozia. Così, nel bellissimo Il lustrascarpe del padreterno il Malaga assurge a simbolo di un’innocenza massacrata, deformata, abbruttita ma non annullata. Il Malaga, deficiente ma non stupido, subisce gli eventi senza riuscire a decodificarne il senso storico:

“Senti, ma noi perché ce ne andiamo?”.

“Io coi fascisti non ci resto manco morto…”. Il Malaga si morse a lungo il labbro superiore, sistemò più volte la testa, che era il suo modo di esternare dubbi
e il suo assenso di fronte a qualcosa che il suo spirito proprio non riusciva ad afferrare.

 

Nel campo di concentramento di Djelfa il Malaga si interroga sulle proprie responsabilità, non sa spiegarsi l’orrore che sta vivendo, si chiede cosa abbia fatto per meritarsi i maltrattamenti che quotidianamente subisce, si chiede perché la gente sia diventata cattiva, di una cattiveria totalizzante che morde e depriva gli uomini di qualsiasi speranza, e in questo attonimento giunge a darsi risposte che nessun altro avrebbe potuto darsi. Nell’esperienza concentrazionaria non c’è spazio per la ragione e solo la follia può vedere le cose per quelle che sono:

 

“Adesso tutti gli uomini sono cattivi”, mi diceva l’ex lustrascarpe.

“Non tutti”.

“Tutti. Li hanno cambiati. È come se Dio l’avesse morso un cane rabbioso.

 

E se Dio ha la rabbia può accadere ogni cosa, anche che si frantumi del tutto il rapporto menzogna/verità. In Librada le riflessioni di Aub scandagliano il tempo della guerra fredda e della devozione verso un partito, quello comunista, consciamente dimentico del patto Molotv- Ribbentrop. Anche qui, a pagare le conseguenze di una schizofrenia etica è la gente comune ingannata e usata dai propri stessi ideali. La fede nel partito ha sostituito la fede in Dio e la nascita di un materialismo storico a cui le vite altrui sono subordinate.

 

Il Partito viene prima di tutto il resto. Se hanno accusato Ernesto ci saranno delle ragioni, non avere il minimo dubbio, di nessun genere. Qualunque cosa si faccia, se alla fine favorisce il Partito va bene. È l’unico modo per arrivare  a un mondo più giusto. Non c’è altra via.

 

È nel personaggio di Remigio, in  Il colpo di grazia, che si definisce il malessere di Aub nei confronti di una Storia manipolata dai vincitori in cui è impossibile un recupero oggettivo del passato. Esule in Messico, lo scrittore Remigio torna dopo anni in Spagna e si rende conto dell’invisibilità della sua condizione: le nuove generazioni per le quali aveva combattuto, non hanno memoria alcuna delle imprese di quei repubblicani che senza essere, o voler essere, eroi si trovarono immischiati nei fatti del ‘39. L’incontro con un figlio ormai adulto che non riconosce al padre alcun valore storico-politico, né tantomeno artistico, lo mette di fronte a questa angosciosa realtà.  La Spagna tutta gli appare sotto una luce diversa. È cambiata, si è ‘adultizzata’ smarrendo la genuinità degli ideali passati, è andata avanti, è andata oltre senza aspettare o voler aspettare il ritorno dei sommersi.

 

“Non so perché abbiamo creduto che, mancando noi, il paese sarebbe caduto in un sonno

profondo, immobile come la Bella Addormentata; in nostra attesa, come se fossimo il Principe indispensabile per poter riprendere a camminare…”

 

Remigio in Messico ha provato a scrivere, a raccontare le cose per combattere l’oblio. Ma la sua opera narrativa non ha conosciuto alcuna gloria. Non è entrato nei libri di storia della letteratura,  pochissime persone hanno letto i suoi libri, e in questo fallimento artistico Aub individua il fallimento più grande della Rivoluzione:

 

“Credi che abbiamo fatto la guerra per farti figurare nelle storie della letteratura?”.

“Sì”.

Mi lasciò a bocca aperta.

“Abbiamo perso. Non l’ho ammesso fino a ora, quando sono tornato. Credevo che, nonostante tutto, fosse ancora vivo il nostro ricordo, la nostra traccia; che la gente non parlasse, non scrivesse di noi perché non poteva, perché glielo proibivano, per paura. Magari sarà stato vero nei primi

tempi, però dopo, subito, siamo stati semplicemente cancellati dalla faccia della terra. Un autentico colpo di grazia. Nessuno sa chi siamo stati, né tanto meno quello che siamo”

 

L’arte, la narrativa, che da sempre sono considerate come opportunità per ergersi al di sopra del tempo e di sopravvivergli,  sono state sconfitte e con loro la libertà. La scrittura non è riuscita a vincere il silenzio,  non ha prodotto, quindi,  un’arringa finale vincente che potesse dare ai vinti della Storia, quantomeno,  l’assoluzione.

Commenti

Non sono ancora stati effettuati inserimenti.
Inserisci il codice
* Campi obbligatori

 

ATTIVITÁ
 

Consiglia questa pagina su:

Stampa Stampa | Mappa del sito Consiglia questa pagina Consiglia questa pagina
© Osservatorio Sul Racconto - 2014 Tutti gli articoli presenti su Cattedrale sono tutelati dalle clausole del Creative Commons