Fama, Daniel Kehlmann

Feltrinelli

Traduzione P. Olivieri

pp. 152

euro 14

 

di Mara Andrione

 

Daniel Kehlmann diventa un autore conosciuto a livello internazionale nel 2005, con la pubblicazione del romanzo Die Vermessung der Welt (La misura del mondo, Feltrinelli, 2006), storia romanzata e reinventata delle vite di Alexander von Humboldt e Carl Gauss. Pochi anni dopo esce la sua seconda opera, la raccolta di racconti Ruhm - Ein Roman in neun Geschichten (2009). In Italia è pubblicato da Feltrinelli nel 2010 col titolo Fama – Romanzo in nove storie.

Del romanzo c’è ben poco, si tratta tuttavia di un’interessantissima e ben congegnata raccolta di racconti, dove le connessioni a volte tenui a volte fondanti per la trama si distendono fra una storia e l’altra come una ragnatela che ne moltiplica e rispecchia i significati. I personaggi sono alle prese con la fama, o - più esattamente – con i frammenti della propria identità, di cui vogliono del tutto disfarsi o che tentano invano di tenere insieme. Il concetto (di identità con se stessi) si rivela ovviamente nient’altro che un’illusione. Anzi: il fatto stesso di pensarci genera pirandellianamente confusione. È così che l’identità diventa auto-rappresentazione, dice Kehlmann.

 

“Da tempo sospettava che essere fotografato gli consumasse il viso. Era forse possibile che ogni volta che una persona veniva ripresa ne nascesse un’altra, una copia non perfettamente riuscita, che scalzava il proprio essere da se stessi? Gli sembrava che ormai, dopo tanti anni di notorietà, gli fosse rimasta soltanto una  piccola parte di sé e che non gli restasse altro che morire per stare solo nella sua vera dimensione: i film e le innumerevoli fotografie.” (La via di scampo)

Daniel Kehlmann

In queste storie i media e le tecnologie di comunicazione (i cellulari, internet) fanno la parte del diavolo, dissolvendo ogni possibilità di contatto e genuinità, e aggiungendosi in questo ruolo a un diavoletto vero – una sorta di “taxista” - che compare misteriosamente in un paio di occasioni per sospingere i personaggi in braccio al proprio destino e all’autodistruzione. Una batteria scarica ci precipita - da un convegno di scrittori più o meno famosi - direttamente nel mezzo della steppa, dimenticati dal mondo, a scaricare casse di patate. Uno scambio di numeri di telefono causato da un errore della compagnia telefonica trasforma la nostra esistenza di stelle del cinema in un lungo equivoco, e scopriamo che qualcun altro sa recitare la nostra parte meglio di noi. Oppure, al contrario, l’avere incidentalmente dirottate sulla nostra linea le telefonate indirizzate a un attore ci rende impossibile sopportare oltre la banalità della nostra vita. 

Quello che ci collega agli altri a distanza è anche ciò che ci fa perdere ogni legame col mondo, mettendo a repentaglio il nostro senso di ‘realtà’ e, appunto, quell’illusorio senso di identità evocato in diversi racconti della raccolta (Voci, Est, Come ho mentito e sono morto, Un contributo alla discussione). Inoltre, ciò che ci rappresenta (la fama) è proprio ciò che più ci aliena da noi stessi (La via di scampo, In pericolo, Risposta alla badessa). È così per l’attore che studia le proprie mosse su YouTube per diventare un sosia mediocre di se stesso. È così per la fidanzata dello scrittore famoso, che si ritrova suo malgrado imprigionata in una delle sue storie di invenzione.

Gli unici che dovrebbero essere pienamente coscienti di questa trappola sono proprio loro, i professionisti della rappresentazione, gli scrittori: in Fama, Leo Richter, alter ego dello stesso Kehlmann, e un altrettanto riconoscibile Miguel Auristos Blancos, l’autore di bestseller filosofici che ispirano il mondo all’amore e alla scoperta di sé. Tuttavia, anche se consapevoli dell’equivoco, i due non sembrano in grado di sfuggire ai sentimenti di noia e di depressione, che il tentativo di conformarsi alle proprie opere (e alle aspettative del pubblico) crea.

 

“«Signor Richter, da dove trae ispirazione?» «Vasca da bagno», disse Leo a occhi chiusi. «E preferisce scrivere di... » «Sempre di pomeriggio».” (In pericolo)

 

Non c’è quindi salvezza, né soluzione: all’essere famosi, al non esserlo, all’essere oppressi da una routine soffocante, e al tentativo di evadere ad essa tramite la letteratura o il commento selvaggio sui blog di avvistamento celebrities. Anche non farsi imprigionare in una forma unica e definita dalle rappresentazioni - proprie e altrui - sembra quantomeno utopico. Tutto quello che definisce avvicina alla morte, e nessuno vuole veramente morire. Ma un personaggio che sfugge alla propria definizione è un personaggio che non può più essere raccontato (Rosalie va a morire). La letteratura – deduciamo - è anch’essa un esercizio letale.

 

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