Draghi, Riccardo Corsi

Nottetempo

pp. 120

euro 10

 

 

di Giuliana Riccio

 

Bisogna partire dal vento.  È questo il protagonista assoluto di Draghi, libro di racconti, raccolta di intuizioni e di stralci di vento, schiaffi di maestrale e libecciate di fine estate. Un libro attraverso cui l’autore, Riccardo Corsi, ci invita con il linguaggio ammaliante della poesia e la lucidità di una dissertazione filosofica, ad intraprendere un percorso a ritroso verso le nostre origini, fino al raggiungimento di quell’archè primigenio da cui tutti veniamo e di cui abbiamo perso memoria.  La Corrente con cui si apre il libro proietta da subito il lettore in un flusso di similitudini costanti in grado di provocare una sorta di panteismo diacronico sostenuto, qualche pagina dopo, dallo sguardo di Giordano Bruno che lì, a Campo dei Fiori, continua a ricordare all’uomo contemporaneo l’anima del mondo.  Difficile provare a contenere dentro una trama i personaggi  e le situazioni che l’autore ci offre: essi  rilucono come acquerelli, sfuggenti sfumature di un pensiero nostalgico che cerca di sopravvivere all’affrettarsi distratto di un’epoca – che potrebbe essere anche la nostra - in cui nessuno sa più parlare il linguaggio dei draghi. Attraverso storie dalle suggestioni più strampalate,  l’autore ci lancia un’esca per stringere al suo sguardo il nostro pensiero narrativo. Esse sono il viatico necessario alla prosecuzione di un percorso su un territorio che si fa, pagina dopo pagina, sempre più arduo.  Così, a piccoli passi, l’intreccio si disintegra,  la prosa si scioglie in poesia  e ci spinge nel luogo indistinto in cui nascono i pensieri, lì dove non c’è spazio per le definizioni e dove la scrittura è parola, è pensiero puro:

 

‘Non c’è prosa nella poesia. Non c’è poesia nella prosa.

Ma se cammini in un prato non sai mai chi incontri’.

L’urgenza che anima questo libro sta tutta nell’atto fondativo del dramma occidentale: la trascendenza, l’impossibilità di sentirsi dentro le cose, l’ombra di un altrove perduto, la cacciata dall’Eden. I Draghi che in Oriente sono creature rappresentative di fecondità e forza, in Occidente hanno assunto i connotati del male, troppo simili a quel serpente che tentò il primo uomo lì, in quel paradiso perduto che Corsi cerca di recuperare e di analizzare da un altro punto di vista.

In Ak nahùra un vecchio drago cerca di insegnare a due bambini, Adamo ed Eva, la lingua del seme, il canto delle radici, comune a tutti gli esseri del creato. Ma Eva è impaziente, non ascolta il precettore, il suo sguardo è già altrove, sull’albero del Bene e del Male e Adamo è con lei. La caduta c’è stata, ma è avvenuta in concomitanza con la volontà dell’uomo di definire il male, di separarsi dalla natura per dominarla. I Draghi sono rimasti tali, creature del cielo e della terra, e l’uomo, non potendoli dominare, ha preferito destituirli e ridurli a serpi per poterli schiacciare.

Il racconto di San Giorgio e il drago, in questo senso è illuminante. Siamo qui ben lontani dalla figura del santo guerriero a cui l’iconografia cristiana ci ha abituati. Non c’è nessun eroe ma solo una sorta di scalcinato Don Chisciotte, parodia della giustizia cristiana, che tenta di trafiggere gratuitamente un povero drago erbivoro immerso nei suoi sogni di drago.

 

‘“Infingardo, sento il rumore della tua paura. Drago infame, possa Iddio sostenermi mentre affondo nel

tuo costato la mia implacabile lancia”. Nessuno sa perché prima di compiere un misfatto

gli uomini invochino Dio, cercando la sua benevolenza’.

 

La sopraffazione dell’uomo verso tutti gli altri esseri viventi ha reso impossibile il dialogo con la Natura trasformandolo in scontro diretto in cui a perdere, tuttavia, resta lui: l’essere finito che aspira all’infinito.

Così in Aqua, riviviamo il dramma di Genova, della città sconvolta da un diluvio non divino, che non monda e che uccide anche se, nonostante tutto, l’unico innocente resta proprio il fiume; mentre l’Italia appare sbiadita, in tutta la sua miseria, avvolta per metà in un’inerzia insolubile e per l’altra in un delirio di frasi di circostanza.

Nel Tribunale degli animali, invece, la ribellione della Natura è affidata a un sogno. L’Io addormentato viene condotto da un pollo in un bosco per essere sottoposto ad un processo. Dovrà rispondere all’accusa di genocidio perpetrato ai danni degli animali, in primis mucche, maiali e polli. E se il sogno si interrompe prima che venga pronunciato il verdetto definitivo è perché Corsi, in fondo, non ha deciso di condannare l’uomo. La sua poesia è il tentativo di rianimarne lo spirito, di recuperare le conchiglie dormienti dimenticate sul bagnasciuga: la capacità di ascoltare il mare mosso dal vento.

Due sole sono le possibilità che si possono avere quando si ha a che fare con l’uomo, ci suggerisce in Pharmakon. O si assume l’atteggiamento di Socrate che vuole curare il male, oppure si diventa Diogene che, al contrario, quel male lo rifiuta.

 

‘Sono indeciso tra Socrate e Diogene. Dei giorni sto con Socrate, altri con Diogene. Passo dall’uno all’altro

senza accorgermene. E i miei raccontini vengono con me, mi accompagnano nelle mie peregrinazioni.

Anche loro sono un po’ Socrate e un po’ Diogene,

ma pungono sempre, come le spine delle rose’.

 

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