Il racconto delle donne di Natalia Ginzburg

 

 

 

di Rossella Milone


 

Nel centenario della nascita di Natalia Ginzburg (Palermo, 14 luglio 1916 – Roma7 ottobre 1991), Einaudi ha pubblicato Un’assenza, una raccolta di racconti, memorie e piccoli saggi, alcuni inediti. Un libro che, come dicono le parole del curatore Domenico Scarpa, <<proietta una luce potente sul lavoro della Ginzburg: sulla concretezza del suo gesto di scrivere, e sul suo metodo>>. Il volume è principalmente una testimonianza, il gesto fisico della memoria che torna un attimo indietro per regalare al presente qualcosa che ancora non si conosceva. A differenza di molti scritti esclusi dalla selezione per la pubblicazione, come, per esempio, Magico Natale (1974), in cui la scrittura porta a galla il passato dal punto di vista di un presente ormai troppo lontano, Un’assenza raccoglie la storia della Ginzburg in un presente non filtrato, in quel momento esatto, cioè, in cui il gesto di scrivere coincide con quello del ricordare. A parte i racconti narrativamente più compiuti, e la bellissima poesia Memoria del 1944, dedicata al marito Leone Ginzburg torturato e ucciso dai nazisti nel carcere di Regina Coeli, la mia attenzione si è però focalizzata su uno dei testi più belli del volume, da cui, secondo me, si irradia sul resto dell’opera la potenza tutta umana della Ginzburg. È un testo che ha tutta l’aria di non essere un racconto, piuttosto una denuncia, una riflessione di quelle ampie col respiro trattenuto, potentissima. Eppure, nella sua narrazione lontana dai canonici parametri del racconto breve, possiede il metro tipico della brevità: raccontare un mondo, un universo, la complessità smisurata di un genere, attraverso pochissime pagine. È un testo fratturato in più punti, come se scrivendo l’autrice avesse avuto bisogno, ogni tanto, di un fazzoletto in cui respirare. Si chiama Discorso sulle donne, che apparve per la prima volta sulla rivista Mercurio nel 1948. Leggerlo, dà l’impressione di prendere una caduta velocissima, di cui nemmeno ci si rende conto, per scoprire solo in seguito che sì, in effetti si è caduti e ci si è anche fatti male.  

 

Prima di tutto: si tratta di un testo esemplare. La prima cosa che fa la Ginzburg è ammettere un errore, un errore della sua scrittura, un’ammissione che fa vergognandosi di se stessa. Si vergogna, infatti, di aver scritto nell’immediato dopoguerra un articolo “piuttosto stupido e tutto in ghingheri” riguardo alle donne, su come non siano tanto peggio degli uomini, sul fatto che anche loro potrebbero ricoprire ruoli ‘da uomini’ se solo la società glielo permettesse. Ecco, questa cosa la Ginzburg la trova abbastanza stupida e ovvia; talmente logica e normale che scriverla le sembra inutile. Inutile se prima non si dice altro. Prima si giustifica un po’ per l’errore, dicendoci che, come tutti dopo la liberazione dal fascismo, anche lei sentiva il bisogno di dire cose stupide perché il fascismo aveva annichilito anche la banalità delle cose più ovvie; poi, però, inizia a dire quello che andava detto delle donne, prima ancora di consolidare quella sacrosanta banalità – che le donne possono fare cose buone al pari degli uomini. Secondo lei, la sua stupidità era consistita nel fatto che per raccontarle non aveva guardato le donne come veramente sono, nel profondo; aveva detto cose belle e giuste e buone, cioè che le donne debbano, per esempio, ricevere dalla società la possibilità di emancipare se stesse dalla condizione di schiavitù etica, intellettuale e fattiva in cui la tradizione le ha sempre collocate. Ma, dice, quelle donne lì, quelle che fanno le cose belle e giuste e buone, non sono le donne che ha incontrato lei, quelle che ha visto nei paesi distrutti dalle bombe, quelle affamate, quelle scalze; quelle che si trovano fuori casa, nei negozi a fare la spesa, quelle che girano il mondo per dipingere, o quelle a casa con i figli e nessun lavoro. Le donne che esistono davvero, dice Ginzburg, sono quelle che “hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo”.

Che le donne abbiano la cattiva abitudine di cadere nel pozzo è una cosa che la Ginzburg può dire perché è una verità che conosce bene, in quanto donna. Per lei questa verità suprema dell’essere donna

 

“[le donne, n.d.r] hanno l’abitudine di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne”,

 

 diventa una necessità analitica per ciò che viene dopo: per tutte le cose belle e buone e giuste che le donne debbano e possano fare nella società. La Ginzburg non si smarca dalla questione del patrimonio maschilista e schiavista in cui la donna, storicamente e tradizionalmente, è stata imbrigliata: in questa tradizione scellerata lei forse intravede il germe, il seme primordiale che ha dato vita a questo pozzo scuro e profondo in cui spesso la donna tende a cadere. Come a dire che se la donna fosse cresciuta in un altro ambiente socio-culturale, forse il pozzo nero non sarebbe mai esistito – e lei non ci sarebbe mai caduta.

In realtà, però, l’autrice si mette ulteriormente in discussione dicendo che forse la donna, invece, è per sua natura portata verso il pozzo nero, anzi, è per sua natura portatrice del pozzo nero, una pozzanghera piena di malinconia di cui è generatrice e vittima allo stesso tempo, perché

 

Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in un modo

doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo”.

 

 

E di questo, l’unica artefice è la donna stessa, come se a fianco, ma solo a fianco alla tradizione maschilista, ci fosse l’aggravante di uno spirito per indole dedito alla fatale caduta nel pozzo. In che rapporto sono la natura più consapevole e febbrile della donna, - questa sua dannazione ontologica - e il problema socio-culturale di una tradizione che la vuole prigioniera e schiava e debole? Per la Ginzburg il rapporto tra le due cose è secondario: prima bisogna ammettere lucidamente e serenamente che le donne hanno questo guaio gravitazionale, la caduta nel pozzo. Solo dopo che questa ammissione provenga dalle donne stesse, creature in grado di riconoscere l’errore, di guardare in faccia questa nera malinconia e di mettersela addosso proprio in quanto donne, si potrà ragionare su quanto subito dalla tradizione patriarcale.

È questo il punto centrale del racconto, è questa la faccenda che sta prima di tutto, per la Ginzburg, perché è solo da questa ammissione, da questa presa di coscienza del proprio essere (come se si prendesse coscienza di un proprio piede) che le donne possono far scaturire tutto il resto – tutto ciò che di bello e giusto e buono possono fare nella società.

 

“Le donne spesso si vergognano di avere questo guaio e

fingono di non avere guai e di essere energiche e libere”.

 

Eppure, dice lei, non è mai capitato a una donna di incontrare un’altra donna e non scoprire che, come lei, anche l’altra è caduta nel pozzo. Anzi. È proprio lì che le donne si riconoscono, che le donne si piacciono e si uniscono in una solidale forma di abbandono senza maschera: in quell’ombra nera in fondo al pozzo, umidiccia e putrida, la stessa per tutte.

 

Dopo la Grande Guerra, cominciavano a farsi percepire prepotenti e forti le necessità che spingevano le donne verso un’emancipazione più ardita e riconosciuta. Nelle arti come nella società, nelle scienze e nella politica. Il conflitto mondiale e soprattutto la fine del fascismo scombinerà le carte, e a partire dall’Assemblea Costituente comincia quel lungo, complesso e doloroso percorso di inclusione che ha dato molto alle donne, anche se non si è affatto concluso. La Ginzburg lavora e scrive in questo clima di nuovi inizi, in cui ogni cosa deve essere rielaborata e quindi ri-vissuta, e da questa nuova vita già vissuta ma diversa, prendere consapevolezza dei propri cambiamenti. È da questi cambiamenti che la Ginzburg, come una rompighiaccio, inizierà un’intensa attività critica e intellettuale che fino ad allora – o poco prima – era ad esclusivo appannaggio maschile.


Prima di lei, diverse altre donne hanno imposto con la forza della loro intelligenza e con la forza di quel nero-pozzo, lo sguardo femminile nel panorama artistico coevo: Matilde Serao, Grazia Deledda, Sibilla Aleramo (e per fortuna l’elenco non finisce qui). Come loro, anche la Ginzburg segue il proprio sentimento di libertà, come lo seguiva Virginia Woolf  – ancora prima e in anni non sospetti – affrontando, in realtà, un concetto che sta prima del processo emancipatorio, che è la libertà individuale del proprio intelletto e del proprio spirito. Anche la Woolf, come tutte, cadeva nel pozzo e poi nel pozzo rimaneva a lungo per guardare se stessa. Un pozzo che le è stato fatale, ma che è servito a lei come persona, come intellettuale e come scrittrice per riuscire a mettere a fuoco la sua idea di donna e di femminile. Un concetto spurio, che non deve mai diventare assolutistico e definitivo: “è fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; si deve essere donna-maschile o uomo-femminile”. Quello che sta prima – il modo, cioè, in cui le donne debbano affrontare la propria emancipazione – è un approccio caro anche ad altre donne che in quel lungo e doloroso percorso hanno gettato semi su semi; donne che, però, prima di buttare il seme, sono cadute nel pozzo. Alba de Cespedes, dal pozzo ha tirato su il suo Quaderno proibito, il lungo racconto di una donna stanca del proprio ruolo di madre e di moglie, in cui anche solo scrivere di questa stanchezza e negare questo ruolo è una trasgressione vietata alle donne, che di norma devono accettare e tacere. 

Alba de Céspedes

Una trasgressione che si autocensura, però, nel momento in cui la donna viene richiamata ai suoi nuovi doveri di nonna (il ruolo che si auto-perpetua nel passaggio delle generazioni) e in un gesto quasi di pentimento brucia il quaderno.

Negli anni contemporanei a quelli della Ginzburg, anche Anna Banti ha contribuito a  problematizzare la questione femminile. È stata, infatti, una scrittrice che ha quasi esclusivamente scritto di donne e del modo in cui esse generano la propria emancipazione. Nonostante non amasse essere definita una femminista, la Banti ha in tutto il suo percorso di narratrice elaborato figure di donne spesso soverchiate dai soprusi maschili, interrotte da stupidi blocchi ideologici e culturali, paralizzate nel loro procedere lungo i propri percorsi. Contestava, soprattutto, le difficoltà che le donne trovavano in ambito artistico, lì dove veniva mortificata sul nascere l’attitudine tutta femminile alla creazione: la specificità della generazione artistica, raccontata così bene in un altro racconto ‘Lavinia fuggita’, in cui reclama a gran voce – con un grido lacerante – la parità del lavoro e la libertà dell’intelletto femminile.

Natalia Ginzburg, con il suo Discorso sulle donne, si colloca qui: in questo processo aprioristico che deve precedere quello emancipatorio. Lei lo ha fatto in un momento cruciale della storia femminile e del femminismo: un periodo rotto, lacerato non solo dalla guerra ma anche dalla barbarie fascista che ha stuprato tutto, un periodo in cui, proprio a causa di e grazie a questa rottura, nasceva la possibilità di ribaltare le cose. Da quella violenza, la Ginzburg ha colto altri semi, mettendo in discussione, soprattutto attraverso gli elzeviri sul Corriere, un certo maschilismo fino ad allora indiscusso. Imponendosi così nel panorama culturale dell’Italia da ricostruire. La sua ricostruzione, però – e sta qui tutto il fascino e la rilevanza intellettuale del Discorso  – deve partire da una postura onesta e lucida, e questa postura è rivolta prima di tutto su se stessi. In questo caso, delle donne sulle donne. Ogni donna, pare ci avverta la scrittrice, prima di procedere deve sapere che cade nel pozzo, e lo deve accettare, e si deve guardare dentro quel pozzo così come è: fragile a volte, confusa, emotiva e piena. Solo così potrà impadronirsi della forza e della autorevolezza che la società le richiede.

 

Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle, donne che riescono a girare i paesi e donne che non ci riescono, donne che hanno mal di testa ogni tanto e donne che non hanno mai mal di testa, donne che si lavano il collo e donne che non se lo lavano, donne che hanno tanti bei fazzolettini bianchi di lino e donne che non hanno mai fazzoletti o se li hanno li perdono, donne che portano il cappello e donne che non lo portano, donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre, donne che zappano tutto il giorno in un campo e donne che spezzano la legna sul ginocchio e accendono il fuoco e fanno la polenta e cullano il bambino e lo allattano e donne che s’annoiano a morte e frequentano corsi di storia delle religioni e donne che s’annoiano a morte e portano il cane a passeggio e donne che s’annoiano a morte e tormentano chi hanno sottomano, il marito o il figlio o la cameriera, e donne che escono al mattino con le mani viola dal freddo e una sciarpettina intorno al collo e donne che escono al mattino muovendo il sedere e specchiandosi nelle vetrine e donne che hanno perso l’impiego e si siedono a mangiare un panino su una panchina del giardino della stazione e donne che sono state piantate da un uomo e si siedono su una panchina del giardino della stazione e s’incipriano un po’ la faccia.

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Commenti

  • Paola (martedì, 14. febbraio 2017 11:08)

    Semplicemente autentica. Come specchiarsi in una immagine già sentita, vista, epure così vera da sentirsi ancora male per ciò che rappresenta per ognuna di noi. Ma sicuro che lo ha detto 70 anni fa?

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