Gorilla, amore mio è la raccolta di racconti di Toni Cade Bambara, un classico della narrativa afroamericana per la prima volta tradotto in Italia e pubblicato da SUR.

Proponiamo il primo racconto della raccolta, per gentile concessione dell'editore.

 

Il mio caro Bovanne

 

 

Fateci caso, i ciechi hanno il vizio che canticchiano a bocca chiusa. Che poi non ti sembra mica strano quando ne frequenti uno e t’accorgi di quello che con gli occhi non vedresti mai, la prima volta ti sfugge proprio, quel suono sembra uscire dal nulla e ti riporta in chiesa assieme alle signore con le tettone e a quei signori anziani che dalla gola gli sale un borbottio a ogni frase del reverendo. Gelatina s’ingrugna mentre io e Pelle di Pesca gli spieghiamo perché il pane di patate adesso sta a un dollaro e venticinque al posto di un dollaro come sempre e lui ah uhm ho capito, e poi attacca una specie di ronzio, una cantilena, che la senti appena ma ti piglia a tradimento se non te l’aspetti. Com’è capitato a me. Ma ormai c’ho fatto l’orecchio e l’unica volta che ho trovato da ridire è stata quando giocavamo a dama sugli scalini di casa e lui ha attaccato a canticchiare una cosa di chiesa m’è sembrato. Per cui gli ho detto: «Senti, Gelatina, se giochi insieme al Padreterno perdo a tavolino». E lui ha smesso.

Per cui ecco perché l’ho invitato a ballare il mio caro Bovanne. Mica stiamo insieme, eh, è solo un bravo vecchio del quartiere che lo conosciamo perché aggiusta tutto e sta simpatico ai ragazzi. Cioè, gli stava simpatico prima, poi quelli del Potere Nero gli hanno fatto il lavaggio del cervello e adesso non sanno più dove sta di casa il rispetto per le persone anziane. Così siamo a ’sta festa di beneficenza per la cugina di mia nipote che si presenta alle elezioni con non so che partito dei neri. E io ballo appiccicata a Bovanne che è cieco, io canticchio e canticchia pure lui, è come una chiacchierata cuore a cuore. Mica gli schiaccio il seno addosso. Mica mi strofino. Sono vibrazioni. E lui lo capisce e mi chiede di che colore sono vestita e come sono pettinata e come me la cavo senza un uomo, ma gentile, mica per impicciarsi, e chi c’è alla festa, se i panini sono micragnosi o te li senti belli pieni in mano. Allegri e tranquilli, questo voglio dire. Chiacchiere leggere, come la mano su un tamburello o su un bongo.

Ma subito arriva Joe Lee che ci guarda male perché balliamo troppo vicini. Mio figlio, che sa come sono affettuosa; a me gli uomini mi chiamano da fuori a notte fonda in cerca di conforto materno. Ma lui ci guarda male. E non è giusto, perché Bovanne non vede e non si può difendere. È solo un bravo vecchio che aggiusta tostapane e ferri da stiro scassati, biciclette e roba varia e mi cambia la serratura quando i miei amici maschi s’allargano un po’ troppo. Un brav’uomo. Ma mica l’hanno invitato per questo. Noi siamo le radici rurali, avete presente? Io, sorella Taylor, quella che fa le treccine da Mamie e il garzone del barbiere, siamo tutti qui in quanto radici rurali. Mai stata più a sud del Brooklyn Battery, l’unica campagna che ho visto è la fioriera sulla scala antincendio. Fino all’altroieri i miei figli mi dicevano di levarmi gli stracci da contadina che porto in testa ed essere più moderna. Adesso invece non gli sembro mai abbastanza nera per i loro gusti. Insomma tutti passano e dicono ehi Bovanne, vecchio mio. Capirai che sforzo, continuano a fare su e giù, manco un attimo si fermano a prendergli un bicchiere o uno di quei bei panini o a raccontargli le ultime novità. E lui lì col sorriso, metti che gli rivolgono la parola vuole stare pronto. Per cui ecco perché me lo trascino in pista e balliamo stretti fra i tavoli e le sedie e una montagna di cappotti con gli altri intorno che chiacchierano fitti fitti e se ne fregano del cieco che gli aggiustava i pattini e i monopattini a tutti quanti quando erano piccoli. Balliamo appiccicati e chiacchieriamo leggeri, canticchiamo. E lì m’arriva mia figlia che mi guarda schifata come quando dice che non ho una «coscienza politica», come se avessi la rogna e fossi un caso disperato. Ma io non me la filo e guardo solo il viso spento di Bovanne e gli dico che ha la pancia come un tamburo e lui ride. Ride a crepapelle. E lì m’arriva Task, mio figlio piccolo, mi bussa sul gomito come il capoclasse alle elementari quando sei in fila per l’appello e fai troppo casino.

«Parlavamo solo di tamburi», spiego mentre mi trascinano in cucina. Magari i tamburi sono la difesa migliore. I tamburi ce li avranno presenti, fissati come sono con la storia delle radici. E poi la pancia di Bovanne fa proprio come il tamburo che m’ha regalato Task quand’è tornato dall’Africa. Basta che la sfiori e fa frr frrrm mmm. Per cui insisto con la storia del tamburo. «Di tamburi e basta».

«Ma che vai dicendo, ma’?»

«Ha bevuto troppo», dice Elo a Task, perché a me non mi parla quasi più dopo quella brutta discussione sulle mie parrucche.

«Senti, mamma», dice Task, quello gentile. «Volevamo solo avvisarti che stai dando spettacolo a ballare così».

«Così come?»

Task si passa una mano sull’orecchio sinistro, preciso identico al padre e al nonno.

«Come una cagna in calore», dice Elo.

«Ecco, cioè, io direi più come una di quelle signore vogliose di una certa età che non fanno tanto le difficili. È chiaro il concetto?»

Non rispondo perché sennò mi metto a piangere. Terribile sentirsi parlare così dai propri figli. Mi trascinano via dalla festa e mi spingono dietro al bancone dentro una cucina di estranei, peggio d’un branco di poliziotti. E poi mica sono una vecchia. Posso ancora portare i vestiti sbracciati senza la ciccia che pende. Mi tengo pure aggiornata tramite i miei figli. Che non sono più bambini. Sentirsi parlare così. Resto ammutolita.

«Ballava con quel pecorone», dice Elo a Joe Lee, che sta appoggiato al congelatore di questa gente. «Che appena sente puzza di un bianco si mette a tappetino. E gli occhi, poi. Potrebbe pure avere un po’ di decenza e mettersi un ­paio d’occhiali scuri. Così ci risparmia la vista di quelle lampadine fulminate...»

«Sarebbe questo il conflitto generazionale?», dico.

«Il conflitto generazionale», sbotta Elo, come se avessi proposto di mettere l’olio di ricino e il ragù d’opossum nei frullati. «È un concetto dei bianchi che riguarda solo i bianchi. Il conflitto generazionale non esiste nel popolo nero. Noi siamo una coll...»

«Vabbè, fa niente», dice Joe Lee. «Insomma, mamma... è questione d’amor proprio. Quel modo di ballare ci ha messo in imbarazzo, sia te che noi».

«Io mica mi vergognavo». Non parla più nessuno. Eccoli lì, tutti in ghingheri col bicchiere in mano, a mettermi in mezzo, a farmi il terzo grado, e intanto io non ho assaggiato manco un’oliva. Al commissariato, mi pare di stare.

«Innanzitutto», dice Task e conta i reati sulle dita della mano, «il vestito. È troppo corto, mamma, e troppo scollato per una della tua età. Stasera Tamu tiene un discorso per lanciare la campagna e ti vuole presentare, conta su di te per organizzare il consiglio degli anziani...»

«Su di me? Nessuno m’ha interpellato. Parli di Nisi? Ha cambiato nome?»

«Ecco, in effetti ti doveva informare Norton. Nisi ti vuole presentare e poi incoraggiare gli anziani a formare un consiglio che si occuperebbe di...»

«Invece eccoti qua con le tette al vento, la parrucca in testa e l’orlo a fior di culo. E la gente dirà: “Ma quella non è l’assatanata che si strusciava addosso al cieco?”»

«Calma un attimo, Elo», dice Task, alzando il secondo dito. «E poi bevi troppo. Lo sai che non devi bere, mamma, sennò ridi e diventi sguaiata», e la sguaiataggine la conta sul terzo dito. «E poi che modo di ballare. Ti sei fatta quattro lenti incollata a quello e non ti sei scollata manco per gli svelti. Che figura ci fai, alla tua età?»

«Quale sarebbe la mia età?»

«Eh?»

«È una domanda facile. State a farmi la lezione su come deve comportarsi una della mia età. Allora, rispondete un po’, quanti anni ho io?»

Joe Lee chiude gli occhi di scatto e strizza la faccia per fare il calcolo. Task si passa una mano sull’orecchio e fissa il bicchiere come se la risposta gli dovesse venire dai cubetti di ghiaccio. Elo invece mi guarda la parrucca come se tra un po’ dovesse prendere e strapparmela.

«Porti le treccine sotto? E levatela, no? Sei sempre stata brava a fare le treccine».

«Ah certo», perché mi torna in mente quando correva a sciogliersi le sue perché facevano troppo paesana. Ma il problema è un altro. «Allora, quanti anni ho?»

«Sessantuno o...»

«Ma quanto sei bugiardo, Joe Lee Peoples».

«E quindi mettici pure questo», continua Task alzando un altro dito.

«Andatevene tutti a quel paese», dico mentre mi alzo e mi liscio il vestito.

«Dai, mamma», dice Elo, e mi posa una mano sulla spalla, è da quando è andata via di casa che non lo fa, e la mano è leggera e mica tanto sicura di stare al posto giusto. Mi si spezza il cuore. Perché è stata la figlia della felicità prima che morisse il signor Peoples. E l’ho portata attaccata al petto finché non aveva quasi due anni. Questo per dire che eravamo legatissime. Perché lei mi somigliava più degli altri. Anche dopo che è nato Task, era a lei che rimboccavo le coperte di notte, era per lei che piangevo senza motivo, magari solo perché era cicciottella come me e non tanto carina, ma era una bambina affettuosa. Come ci siamo arrivate a ’sto punto, che non mi può posare tranquillamente una mano sulla spalla e dire mamma ti vogliamo bene e ci teniamo a te e hai diritto di divertirti perché sei una brava donna?

«E poi c’è il reverendo Trent», dice Task, e lancia un’occhiata da sinistra a destra come se avessero organizzato un complotto e mi ci volessero tirare dentro.

«Stasera ci dovevi parlare, mamma, gli dovevi chiedere di prestarci lo scantinato per la sede della campagna...»

«A me nessuno m’ha detto niente. Se radici rurali significa che non devo sapere niente allora chi se ne frega. Chi se ne strafrega. E comunque il reverendo Trent è un imbecille visto come ha trattato quel vedovo di Edgecomb, non s’è voluto occupare dei tre figli di quel poveraccio che era tutto scombussolato con la moglie ancora calda nella tomba...»

«Senti», dice Task. «Qui ci vuole una riunione di famiglia, così chiariamo tutto senza stare a girarci intorno. Intanto però è meglio che torniamo di là e ci diamo da fare. E tu, mamma, cerca di parlare col reverendo Trent e...»

«Vuoi che mi struscio addosso al reverendo, ho capito bene?»

«E che palle!», dice Elo uscendo dalla porta a vento.

«Ne riparliamo a cena. Va bene domani sera, Joe Lee?» Mentre Joe Lee si dà le arie io mi domando chi cucinerà, come mai nessuno m’ha chiesto se sono libera, me lo porteranno un mazzo di fiori, cose così. Poi Joe fa segno che va bene ed esce dalla porta a vento e dall’altra sala arriva un po’ di cagnara. Poi Task fa il suo solito sorriso, è proprio tutto suo padre, e se ne va. Ed eccomi sola in questa cucina di estranei, che è proprio un porcile, io mai lascerei la cucina ridotta così. T’avveleni già solo a guardare i tegami. Poi la porta sventola dall’altra parte ed è il mio caro Bovanne che chiama Miss Hazel ma si rivolge alla friggitrice e poi al tavolo bagnomaria e si stupisce quando gli arrivo dalla parte opposta e lo porto fuori dalla cucina. Passiamo davanti a quelli che spingono verso il palco perché Nisi e gli altri stanno per prendere la parola, a quelli che vanno a mangiarsi gli ultimi panini e a farsi un goccetto prima di mettersi da una parte ad ascoltare bene. Vorrei dire a Bovanne che Nisi sta proprio bene col vestito lungo e gli orecchini e i capelli tirati su a crocchia, che tra poco ci racconteranno che lo stiamo prendendo in quel posto e che bisogna fondare un partito nostro, e che tutti guardano e non si perdono una virgola. Invece lo porto via, e Joe Lee e la moglie mi guardano come se fossi la pietra dello scandalo, fatto sta che non gli hanno ancora rivolto la parola. Perché è cieco e vecchio e non serve più a nessuno tanto ormai sono grandi e non devono più farsi aggiustare i pattini.

«Dove andiamo, Miss Hazel?» Ma lo sa già.

«Prima andiamo a comprarti un paio di occhiali scuri. Poi vieni con me al supermercato così faccio la spesa per la cena di domani, che sarà una cosa in grande e tu sei invitato. E poi andiamo a casa mia».

«Benone. Mi piacerebbe proprio riposarmi i piedi». Vuole essere carino, ma agli uomini un po’ di teatrino bisogna lasciarglielo fare, ciechi o non ciechi. Così mi racconta che è stanco morto e quanto gli fa piacere che sono così premurosa. E io penso che intanto gli chiederò di cambiarmi la serratura. Poi gli faccio un bel bagno caldo con le foglie di gelsomino nell’acqua e un po’ di sali Epsom sulla spugna per strofinargli la schiena. Dopodiché, una bella frizione con acqua di rose e olio d’oliva. Poi una tazza di tè al limone con un goccetto di roba forte. Un po’ di talco, quello costoso che ha mandato la madre di Nisi a Natale. E poi un massaggio, un bel massaggio facciale, sulla fronte soprattutto, che è il punto critico. Perché bisogna occuparsi degli anziani. Ricordargli che abbiamo ancora bisogno di loro per far funzionare il ciclostile e pulire le candele e aggiustare la cassetta della posta alla gente che potrebbe aiutarci a impiantare la mensa dei poveri, l’asilo per i bambini e la campagna elettorale. Perché i vecchi sono il cuore della nazione. Così ha detto Nisi e io voglio fare la mia parte.

«Mi sa che lei, Miss Hazel, è proprio una bella donna».

«Ci puoi giurare», dico facendo la sfacciata, come mi ripete sempre mia figlia.

 

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