VARIAZIONI IN ROSSO

tre racconti di Rodolfo Walsh pubblicati da SUR.

Di seguito potete leggere un estratto del primo capitolo del primo racconto.

 

 

L'avventura delle bozze

 Rodolfo Walsh

 

In avenida de Mayo, tra una ricevitoria del lotto e un negozio di abbigliamento femminile, si ergono i tre piani dell’antica libreria e casa editrice Corsario. Al piano terra, grandi vetrine mostrano a un pubblico frettoloso e indifferente la fila variopinta delle «novità». Confluiscono lì, in un’eterogenea mescolanza, l’ultimo thriller e il più recente premio Nobel, gli enormi tomi di una patologia chirurgica e le allettanti copertine delle riviste di moda.

All’interno, in una leggera penombra, si apre un’interminabile prospettiva di scaffali, ricolmi di libri, che in ore di scarsa affluenza di pubblico percorrono lentamente, con le mani dietro la schiena, taciturni commessi, che a volte prendono da un tavolo un piumino con cui tolgono la polvere da due o tre libri, per poi lasciarlo di nuovo sul tavolo successivo. Non sono ancora le cinque del pomeriggio. Fra poco ci sarà un brulichio di gente che entra ed esce. Verrà il poeta che ha appena «pubblicato», a chiedere se «esce» il suo libro. I commessi lo conoscono, conoscono il gesto ambiguo che non vuole scoraggiare, ma nemmeno infondere eccessive speranze. Verrà l’autore sconosciuto che ha scritto un romanzo geniale, e vuole a ogni costo che questa casa editrice – e non un’altra – sia la prima a pubblicarlo. Se insiste, se si mostra irriducibile, un commesso lo manderà al terzo piano dove c’è il settore Edizioni. Il manoscritto rimarrà due o tre settimane in un cassetto, finché alla fine un impiegato leggerà le prime venti pagine, solo per avere la coscienza a posto, e lo restituirà con una nota gentile, spiegando che «per quest’anno i nostri programmi editoriali sono completi». Verrà la ex segretaria di Mussolini, del re Faruk o del Mahatma Gandhi, che vuole pubblicare le sue memorie, poiché le considera di sommo interesse per risolvere la situazione del mondo. E verrà anche – perché no? – qualche onesto cliente che vuole solo comprare un libro.

Al secondo piano, in un’ampia sala riscaldata da stufe a cherosene, c’è il settore amministrazione e Pagamenti, dove impiegati dal camice grigio e impiegate dal camice bianco fanno incessanti e misteriose annotazioni su grandi libri contabili, e pigiano i tasti rossi e bianchi della calcolatrice.

Un piano più su c’è il settore Edizioni, dove correttori silenziosi e assorti rivedono gli originali e le bozze delle opere da pubblicare. Sui tavoli e sulle scrivanie sono ammassati incisioni, campioni di tela e di pelle per le rilegature, progetti di copertine e illustrazioni. Gli scaffali sulle pareti contengono una vasta collezione di dizionari: etimologici, enciclopedici e analogici, di lingue straniere, fraseologici, dei sinonimi...

E a quel terzo piano conversavano da qualche minuto Daniel Hernández e Raimundo Morel.

La presenza fisica di Raimundo Morel offriva sempre a Hernández due comprensibili motivi di consolazione: Raimundo era di vista corta quasi quanto lui, e un po’ più brutto, il che non era poco. La sua, però, non era una di quelle bruttezze inconsapevoli che si portano in giro per il mondo senza pensare alle possibili conseguenze sul prossimo, ma sembrava costruita quasi su misura e vissuta in maniera pienamente responsabile e anche con una certa dignità. Emergeva solo dalla disarmonia dei singoli tratti, ma senza intaccare una sorta di serenità dell’insieme. Era una bruttezza che sembrava suggerire uno spirito eccellente, di quelle che si chiamano o si dovrebbero chiamare bruttezze intelligenti, perché una forza interiore le ha gradatamente modellate già dalle origini, fino a renderle tollerabili e anche irrilevanti. La fronte troppo ampia, il naso largo e un po’ storto, il mento quasi inesistente, gli occhiali, la calvizie incipiente, un certo incurvamento delle spalle e una certa goffaggine nell’andatura davano a Morel l’inconfondibile aria del professore invecchiato nel tedioso esercizio della cattedra.

Tuttavia, Morel non era vecchio. aveva appena trentacinque anni. E sia la sua opera incessantemente rinnovata, sia la sua intelligenza sempre lucida e viva erano testimonianza di quella giovinezza. I suoi mezzi economici lo dispensavano dalla crudele necessità di lavorare, e ciò dava a tutti i suoi scritti un’obiettività e un distacco dalle circostanze transitorie che era forse il suo maggior pregio.

Dei suoi viaggi di studio, iniziati in piena gioventù, nessuno fu così proficuo come quello fatto negli Stati Uniti con il proposito di studiare la letteratura di quel paese. Uscito da Harvard, la sua valutazione critica di autori così diversi come Whitman, Emily Dickinson e Stephen Crane aveva suscitato un’enorme attenzione. Erano questi gli antecedenti che lo autorizzavano ad affrontare la traduzione in spagnolo forse dell’unico tra i classici nordamericani completamente ignorato nella nostra lingua, e che fu a sua volta brillante e perenne alunno di Harvard: Oliver Wendell Holmes.

Sulla pila di bozze era poggiato nella sua placida sovraccoperta celeste il tomo della Everyman Library in cui Holmes fa divagare con brillante ingegno il poeta seduto al tavolo della colazione. Quando entrò, Raimundo Morel lo osservò con gratitudine. Daniel, notandolo, sorrise.

«Le bozze sono rimaste a lungo in tipografia», disse, «ma alla fine, eccole qui». Fece una pausa e aggiunse: «Come al solito, hanno mandato il terzo tomo con precedenza sul primo e sul secondo».

Morel scorse le lunghe bozze e con gesto meccanico cercò la numerazione delle ultime pagine, calcolando il tempo che ci sarebbe voluto a correggerle.

Poi, parlarono di Holmes, della sua eclettica personalità di saggista, poeta e uomo di scienza. Morel dimostrò una certa inquietudine per alcuni dettagli della traduzione: non aveva ancora deciso se conveniva tradurre direttamente le poesie inframezzate nel testo, o se era preferibile inserire la versione originale e tradurla nella nota a piè di pagina. Lo inquietava, inoltre, l’evidente regionalismo di alcune espressioni. Queste caratteristiche, secondo il parere di Daniel, erano il motivo per cui nessuno aveva ancora tradotto Holmes.

L’ultimo sole pomeridiano entrava dalla finestra dell’ufficio, dorando le scrivanie e le librerie. Gli impiegati avevano iniziato a coprire le macchine da scrivere e lanciavano sguardi dissimulati all’orologio elettrico sulla parete. Quando questo segnò le sette meno un quarto, ora abituale di uscita, presero i loro cappelli dall’attaccapanni e si avviarono frettolosamente.

Daniel e Raimundo rimasero ancora qualche minuto in ufficio. Poi scesero senza fretta le scale. Quando arrivarono al piano terra, l’ampia sala della libreria era deserta, a parte la presenza del guardiano, un uomo scimmiesco che li attendeva accanto all’entrata con evidente impazienza. Raimundo dovette chinarsi molto per passare dalla piccola porta aperta nella saracinesca, e Daniel quasi per nulla. Era all’incirca dell’altezza della sua statura.

Camminarono in avenida de Mayo, e arrivati all’angolo con calle Piedras si separarono. Morel proseguì lungo l’avenida, scontrandosi con la fiumana di passanti, e Daniel voltò l’angolo in direzione di casa sua. Mentre attraversava la strada, guardò l’orologio.

Erano le sette.

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