Noli me Tangere

Di Pilar Adón (da El mes más cruel, Impedimenta, 2010)

Traduzione di Francesca Regni                                                                                                             

 

 

Aveva preso l’autobus per andare all’imbarcadero quella mattina stessa. La piccola valigia che portava non pesava troppo e, per fortuna, non le era toccato fermarsi a parlare con nessuno mentre andava alla stazione. Sull’autobus, dopo aver comprato il biglietto e aver tirato un sospiro di sollievo nel rendersi conto che nessuno le si avvicinava con l’intenzione di scoprire cosa stesse facendo e dove fosse diretta, decise che la cosa migliore sarebbe stata quella di sedersi vicino all’autista e aprire immediatamente un libro per nascondercisi dentro e non spostare gli occhi dalle pagine, finché  non fosse giunta a destinazione.

Quando l’autobus si mise in moto, prestò attenzione agli altri passeggeri: un uomo sulla sessantina si era seduto dall’altra parte del corridoio, nella seconda fila vicino al finestrino, e quando i loro sguardi si incrociarono, lui accennò un largo sorriso, come se conoscesse Julia da molto tempo però stesse cercando di non essere indiscreto. La verità era che non si conoscevano affatto. Dietro di lei, tre sedili più in là, una coppia aveva iniziato a discutere nello stesso momento in cui si accendeva il motore. Sicuramente avevano cominciato a litigare già per strada o anche prima, forse a casa. Con un po’ d’attenzione, avrebbe potuto capire perché discutevano e cosa si stavano dicendo con la voce ancora roca, in parte a causa del sonno da cui non si erano risvegliati del tutto e in parte  per gli sforzi che entrambi facevano per nascondere il tono dei loro rimproveri. A un certo punto, Julia  sentì chiaramente lei che diceva:

«Puoi farmi il favore di parlare più piano? Vuoi che se ne accorgano tutti?»

Gli altri, tre diciottenni, si erano messi nei sedili dell’ultima fila, dove potevano allungare le gambe e anche, come più tardi avrebbero fatto, accendere una sigaretta.

Quando ebbe la certezza che lì dentro nessuno sapeva chi fosse, si lasciò finalmente trasportare dalla velocità degli alberi. Teneva il suo libro aperto (un albero… un altro albero…), però per il momento, per quanto conoscesse bene il paesaggio dell’isola, si sarebbe dedicata a guardare fuori dal finestrino. Tutti i dubbi che aveva avuto erano spariti, evaporati nel momento stesso in cui era cominciato l’atto del viaggio, il movimento. Le persone e gli oggetti che rimanevano nel luogo che stava per abbandonare smettevano di avere importanza, forse perché improvvisamente le sue aspettative dovevano focalizzarsi sulla destinazione da raggiungere. O forse perché la dolce vibrazione dello spostamento le procurava una calma strana, una naturale forza d’animo che le ricordava come il percorso delle prossime ore non dipendesse affatto da lei e che qualsiasi decisione o qualsiasi proposito doveva essere posticipato al momento dell’arrivo.

Tra le pagine del suo libro teneva il biglietto del traghetto che l’avrebbe fatta uscire dall’isola, dove aveva vissuto per quattro lunghi anni. La verità era che in quell’autobus si sentiva stranamente tranquilla.

Quasi un’ora dopo, il veicolo cominciò a muoversi più lentamente. Stava frenando. Erano arrivati e la gente cominciava a prendere le proprie cose. La stazione apparve poco alla volta, con tutto l’armamentario proprio di ogni stazioni di autobus: caffetteria, vetrine giallognole  che conservano i segnali degli orari, arrivi, partenze… Così che anche lei si alzò e, dopo aver incrociato nello stretto corridoio l’uomo che le aveva sorriso così generosamente all’inizio, scese i due grandi scalini dell’autobus con la valigia in una sola mano.

«Ti aiuto?», sentì. Stava decidendo se prendere un caffè prima di dirigersi all’imbarcadero o invece andare al bagno della stazione per controllare che il suo aspetto fosse accettabile. I capelli in ordine, il vestito non troppo sgualcito… Mentre cercava di arrivare a una conclusione, guardava il suo orologio da polso senza prestare del tutto attenzione a quello che segnalavano le lancette, quando nuovamente udì: «Senti. Sto parlando con te, bella. Ti ho chiesto se hai bisogno di aiuto. Una ragazza magra come te, con quelle braccine e quelle gambette non dovrebbe sollevare proprio nessuna valigia».

Julia non era certa che stesse parlando con lei. Girò lentamente la testa, con una sensazione di meraviglia sul viso, per scoprire appena davanti e più grande che mai il sorriso di quell’uomo anziano che aveva viaggiato nello stesso autobus.

«No grazie» rispose. «Non pesa molto.»

«Come è possibile che non pesi, tesoro!» rispose lui.

«Dai su, dammela, che me ne occupo io.»

Julia non riuscì a evitare che le prendesse la valigia.

«Lle ho già detto che non pesa.»

Immediatamente tese la mano per recuperarla, però l’uomo la tirò bruscamente verso di sé senza smettere di sorridere e se la carico sulle spalle, togliendole ogni possibilità di riprenderla.

«Calma, bestiola… non voglio rubarti niente. Non dubiterai mica di un vecchio come me?»

«Mi restituisca la valigia, o chiamo la polizia!»

Doveva riprendere la sua valigia, doveva tranquillizzarsi e, solo più tardi, dopo alcuni secondi che per lei erano come anni di inesistenza e terrore, avrebbe dovuto cominciare a macchinare altri stratagemmi per non commuoversi. Per fare in modo che il tempo le scivolasse addosso dolcemente, senza lasciarle neanche un graffio sulla pelle.

«Io non voglio affatto la tua valigia, bella. È mai possibile che uno non si possa comportare come un gentiluomo davanti a una bella signorina? Io non capisco come mai adesso a voi donne non piace nemmeno che vi si faccia la corte o vi si ceda la sedia o vi si dia la precedenza. Ma dai che non ci credo… inoltre» disse avvicinandosi a lei con la valigia ancora appiccicata alla schiena, «… io potrei darti tutto quello che mi chiedi. Tutto, bella. Vuoi vederlo? Guarda…»

Julia provò ad allontanarsi dall’uomo, però non poteva fare niente finché questi non gli avesse restituito la  valigia.

«Voglio che mi lasci in pace.»

«Ti piace l’oro, bella?»

Lei si guardava intorno in cerca di qualcuno che vedesse cosa stava succedendo, e non si accorse di come lui, facendo finta di niente, tirasse fuori da una tasca della sua giacca un enorme mucchio di braccialetti, collane, e piccoli oggetti d’oro che, sulle sue dita tremanti, si muovevano e sbattevano tra loro come fossero essere viventi informi e contorti.

«Non voglio niente di tutto ciò! » esclamò mentre indietreggiava di alcuni passi.

«Perché io e te non andiamo un momento in bagno?» le chiese lui allora, avvicinandosi di nuovo, adesso con le labbra meno sorridenti e molto più separate tra loro e sempre mostrandole quel mucchio di collane e braccialetti.

«Non ci vorrà molto. Sarò velocissimo… dai, andiamo… non ci pensare troppo. Tutto questo è tuo se lo vuoi. E poi vedrai come ti piacerà…»

«Mi lasci in pace» mormorò lei mentre indietreggiava ancora due passi.

Però lui le si avvicinò di nuovo:

«Che ti succede cretina? Sarà un momento. Lì nei bagni… Nessuno vede niente e io ti regalo questi, tutto per te. Dai cretina. Non c’è niente di male. E con il piacere che dà…»

Julia cominciò a rannicchiarsi e a ripiegarsi su se stessa come se stesse per cadere per terra, e incrociando le braccia gridò:

«Voglio che mi lasci in pace!»

L’uomo smise di sorridere all’istante, comprese che la voce di lei poteva richiamare l’attenzione degli altri viaggiatori, e subito nascose nella tasca della giacca la mano nella quale teneva tutta la sua ricchezza dorata.

«Te ne pentirai…» disse. E successivamente lasciò la valigia di Julia, che di colpo cadde per terra.

«Non c’è bisogno di fare tutto questo casino, che sarà mai, dico io!»

Lei portava con sé, scritto su un pezzetto di carta, l’indirizzo del luogo in cui doveva andare una volta scesa dal traghetto. Aveva cercato quel pezzo di carta stropicciato così tante volte e altrettante volte aveva ripassato il nome della via, i numeri di telefono, che li conosceva a memoria. E fu proprio nel ripensare a quelle occasioni, al rivivere il panico che l’aveva spinta ad afferrarsi disperatamente a dei numeri di telefono qualsiasi, che Julia chiuse gli occhi con forza e, in un secondo, le sembrò di averlo di nuovo addosso: l’odore acido che emanava l’uomo rimasto a casa sua e dal quale doveva fuggire, il colore scuro dei suoi abiti, il tremolio delle sue mani e della sua bocca, le parole, i gesti, il colore bruciato della sua pelle… In un secondo sentì che  lui le era salito sopra di nuovo, sopra il suo ventre, per metterle le sue mani immense sul petto e allora seppe che non poteva più sopportarlo. Gli echi della stazione stavano scomparendo, la gente che saliva e scendeva dagli autobus non esisteva più… Non c’erano gli autisti, tantomeno le persone o le valigie da trasportare da un luogo a un altro, né orari da rispettare. Esisteva solo quel secondo che era sul punto di arrivare e che lei non sarebbe riuscita a sostenere.

Si mise una mano sulla bocca, però non poté evitarlo e cominciò a vomitare.

Una sostanza spessa e biancheggiante coprì le dita della sua mano destra. Per pulirsi doveva tirare fuori dei fazzoletti dalla tasca esterna della valigia, così si abbassò di più, li cercò e dopo averne sporcati vari, riuscì a disfarsi del suo proprio vomito. Volle togliere anche quello che era caduto per terra. Cercava di non piangere, non doveva piangere, però le era impossibile contenere quelle lacrime che pareva venissero insieme alla nausea.

«Stai bene figliola?» Julia alzò la testa mentre riuscì a chiudere la cerniera della tasca in cui aveva rimesso i fazzoletti. Distinse due donne che si abbassavano verso di lei con una espressione di preoccupazione sul viso.

Lei si alzò e si passò la mano sugli occhi.

«Sto bene, grazie» disse.

«Sicuro? Vuoi che ti accompagniamo da qualche parte?»

Si guardò intorno. L’uomo se ne era andato, così si abbassò per riprendere la sua valigia e cercò di sorridere, però notò che gli occhi le si stavano un’altra volta inumidendo e seppe che in quel momento non avrebbe potuto resistere. Alzò timidamente una mano per salutare le due donne senza pronunciare una sola parola e camminò verso i bagni, intuendo più che sapendo per dove andare. Attraversò una stazione che all’improvviso era piena di colori sfocati e di strane forme curve. Si passò le dita sugli occhi a più riprese, e questi cominciavano a riempirsi di lacrime, completamente indifferenti alla volontà di Julia di non piangere. Incuranti di tutti i suoi sforzi.

Quando arrivo ai bagni, tirò un sospiro di sollievo vedendo che non doveva inserire nessuna monetina per aprire le porte. Non c’era molta gente, cosa che la fece sentire meglio. Solo due ragazze che parlavano tra loro a bassa voce, mentre finivano di lavarsi le mani e la donna delle pulizie che le aveva dato il buongiorno all’entrata.

« Se hai bisogno di qualcosa cosa, più carta o più sapone, qualunque cosa, lo devi chiedere a me» disse mentre si alzava dallo sgabello. «D’accordo? Mi ha capito?»

Lei fece un movimento rapido con la mano, come a dire sì, che aveva capito il messaggio perfettamente, e immediatamente raggiunse il bagno.

Però la donna delle pulizie sembrava decisa a seguirla:

«Senti» disse ancora. «Ragazza, stai bene? Hai bisogno di aiuto?»

Julia si girò. Cercò nuovamente di sorridere e ancora una volta l’unica cosa che riuscì a fare fu piangere più forte mentre negava con la testa.

Tutto ciò che desiderava era rinchiudersi in quel bagno, lasciare la valigia per terra e rileggere l’indirizzo del luogo verso cui era diretta. Il luogo in cui avrebbero saputo come comportarsi con lei, in cui le avrebbero detto come evitare quel vomito, quella paura terribile, e in cui avrebbero saputo comportarsi con lui.

Alcuni minuti più tardi, ormai sola, si mise una mano sulla fronte e sospirò. Tutto quello che ora avrebbe dovuto fare era salire sul traghetto e lasciarsi l’isola alle spalle per sempre. Si asciugò gli occhi con le dita e lesse alcuni testi scritti con la penna sulla parete del bagno.

«Non mi toccare…» mormorò.

Cominciò a dondolarsi molto lentamente.

«Non mi toccare…»

Forse non avrebbe più avuto bisogno di piangere.       

Pilar Adón ha pubblicato i libri di racconti El mes más cruel (Editorial Impedimenta, 2010), per il quale è stata nominata Nuevo Talento Fnac, e Viajes inocentes (Editorial Páginas de Espuma, 2005), premio Ojo Crítico de Narrativa. Ha inoltre pubblicato i romanzi Las hijas de Sara(Alianza Editorial, 2003) e El hombre de espaldas, primo premio Ópera Prima de Nuevos Narradores, 1999.

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