Il cane

di Paolo Zardi

 

 

Some girls are bigger than others

The Smiths

 

 

Pensi che si salverà?”

Il cane, disteso a un metro dal muso della macchina, li guardava con uno sguardo arreso, ma non aveva paura. La coda batteva sul selciato ogni volta che lui lo fissava: se aveva una qualche opinione sulla morte che lo stava prendendo, non doveva essere poi così brutta.

Guarda” disse lui “gli esce sangue da dietro. Credo che si sia rotto dentro”. La luce intermittente di un albero di Natale, piazzato ai confini del giardino di una villetta affacciata sulla strada, illuminava l'asfalto brillante di brina, il cane tramortito, e lui, e lei che teneva le mani davanti al viso e singhiozzava in silenzio: illuminava per un attimo quel presepe moribondo, lasciandoli, subito dopo, nel buio freddissimo della notte.

***

L'idea della piscina termale era stata sua: ci era già andato anni prima, con la terzultima o la quartultima fidanzata, la vigilia di Natale, e aveva un ottimo ricordo di quella giornata passata ammollo, tra idromassaggi, bagni turchi, saune e vapori balsamici. Aveva invitato, questa volta, una moretta sulla trentina che vedeva da almeno tre mesi dal commercialista, al bancone della reception, (“le piace il mio nuovo acquisto?” gli aveva detto il dottore porgendogli l'F24 dell'IVA trimestrale); l'aveva invitata come se fosse un'idea nata per caso, e lei aveva accettato con un sorriso che lo faceva ben sperare. D'altra parte, lei non si era opposta alla progressione delle sue innocenti avances – un pocket coffe lasciato sul suo tavolo, un caffè che le aveva portato in studio dal bar, offerto alla fine di una giornata, e poi i messaggi con i sorrisini, le gli occhiolini, le faccine con gli occhi a cuore per augurarle la buona notte.

Passò a prenderla alle sei del pomeriggio e quando era salita in macchina si erano dati un affettuoso bacio sulle guance. Aveva un buon profumo, fruttato, e un trucco leggero che le imporporava le guance – mentre andavano verso la piscina, lui se la immaginò in bagno mentre si domandava se sarebbe stato il caso mettersi un filo di rossetto.

Ci sei mai stata?”

Sì, da piccola, con mio padre. Mi ero molto divertita”.

Sei figlia unica?”

No, ho due fratelli. Uno più grande, uno più piccolo, ma non ricordo se c'erano anche loro, quel giorno. E tu?”

Figlio unico”.

No, volevo dire: tu ci sei mai stato?”

Sì, una volta. Rilassante”.

Quella volta, quando la piscina aveva iniziato a svuotarsi poco dopo le dieci, era riuscito a fare l'amore con la sua ragazza in una delle due vasche esterne. Il vapore che si levava dall'acqua calda li nascondeva alla vista dei pochi nuotatori che si avventuravano da quelle parti, ma consentiva loro di vedere il cielo nero, decorato da stelline che brillavano come lucette natalizie. Era stato un bel 24 dicembre, quello. Il giorno dopo lei aveva pianto perché si aspettava di trovare, sotto l'albero di Natale, l'anello di fidanzamento che lui le aveva in qualche modo promesso. Da lì in poi fu tutto complicato. Passarono il capodanno separati; tentarono una riconciliazione il giorno della Befana ma a fine gennaio lei si presentò a casa sua con un sacco pieno degli stupidi regali che le aveva fatto nell'ultimo anno, lo svuotò in entrata e se ne andò piangendo. Era passato qualche anno, da allora, e c'erano state altre fidanzate, dopo, e anche se ogni volta era stata una storia diversa, i finali si assomigliavano tutti.

Arrivarono in piscina ed entrambi constatarono che non era cambiato nulla dall'ultima volta: gli spogliatoi sporchi e malandati, la piscina grande piena di gente, l'affollamento attorno alle aree dell'idromassaggio, perfino i vecchi che si trascinavano nel percorso Krupp – acqua calda, acqua fredda, avanti e indietro per tre volte – perfino la barista che preparava i panini con la mortadella: tutto era rimasto uguale, perfino la mortadella, disse lui per farla ridere. Scelsero un lettino lontano dalla vasca per i bambini e si diressero verso la piscina principale; lei, quindi, si tolse l'accappatoio rosa e si infilò in acqua; velocemente, certo, ma non abbastanza da impedire a lui di vedere il suo corpo... L'aveva vista sempre seduta, come un conduttore del telegiornale. Sopra era perfetta, ma sotto... Come era riuscito a tenerlo nascosto fino a quel momento? Dove? Improvvisamente capì che era stata una pessima idea, quella di portarla in piscina: avrebbe dovuto essere più prudente, meno frettoloso, più attento a considerare certi dettagli.

Si buttò in acqua anche lui, e poco dopo si trovarono l'uno accanto all'altra in una vasca circolare, con due vecchie decrepite che non smettevano di ridere e un trentenne pieno di tatuaggi, immersi nell'acqua ribollente di idromassaggi sparati a tutta forza. Lei sorrideva ancora, come se non fosse successo nulla. Parlarono delle solite cose – il lavoro, una serie tv che entrambi avevano iniziato a vedere, le previsioni dell'oroscopo – ma la leggerezza che lui aveva apprezzato così tanto si era volatilizzata tra i vapori solfurei: là sotto, là dietro, c'era qualcosa che gli impediva di prendere in considerazione la possibilità di innamorarsi veramente di lei... e anche se si sentiva un mostro, a pensarlo, si consolava dicendo che in fondo il motivo per il quale non l'avrebbe più invitata fuori, quel culo così inaspettatamente grande, non era poi diverso dai motivi per il quale avrebbe voluto passare la vita insieme con lei, e cioè la fossetta che le ornava il mento e la particolare tonalità cromatica delle sue iridi. L'amore che univa le anime passava attraverso i corpi, ne indossava le sembianze, e con loro si confondeva. Avrebbe potuto sforzarsi, ma ogni volta che in camera da letto ai baci, alle carezze, alla tenerezza degli abbracci sarebbe seguito, inevitabilmente, l'ardore dell'amplesso, lui avrebbe dovuto fare i conti con quei centimetri di troppo. Era troppo presto per dover iniziare a pensare ai sacrifici.

Le ottantenni lasciarono il posto a una coppia di ventenni, dei ragazzi giovani, ben fatti, proporzionati; e mentre lei continuava a parlargli di quella volta che suo padre l'aveva portata sui colli a cavalcare un asino, e della casa che suo fratello stava costruendo, e di un nuovo tipo di cappuccino che preparavano al bar vicino allo studio – un particolare mix di cereali e caffè – lui non riusciva a non guardare la ragazza davanti a lui: la sua bellezza avrebbe compensato qualsiasi altra possibile mancanza.

Poco dopo si persero di vista. Lui vagò nell'acqua calda, sempre più spossato, scansando coppie che galleggiavano qua e là, vecchie con il salvagente, vecchi che nuotavano a rana. La ritrovò fuori, nella piscina all'aperto nella quale aveva fatto l'amore con la terzultima o quartultima fidanzata, tanti anni prima: se ne stava con la schiena appoggiata al bordo della vasca, muovendo le gambe davanti a sé con lo sguardo un po' perso. Quando lui le fu vicino, lei le disse: “Portami a casa”. Non sorrideva più.

 

***

Aveva visto una macchia chiara ai bordi del suo campo visivo, sulla destra, lungo il bordo della strada, e poi aveva sentito un tonfo, e il grido di lei: “l'hai preso in pieno!”. Mentre apriva la portiera, con le mani che gli tremavano, sperò che non fosse un bambino. Poi vide il cane, un bastardino con il pelo arruffato, un po' bianco e un po' arancione, disteso a terra, e la chiazza di sangue che gli si stava formando dietro. Non muoveva le zampe, ma riusciva a battere la coda su e giù, come per dire che andava tutto bene, che non era arrabbiato. Era uscita anche lei. “Credi che si salverà?” gli aveva chiesto. Piangeva piano, come una bambina: non c'era rabbia, e nemmeno dispiacere, in quei singhiozzi così lievi, ma qualcosa che aveva a che fare con la tenerezza ferita: un pianto umile, composto, per il cane che continuava a scodinzolare mentre stava morendo, o forse per il male che lui le stava facendo.

Si chinò sul bastardino, lo prese dolcemente tra le braccia e mentre stava appoggiando quel corpicino tremante sul bordo della strada sentì che quella piccola vita gli stava volando via dalle braccia come fosse vapore. Lo distese sull'erba ghiacciata, gli accarezzò la testa, gli sistemò la lingua che gli penzolava scomposta fuori dalla bocca e gli chiuse gli occhi. Avrebbe dato qualsiasi cosa per riportarlo in vita: e avrebbe dato qualsiasi cosa per consolare lei che piangeva vicino alla macchina, in piedi, minuscola creatura piena di dolore. Si rialzò, si avvicinò a lei, e la abbracciò, e poi la abbracciò più forte – la sua testa appoggiata sul petto – e le baciò i capelli ancora bagnati, la fronte, le guance, le labbra calde e gonfie di pianto, mentre l'amore, per la prima volta, gli stringeva il cuore.

Paolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere, sposato, due figli, ha esordito nel 2008 con un racconto nella raccolta "Giovani cosmetici" curata da Giulia Belloni e pubblicata da Sartorio. Successivamente ha pubblicato le raccolte di racconti "Antropometria" (2010, Neo Edizioni) e "Il giorno che diventammo umani" (2013, Neo Edizioni), il romanzo "La felicità esiste" (2012, Alet) e il romanzo breve "Il Signor Bovary" (2014, Intermezzi). Ha partecipato a diverse raccolte di racconti collettive per Caratteri Mobili, Piano B, Ratio et Revelatio, Hacca, Psiconline, Galaad, Neo Edizioni, e suoi racconti sono stati pubblicati su Primo Amore, Rivista Inutile e, nel dicembre del 2014, nella rivista "Nuovi Argomenti".

 

Qui Paolo Zardi ci spiega come è nato questo racconto

Commenti

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  • Simone (domenica, 11. ottobre 2015 22:28)

    Un dettaglio preso in natura come rilascia le sue spire nella elaborazione di un racconto, (bella intervista a Zardi su come è nato), il sottile e acuto sostrato di indagine psicologica è quello che
    porta alla descrizione realistica di un evento minimale in un modo sfaccettato arricchendolo di tante gemme preziose, questo è quello che un buon e bravo scrittore fa (e Zardi lo è). In fondo al
    tunnel come spesso nei suoi racconti c’è sempre una luce, un dato di umanità e di speranza e poi la citazione Smithsiana vale il resto, mi catapulta alla mia adolescenza e non la finirei più solo
    aggiungerei in questo caso anche che “ some girls mothers are bigger than other girls mothers” quando ricordo la cantavo con alcuni miei amici che forse pensavano allora quanto fossi strano.

 

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