Nella notte fra il primo e il due novembre nelle case messinesi, come in molte altre case del mondo, i morti della famiglia vanno a trovare i bambini. A Messina, in cambio di un po’ di pane e un po’ di latte, lasciano loro soldi e regali e due tipi di dolci: la frutta marturana e i “morticini”, biscotti di mandorle a forma di ossa e teschi. Ho scritto questo testo su invito di Giusi Cataldo, che ogni anno in quei giorni cura a Palermo “Notte di zucchero. Festa di morti pupi e grattugie” affinché la tradizione non vada perduta. È andato in scena al teatro Biondo interpretato da Sebastiana Eriu. 

 

 

I morticini

 Nadia Terranova

 

 

Mezzo panino all’olio, il bicchiere mezzo pieno di latte e per non lasciare briciole sul tavolo il tovagliolo rosso avanzato dal compleanno – è rossissimo e brilla, quando ho fatto nove anni abbiamo fatto una festa anche se nei capelli avevo sempre il cerchietto nero del lutto, è venuta pure la mia amica Gloria che è grande, abita di fronte e prima non mi degnava mai, invece da un po’ di tempo manco finisce i compiti che mi viene a chiamare.

Nonna dice che è perché con quello che mi è successo con papà sono molto maturata. Tipo la frutta.

Questa notte arrivano i morticini e bisogna che trovano da mangiare.

Il pane, il latte, il tovagliolo, un altro tovagliolo se si devono pulire il muso e non manca più niente. Vai a letto, dice mamma. È stanca. Mi guarda, ma non mi vede. A casa devono venire i morti, ma la morta sembra lei.

Verso il latte nel bicchiere azzurro, il bicchiere di tutti i giorni, azzurro con le righine che sembra che il latte ha le onde.

Mezzo panino all’olio sul tovagliolo intero, l’ho tagliato apposta col coltello mentre mamma non guardava, sennò grida ferma che ti tagli come quando ero piccola. Ho nove anni, non tre. L’anno scorso mi ha detto che potevo usare il coltello da sola e ho cominciato a tagliare le cotolette davanti a tutti. Le tagliavo anche prima, però di nascosto, mi aveva insegnato mio padre.

- Mamma non vuole che taglio le cose col coltello.

E noi non glielo diciamo.

Ritagli che avevo imparato a fare: i pezzi piccoli e i pezzi grandi, i triangolini e i bocconi quadrati. A cena ho tagliato metà della mia cotoletta e me la sono messa in tasca.

- Hai finito?

Mia madre mi fa le domande senza guardarmi.

E allora ho apparecchiato la tavola per i morticini.

Vengono, mangiano pane e bevono latte, si puliscono il muso con il tovagliolo, mi lasciano i regali e i dolci, la frutta marturana e i dolci di mandorla duri che ti scoppiano i denti, duri, durissimi e bianchi, a forma di ossa di scheletro, e se ne vanno. Vengono in cucina appena ci addormentiamo, se non dormiamo non vengono, “se vedono la luce accesa scappano” mi ha detto una volta mamma perché stavo impazzendo di gioia, mi pizzicavo i piedi, i polpacci, le guance per non dormire, l’anno prima mi avevano portato la pista con le macchinine anche se non era un regalo per femmine.

- Tuo nonno era anticonformista –, mi aveva spiegato mio padre. – Pure da morto se ne fotte di quello che pensano gli altri.

Anticonformista è una bella parola, è un morticino che ti porta i regali giusti. Quella mattina avevo trovato il bicchiere bevuto, il pane mangiato, il tovagliolo con tutte le briciole a posto, e questo pacco enorme con la pista a tre piani, l’autolavaggio, i camion che trasportano la merce, perché in Sicilia non arriva tutto e bisogna farsi arrivare certe cose da Milano, tipo i vestiti che piacciono alla mamma, però è vero anche il contrario perché qui abbiamo tutto e non ci manca niente e la maggior parte delle cose importanti siamo noi che le mandiamo a Milano, tipo i pomodori e le melanzane. Infatti, i camion sull’autostrada io li spingo tutti a uscire, attraversano lo Stretto e portano da mangiare al nord.

Soprattutto le cotolette.

A me le verdure fanno schifo, quando ero a Milano da mio padre mi ha detto che lì fanno la cotoletta più famosa del mondo e me l’ha fatta portare. Era alta gialla e grossa, di carne dura, non la cotoletta sottile e scura che fa la nonna, anche mamma la fa buona.

- La nostra è meglio – ho detto a papà, e lui si è messo a ridere. – Parla piano che ci prendono per terroni.

Mio padre da Milano non è tornato vivo e mamma dice che l’ha ammazzato l’aria. Dunque, io ho paura dell’aria. Vai a Milano, respiri e muori. Quando ero a Milano ho respirato e non mi è successo niente, mamma dice perché sono piccola.

Nonna dice:

- Non sentire le minchiate di tua madre pazza, tuo padre l’ha ucciso il vizio visto che fumava preciso a tuo nonno, buonanime di tutti e due, non te lo ricordi quando sei nata, manco la tutina ti potevo cambiare che dopo un minuto puzzava di sigaretta, si sono intossicati padre e figlio, e tua madre ancora che fuma.

Mamma dice:

- Non sentire le minchiate di tua nonna terrorista dello Stato, parla come le scritte sui pacchi di sigarette, a tuo padre l’enfisema è venuto quando si è messo in testa che doveva andarsene lassopra a cucinare, non ho capito perché non se ne poteva stare qua con te e con me che eravamo la sua famiglia, è che tua nonna è una rompicoglioni e se n’è scappato da lei, con quella come si fa a campare.

Ho la mezza cotoletta in tasca. A mio padre morticino la volevo lasciare tutta, ma è troppo buona, metà non ce l’ho fatta a resistere. Quest’altra metà però è tutta sua.

- Avanti, hai finito – fa mia madre con la faccia stanca, anche la voce è stanca, è stanca pure la vestaglia che non si cambia da una settimana. – Forza, che sennò i morticini non vengono.

Mi fa segno che devo andare a dormire.

Ma devo lasciare la cotoletta per papà, l’ho tagliata col coltello apposta e se non si gira non posso fare la mia mossa magica, sfilarla dalla tasca e avvolgerla in un altro tovagliolo rosso, così papà quando viene trova la sua mezza cotoletta e si ricorda di quello che gli ho detto a Milano e capisce che sono sempre io, sua figlia, e magari mi porta un’altra pista delle macchinine ma a dirla tutta quel gioco non mi piace più, vorrei tutt’altre cose adesso, tipo Gloria mi ha detto che suo padre le ha regalato il primo completino col reggiseno, ma Gloria ha undici anni, devo aspettare ancora molto. Solo che il problema da ora in avanti è sempre questo: che mio padre i regali verrà a farmeli solo una notte l’anno, e non è che posso chiedergliene uno così quando mi pare, oppure quando mi vengono le mestruazioni che lui me lo aveva sempre detto “quando diventi signorina poi ti faccio il regalo”, però sono sicura che se mi concentro divento signorina il due di novembre, sarebbe bello, ma devo essermi distratta perché stringo la cotoletta in tasca e la sbriciolo ed è con la mano unta che devo correre da mia mamma e fermarla, perché piange e urla all’improvviso e ha strappato tutti i tovaglioli rossi, ha buttato il bicchiere per terra, sta rovinando il pane con le unghie e dice parolacce ai morticini, dice bastardo a mio padre che ci ha lasciate sole, i morti sono morti e ci mancava solo questa festa di superstizione che la bambina non vuole neanche dormire, dopo che noi la morte in casa ce l’abbiamo tutti i giorni, sono quattro mesi che non dorme, sta spaccando tutto, e il reggiseno chi me lo porta?

Io questa cosa di diventare grande non la voglio fare da sola. Calma mamma, non piangere, non fare la bambina, vai a dormire, sì spengo la luce, vai, vai ti ho detto ma quale tradizione, hai ragione, scusa, buonanotte.

Ecco. Ho spento tutto.

Papà?

Mi senti?

Qui c’è mezza cotoletta per te.

Nadia Terranova (1978) è nata a Messina e vive a Roma. Tra i suoi libri, Bruno. Il bambino che imparò a volare(Orecchio Acerbo 2012, illustrazioni di Ofra Amit) che ha vinto il Premio Napoli e il Premio Laura Orvieto ed è stato tradotto in Spagna. Collabora con «IL Magazine» e «pagina99». Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero 2015, Super ET 2016) è il suo primo romanzo.

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