Questo racconto è inserito nella raccolta È di vetro quest'aria, pubblicata da Italic Pequod, vincitrice della VII edizione del premio Renato Fucini, premiata il 13 Dicembre 2014.

 

 

Solo un momento

di Monica Pareschi

 

Ero immersa in pensieri né belli né brutti quando il corpo mi è piombato in grembo. Era un corpo un po’ più grande del mio, sotto il cappotto invernale lo sentivo caldo e molle, chiuso dentro un odore canforato di vecchia lana.

“Mi scusi” ho detto dimenandomi un po’ sotto la massa. Aveva ceduto quasi subito, dopo un irrigidimento iniziale, abbandonandosi con soddisfatta fiducia tra le mie braccia.

Dopo la frenata brusca l’autobus era ripartito e c’era stato come un risucchio che aveva fatto aderire il corpo al mio.

“Oooh” ha fatto, ma sempre adagiato lì, come se avesse raggiunto la sua destinazione. Mi premeva soprattutto sul bacino, dove s’era incastrato il sedere, e i capelli mi sfioravano il naso. Erano di un grigio ferroso, radi sotto il gonfio della messa in piega vecchia forse di una settimana, tutta a ciocche appiccicate e un po’ unte, come le penne di certi piccioni quando s’arruffano. La cute sotto era bianca.

“La aiuto” ho detto tendendo i muscoli delle cosce per respingere il peso che incominciava a diventare insopportabile. Ho contratto gli addominali e aggrappandomi alla barra di ferro che avevo davanti ho cercato di respingerlo gradualmente ma con tutta la forza che avevo. “Guidano così, forse si divertono” ho aggiunto sforzandomi di essere cordiale.

“Aspetti” ha detto lei girando un po’ la testa e mostrandomi il profilo destro. L’occhio azzurro galleggiava in un’acqua immota, i vasi sanguigni venavano la cornea gialla. All’interno della palpebra inferiore c’era una pallina bianca, come piena di un liquido che sarebbe potuto schizzare fuori da un momento all’altro. Dentro le pieghe di pelle rilasciata l’occhio si è girato pericolosamente e si è fissato nel mio. Adesso che l’iride era semiscomparsa nell’angolo esterno e la cornea sgranata, ho visto l’umore vitreo traboccare dal bordo e scorrere giù lungo il naso grosso e vivo. La pelle della guancia formava tre sacche sovrapposte, e quella simmetria duttile intersecava la profonda linea perpendicolare che incideva la carne dall’aletta della narice al mento. La pupilla mi inchiodava.

“Aspetti” ha ripetuto piano. “Ci stiamo tutte e due, sa? Magrina com’è.” Lei non era magra. Né grassa. Era a quello stadio in cui di un corpo non si può dire nulla, se non ciò che dicono i medici. Arterie, cistifellea, reni, colon, retto. Ovaie, forse. Per un attimo l’ho immaginata nuda, che faceva le sue abluzioni. Senza amore e con pazienza.

“Mi alzo io” ho detto decisa.

“No”. Si è buttata di fianco, all’esterno del sedile, scivolandomi di dosso e bloccandomi contro il finestrino. “No. Stiamo bene, così.”

Mi sono rassegnata, cercando di schiacciarmi il più possibile contro il vetro. Mi bruciava il lato destro, dove il mio corpo toccava il suo. Lei si è appoggiata la borsetta di pelle un po’ scorticata sulla pancia, con un’espressione di contentezza. Aveva anche una sporta di plastica gonfia che si chiudeva a fatica e lasciava fuoriuscire dei panni bianchi. L’ha posata sul fondo, bloccandola tra i piedi. Il movimento le ha fatto divaricare le ginocchia.

“È biancheria” mi ha confidato. “Ma chissà se serve poi”. Aveva un tremito quasi grazioso e appena accennato che le faceva flettere la testa da una parte e dall’altra, come un passero. Un principio di parkinsonismo, forse, ma sembrava che civettasse. Non ha detto altro e si è sistemata.

“Dove scende?” ho detto perché non riuscivo a reggere quell’intimità muta.

“Tra poco, al Policlinico. Vado a dare il cambio a mia cognata. Ma ormai…” Ha scosso di più la testa.

“Mi dispiace”.

“È così. Sei mesi fa mio marito. Un anno avanti e indietro, ospedale, casa, ospedale, casa. Adesso lui” e ha allungato il mento indicando l’uomo nel letto del Policlinico. “Non riconosce più nessuno. Ma qualcuno deve pure esserci”.

“È dura” ho constatato.  “Forse…” Cercavo una formula accettabile per dirle che le auguravo finisse presto.

“È la vita” ha detto lei sorridendo con quel moto perenne della testa. “È così, sì. Ma c’è di peggio.”

Ho avuto improvvisamente voglia di scuoterla e schiaffeggiarla e urlarle che non poteva esserci niente di peggio di quella rassegnazione sorridente e appiccicosa che mi voleva attaccare come una malattia. Mi è venuta in mente una poesia che parlava di luce, di rabbia e di morte.

Ho assentito, non volevo darle appigli per continuare il discorso. Di colpo si è girata e mi ha guardata con durezza. “Che bella donna che è” ha pronunciato come un’accusa. “Ancora giovane. Fortunato suo marito”.

“Non sono giovane. Non ho un marito. Non più. E nemmeno figli. Non li ho voluti” ho sputato in fretta, per metterla a tacere una volta per tutte. Mancavano due fermate al Policlinico. Due minuti, ho calcolato.

“Nemmeno io li ho avuti i figli. Non sono venuti. È la vita, sì” ha ripetuto con quella specie di beatitudine.

Esasperata, ho frugato nella borsa. Ha allungato il collo. “Lei dove va?”

“Dall’avvocato. A portare le carte per la separazione. Sono tre anni che le porto, non bastano mai”. Ero furiosa e l’ho quasi gridato. Lei allora si è appoggiata allo schienale. “Ha lo studio vicino al Tribunale, due fermate dopo la sua” ho detto più calma, perché temevo di averla spaventata.

“Siamo vicine, allora” ha detto lei oscuramente. Le era tornato il sorriso.

“Sì, i migliori sono tutti in zona” ho detto perché volevo credere che fosse la risposta giusta.

“Poi rimaniamo solo io e mia sorella. Chissà chi se ne va prima. Io credo lei. Non ha mai avuto una gran salute, anche se è più giovane”.

L’autobus si è fermato ed è ripartito col suo carico di gente nuova, e lei mi si è fatta se possibile ancora più addosso. Con orrore ho capito cosa stava facendo.

“Solo un momento” ha detto. Ha appoggiato la testa sulla mia spalla, con i capelli e la cute vicinissimi alla mia bocca. La sua mano sinistra si è posata sulla mia coscia. Era una mano insolitamente grossa rispetto al corpo, coi metacarpi deformati e due fedi infilate all’anulare, la più larga prima. Con la destra mi ha afferrato un lembo del cappotto, stringendolo.

“Va bene” ho detto. “Su” e mi sono davvero tirata un po’ su, col suo peso aggrappato addosso, e le ho fatto passare il braccio destro dietro la schiena, tenendola. Con la sinistra le ho circondato la pancia. Ho intrecciato le dita.

Siamo rimaste così per un po’. Quando l’autobus ha cominciato a rallentare le ho dato una spinta leggera e l’ho aiutata a rimettersi in piedi. Teneva le gambe un po’ larghe, per bilanciarsi. Le calze erano quasi arancioni, facevano delle grinze sulle caviglie. Le scarpe pulite e spellate in punta avevano il mezzo tacco. Le ho passato la borsa e la sporta con la biancheria.

Quando è scesa ho composto un numero sul cellulare.

“Passo da te, dopo” ho detto. “Prendo un taxi”.

“No, stasera no. Sono stanco” ha detto. “Devo consegnare la bozza del programma entro domani mattina. Ci sentiamo venerdì, magari ci vediamo sabato se non sono disfatto. Domenica ho l’aereo presto.”

“Resto solo un momento.”

Ho riattaccato. Sono scesa e ho camminato fino allo studio dell’avvocato. Mi sono accorta che non mi ero mai tolta i guanti. Il sole di fine pomeriggio li faceva luccicare sulle nocche.

In taxi mi guardavo le ginocchia accostate nelle calze nere lisce sotto l’orlo della gonna, la borsetta posata sull’inguine, le mani ancora coperte. Mi è venuta in mente mia madre che diceva: “Togliti i guanti, quando devi dare la mano a qualcuno”.

L’ascensore d’acciaio satinato è salito fino al settimo piano, le porte automatiche si sono aperte con un ronzio serico, ho suonato alla porta. È venuto ad aprirmi in camicia stropicciata, la faccia disperata di chi dorme troppo poco e la sigaretta tra le dita.

“Davvero” ha detto. “Devo lavorare, stanotte”.

Allora ho fatto un passo, poi ho buttato tutto il peso in avanti e mi sono lasciata andare nel vuoto verso il suo corpo. Lui si è irrigidito quel tanto che bastava per impedirmi di cadere. Teneva le braccia aperte a croce, la sigaretta sospesa tra indice e medio.

“Abbracciami."

 

Monica Pareschi vive a Milano, dove traduce e lavora come editor di narrativa per le maggiori case editrici. Ha tradotto e curato, tra gli altri, Doris Lessing, James Ballard, Bernard Malamud, Willa Cather, Edith Wharton e Shirley Jackson. Per Neri Pozza cura la collana Le Grandi Scrittrici, dedicata ai classici femminili, in cui è uscita di recente una sua nuova traduzione di Jane Eyre di Charlotte Brontë. Suoi racconti e interventi sono apparsi su diverse testate. Tiene corsi e seminari di traduzione letteraria e editing in diverse università. È autrice di È di vetro quest’aria, Italic Pequod, Ancona, 2014, per cui ha ricevuto una menzione speciale al Premio Arturo Loria 2014. È vincitrice del Premio Renato Fucini 2014.

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