Dopo il successo del suo romanzo di esordio, 'Last Days of California', Mary Miller torna con una raccolta di racconti che la riconferma come una delle voci più crude e taglienti della sua generazione di scrittori americani.

Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo 'Orsetto' contenuto nella raccolta Happy Hour, edito da Balck Coffee edizioni.

 

ORSETTO

 

 

Laura guarda suo figlio salire sullo scivolo: tre dossi ed è in terra. Ci sono voluti venti minuti per convincerlo e adesso non vuole saperne di fermarsi. Sarà la tredicesima volta che ci sale. Lei se ne sta lì, in piedi con le mani sui fianchi. Ha perso tutto il peso che aveva messo su durante la gravidanza e ora è fiera del suo corpo, che è tornato lo stesso di prima tranne per qualche smagliatura e una vagina che non sembra più apprezzare come una volta il vigore di suo marito. Lui viene e lei finisce col vibratore rosa. A volte lo usa comunque, anche se è già soddisfatta, e si fa baciare il collo, le orecchie, ovunque tranne che in bocca.

Controlla il cellulare. Sono le sei passate e suo marito a quest’ora dovrebbe essere rincasato. Non le va di tornare, ma non le va nemmeno di guardare Kevin (stesso nome del padre) scivolare all’infinito. Immagina di essere da sola su un’isola. Le piacerebbe. Ma sa già che dopo un po’ tutta quella solitudine le verrebbe a noia.

«Dai!» grida suo figlio e rifà il giro. «Dai dai dai!» È la sua nuova parola preferita.

Vorrebbe avere un’amica accanto, ma ultimamente sembrano tutte scomparse o hanno troppo da fare, o forse è lei a essersi accorta solo adesso di preferire di gran lunga le loro vite alla sua, perciò fa fatica a starci insieme.

Al sedicesimo giro la gioia del figlio la contagia e lo prende in braccio ridendo. Sembra più pesante di qualche ora fa.

«Ma che ti do da mangiare?» dice.

«Hot dog» risponde lui, anche se succede raramente.

Un uccello dalle ali bianche si infila in un albero e lei glielo indica. Si è abbassata la temperatura, arriva l’autunno, la sua stagione preferita. All’improvviso Kevin inizia a scalciare e urlare per farsi mettere giù e per un attimo lei si sente stordita, disorientata, le sembra di non sapere più come ha fatto a finire in quel posto, in quella vita.

«Ancora!» dice Kevin. Rimpiange di averlo chiamato così. Non ha neanche diminutivi decenti. Per lo più lo chiama Orsetto perché i suoi libri preferiti hanno tutti degli orsi come protagonisti. Il mese scorso l’avevano portato a Yellowstone e un orso nero aveva attraversato la strada correndo come un cane. Non era tanto grande e minaccioso, per quanto potesse pesare intorno ai duecento chili, a detta di suo marito. Yellowstone, tutto sommato, era stato una delusione. La maggior parte del tempo erano rimasti in macchina, a girare in cerchio, lentamente - seguendo prima il sentiero meridionale poi quello settentrionale - e spesso il traffico si bloccava perché la gente scendeva a fotografare un alce o un bisonte, e per due volte Kevin aveva dovuto fare pipì in una bottiglia, con Laura che gli sorreggeva il minuscolo pene non circonciso. In un’altra occasione avevano raggiunto il bagno appena in tempo prima che succedesse l’irreparabile. L’Old Faithful non era niente di speciale, anche se per vederlo avevano dovuto attendere un’ora insieme a una banda di motociclisti e dei turisti giapponesi che cercavano la visuale migliore, e così quando è arrivato il loro turno, pur piacendogli, non gli era piaciuto.

Kevin scattava fotografie a raffica, non a loro - tranne quando Laura lo chiedeva espressamente - ma al Grand Canyon di Yellowstone e allo Yellowstone Lake, la Hayden Valley, la Grand Prismatic Spring, e le migliori le postava su Instagram (hashtag nofilter, hashtag vacanzainfamiglia, hashtag Yellowstone, hashtag estate). Ma Laura si era impegnata a non fare capricci perché in fin dei conti aveva organizzato tutto lui.

La stanza d’albergo era molto carina.

«Fai l’ultima scivolata» dice al figlio «e poi andiamo a mangiarci un hot dog, dato che ti piacciono tanto».

«No» fa lui. «Altre quindici sedicimila».

«Una sola» ribadisce mentre il figlio sale la scaletta. Ripensa all’orso, a come correva. Il marito non era stato abbastanza veloce e quindi niente fotografia.

Si tocca la pancia come se si fosse ricordata all’improvviso di essere incinta, per quanto sia impossibile dimenticare una cosa così. È sempre lì, come un leggero cerchio alla testa o un principio di mal di gola. Oltre a suo marito non l’ha ancora detto a nessuno, e l’ha detto a lui solo perché doveva dirlo a qualcuno. Si aspettava che fosse contento o deluso, ma lui non ha avuto reazioni. Ah, ha detto, ok. È una bella cosa, no? E più tardi quella sera le ha comunicato che probabilmente avrebbero dovuto mandare i figli alla scuola pubblica.

Prima gravidanza: a letto, col diabete gestazionale, Netflix, Hulu, hbo go, pizza surgelata e suo marito, Kevin, sempre al lavoro. Pensava con un misto di gioia e terrore al momento in cui sarebbe rincasato. Ma quella volta che aveva tardato un’ora e mezzo gli aveva scritto mille messaggi, chiedendo dove fosse e quando sarebbe tornato, con una sfilza di punti interrogativi in fondo.

«Ok» dice Laura «basta così. Questo era l’ultimo». Agguanta il figlio e lo prende in braccio.

«Ti odio» dice lui.

«Non puoi odiare la mamma» dice lei. «Tu ami la tua mamma». Gli riavvia i capelli con un po’ troppa veemenza, tirandoglieli quando incontra un nodo. «La tua mamma è la migliore del mondo».

«No».

«Dovresti farmi una maglietta» dice. «Così tutti saprebbero che brava mamma sono».

«No» ripete lui.

Laura spera che la prossima sia femmina.

Lo sistema sul seggiolino e avvia il motore, ma poi si ferma e resta in silenzio per un po’, a chiedersi quanto dovrà aspettare prima che il figlio inizi a urlare. Osserva una famiglia di colore intenta ad allestire una festa di compleanno. Ci sono palloncini, berretti, un uomo anziano affaccendato alla griglia, bandierine e marmocchi che corrono ovunque. Due dei bambini più piccoli si avvicinano cautamente a una bambina col cane. Lei sorride e quelli accarezzano il cane e ora tutti quanti sorridono e accarezzano il cane. Laura vorrebbe unirsi a loro. Pensa alla sua famiglia, sparpagliata ovunque: le sue due sorelle sono finite in Texas (una a est, l’altra a ovest), il fratello in Tennessee, la madre sotto terra. Il padre vive a Fairbanks, in Alaska, dove si è trasferito per scappare da tutti loro, per non doverci avere più niente a che fare, anche se secondo lei si vedevano già poco. E non era poi così male. Suo fratello dice di avere una nuova famiglia, ora, ma lei non ne sa niente. Si domanda se gli piaccia questa nuova famiglia o se presto si trasferirà altrove e ricomincerà da capo, con altre persone che all’inizio gli sembravano promettenti. Non era poi così male, si ripete Laura ingranando la retromarcia. No, non era male per niente.

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