BIn libreria Il diritto all'allegria, di Mario Benedetti, edito da Nottetempo.

Tutta l’ironia e la tenerezza, l’estro e la malinconia, l’incanto e il disincanto di Mario Benedetti trovano il loro culmine in questo libro pubblicato nel 2007, due anni prima della sua morte. Composto di brevi testi in cui si alternano racconti e riflessioni, aforismi e giocose intemperanze della lingua, elogio della vita e ricognizione della morte, le minuzie di ogni giorno e le grandi domande inevase dell’esistenza, Il diritto all’allegria è una collezione dei temi, delle passioni e delle ossessioni del grande scrittore uruguaiano, messaggi in bottiglia lanciati dalla “chiatta dell’utopia”. Tra dèi latitanti e rapaci padroni della terra, guerre e mercati, in mezzo all’assurdità di questo “millimetro di universo che ci è toccato in sorte”, Benedetti irride ogni potere e salva quello che resiste: alberi, uccelli, stupori, i sentimenti che danno “colore al mondo”, la vertiginosa fragilità dell’essere umano, i piedi degli scalzi, le parole che respirano “all’aria aperta”, fuori dai dizionari. E, non ultimo, l’irriducibile “diritto all’allegria”, malgrado tutto.

La traduzione è di Stefania Marinoni.

 

Di seguito pubblichiamo due estratti del libro, ringraziando l'editore.

 

 

Sulla semplicità

 

La semplicità è una delle virtú piú complicate di questo vecchio mondo. Quando uno è semplice (nella parlata, nei gesti, nelle azioni, persino nella poesia) corre il fastidioso rischio di essere preso per stupido, per fesso. Ci sono critici, per esempio, propensi a elogiare solamente quei poeti misteriosi le cui opere sono comprese da pochissimi. Nemmeno questi critici li capiscono, è chiaro, ma hanno una certa abilità nel girare intorno al mistero, facendo della propria ignoranza una forma inedita di discrezione. Se si legge Baldomero Fernández Moreno o Antonio Machado e si coglie la saggezza della loro semplicità, verrebbe voglia di correre ad abbracciarli come se fossero ancora qui, con la penna in resta. Come insegnano, come aprono senza pregiudizi le porte delle loro vite e ci regalano le chiavi per aprire la nostra! Qualsiasi comandante, il capoccia come il capetto, si affanna (soprattutto se in affanno) a non essere semplice. La difficoltà è il suo muro di contenimento, il suo bastione, la sua corazza. Nella semplicità gli uomini e le donne si proteggono, si comprendono, si consolano. Nella complessità, invece, si guardano con diffidenza e rancore. Come non ricordare che la morte è l’apice della semplicità.

 

 

 

Sono tutte mie

 

Sono un vagabondo delle città. Con le loro gioie e i loro dolori, le strade mi accolgono senza pretese. Mi offrono angoli, porte e finestre. Cammino su mattonelle e lastricati e ritrovo un’aria familiare. Ricordo che sotto la doccia al nono piano di un hotel di Copenhagen guardai tetti e lampioni, e una piazza che me ne ricordò un’altra, a Helsinki. Sono tutte mie. C’è la strada di Milano che mi trasportò a Buenos Aires, forse a Rivadavia e a Talcahuano. Sono tutte mie. A volte osservo la campagna, ma solo da lontano, e sento la mancanza di torri, chiese e statue. Allora mi volto e la città mi accoglie come uno dei suoi. Non importa che sia Praga, Amsterdam o Barcellona. Sono tutte mie. Cammino lentamente, riconosco lo sconosciuto e gioco con i volti, che ovviamente sono cittadini. Lo scambio è reciproco e io do e ricevo. Questi muri non sono gli stessi, ma li tocco come se lo fossero. C’è un’evocazione allucinata di qualcosa che mi appartiene, eppure non è mio. Strade e ancora strade. La città è questo, punto. Viali e arterie che vengono dal passato e chissà fin dove arriveranno. Quartieri o parrocchie, sobborghi o periferie, le città scambiano il nord e nascondono perfino il sud. Do a questa il colore di quell’altra e mi costruisco un’estasi primordiale, semplice come quella che nacque nei dintorni di casa mia decine di anni fa. Sono stato un bambino della capitale, cittadino, e ora, grazie al mare e al vento, al vino e alla sorte, sono solo un vecchio, certo piú forma che sostanza, ma di sicuro sempre di città.

 

Mario Benedetti (1920-2009), è stato uno dei massimi narratori e poeti del Novecento. Ha cominciato a guadagnarsi la vita come commerciante, contabile, impiegato, giornalista e traduttore. È stato direttore del Centro di Ricerche Letterarie della “Casa de las Américas” all’Avana, e del Dipartimento di Letteratura Latinoamericana, dell’Università di Montevideo. Dopo il golpe militare del 1973, ha rinunciato all’incarico universitario ed è partito in esilio, durato 12 anni, prima in Argentina, poi in Perù, a Cuba e in Spagna. Nel 1999 ha ricevuto il prestigioso Premio di Poesia Reina Sofìa. Tradotti in Italia: Racconti (Multimedia, 1995), Inventario: poesie 1948-2000 (Le Lettere, 2001), Grazie per il fuoco (La Nuova Frontiera, 2011) e Fondi di caffè (La Nuova frontiera, 2013).

Chi di noi, del 1953, è il suo sorprendente romanzo d’esordio. La tregua, pubblicato da nottetempo nel 2006 e rilanciato nel 2014 con grande successo, ha ricevuto il Mix Prize 2015.

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