“Il primo distillatore”

 (da “I Piaceri Viziosi”)

di  Lev Nikolaevic Tolstoj

 

Un giorno, un povero contadino andò digiuno a lavorare il suo campicello, portando con sè una crosta di pane. Dopo aver rivoltato l'aratro, depose la crosta di pane sotto un cespuglio, e vi mise sopra il suo caftan, per nasconderla alla rapacità altrui. Quando il cavallo fu stanco ed ebbe bisogno di riposo, il mugik sentì la necessità di mettersi qualcosa sotto i denti. Avendo staccato l'animale dall'aratro, lo lasciò pascolare, e si diresse verso il cespuglio per desinare: alza il caftan, vi guarda sotto, ma per quanto cercasse, frugasse, per quanto scuotesse il suo caftan, non potè trovare la crosta di pane. «È strano,» pensa egli, assai sorpreso; «nessuno è venuto, ma intanto mi hanno preso la mia crosta.» Il ladro era un diavoletto, il quale, mentre il mugik spingeva il vomere, si era impadronito della crosta, e si era poi nascosto dietro il cespuglio per vedere il mugik andare in collera ed invocare il diavolo. Ma, sebbene malcontento, il mugik disse: – Non morrò di fame per questo! Quegli che me l'ha presa doveva avere più fame di me; la mangi pure e gli faccia buon pro! 127 I Piaceri Viziosi Lev Nikolaevic Tolstoj Poi andò al pozzo, bevve a lunghi sorsi, si riposò un momento, attaccò nuovamente il cavallo all'aratro e si rimise al lavoro. Furioso di non esser riuscito a far commettere un peccato al mugik, il diavoletto andò a trovare il diavolocapo e gli chiese consiglio. Gli raccontò di aver sottratto la crosta di pane al mugik, il quale, invece di andare in collera e di bestemmiare, si era limitato a dire: «Che quegli che me l'ha presa, la mangi e gli faccia buon pro.» Questo fatto fece andare in bestia il diavolo-capo che disse: – La colpa è tutta tua: tu non hai saputo fare ed il mugik si è burlato di te. Se ci lasciamo menare per il naso dai mugik e dalle loro mogli, la vita diventerà impossibile per noi. Ma ciò non sarà mai. Torna dunque dal mugik: se desideri mangiare quella crosta di pane, devi guadagnartela. Ti concedo tre anni per spuntarla col mugik; se non vi riesci fin'allora, ti butterò nell'acqua benedetta. Questa minaccia spaventò il diavoletto. Corse al campo del mugik e si mise a riflettere al modo di raggiungere il suo intento. Dopo averci pensato lungamente, gli parve di aver trovato. Trasformatosi in brav'uomo, si pose al servizio del mugik, al quale consigliò di seminare il grano nei terreni paludosi, prevedendo un'estate secca ed arida. Il mugik seguì il consiglio del suo servo e seminò il grano nei terreni paludosi. Tutti gli altri mugik ebbero il loro grano bruciato dal sole, mentre egli, invece, ebbe uno splendido raccolto; tanto splendido che potè aspettare senza impazienza il nuovo raccolto, e gliene rimase anche dell'altro. Al momento della semina, il servo consigliò al padrone di seminare in quell'anno sulle alture. Infatti, quell'anno, le pioggie furono abbondanti. In tutti gli altri siti, il grano andò a terra, le spighe marcirono e non maturarono; il mugik, invece, raccolse sulle alture un grano duro e sano, e tanto ne fece, che non sapeva più dove riporlo. Il suo servo gl'insegnò allora il modo di distillare l'acquavite dal grano. Egli stesso ne bevve e ne fece bere agli altri. Dopo di che il diavoletto andò di nuovo dal suo capo, e lo assicurò di aver guadagnato la sua crosta di pane. Ma il diavolo-capo, curioso di assicurarsene personalmente, andò a trovare il mugik. Lo trovò che stava per offrire dell'acquavite ai personaggi importanti che aveva invitato. Mentre la moglie stessa del mugik girava intorno al tavolo per mescere l'acquavite, urtò in un angolo e rovesciò un bicchiere pieno. Il mugik andò su tutte le furie. – Guardate un po' quell'imbecille indiavolata! disse. Crede forse che l'acquavite sia della liscivia che la butta così a terra? Il diavoletto urtò il gomito del diavolo-capo, e gli disse: – Guarda! scommetto ch'egli rimpiangerebbe, ora, la sua crosta di pane. Avendo sfogato la sua ira contro la moglie, il mugik prese la bottiglia e servì i suoi invitati. Mentre stavano bevendo, un povero mugik, non aspettato, si fece innanzi, salutò la compagnia e andò a sedersi in un angolo. Egli vedeva bere gli altri e si struggeva dalla voglia di bere un po' di quell'acquavite che avrebbe rinvigorito il suo povero corpo: e restava là, ad inghiottire la sua saliva, senza che il padrone di casa pensasse ad offrirgliene un poco. – Ce ne vorrebbe, per offrirne a tutti! grugnì egli. Il diavolo-capo non stava in sè dalla gioia. – E questo non è tutto, gli disse il diavoletto, trionfante. Aspetta ancora un po' e ne vedrai delle altre. Quando ebbero vuotato i loro bicchieri, i ricchi mugik ed il loro ospite si dissero un sacco di adulazioni; s'incensavano scambievolmente, con parole dolci come il miele. Il diavolo-capo non perdeva una sillaba dei loro discorsi, e non potè far a meno di dimostrare al diavoletto la propria soddisfazione. – Se questa bibita, gli disse, li rende tutti così ipocriti da ingannarsi reciprocamente, noi li abbiamo finalmente in nostro potere.  – Aspetta ancora, rispose il diavoletto. Se ne bevono un altro bicchierino, da volpi quali paiono ora, che fanno le graziose scuotendo la coda per ingannarsi l'una con l'altra, li vedrai di un tratto diventare cattivi come lupi. Infatti il padrone di casa mesce dell'altra acquavite, e, dalle parole tutto miele, passano alle più grossolane ingiurie. Vanno in collera, si bisticciano, si battono, si rompono il naso. E quando il padrone di casa vuole metter pace, lo tempestano di legnate. Questa scena fa andare in visibilio il diavolo-capo. – Così va bene! proprio bene!.. mormora. – Aspetta che abbiano bevuto un altro bicchierino, gli dice il diavoletto. Ora sono arrabbiati come lupi, ma al terzo bicchiere sembreranno dei veri maiali. I mugik ingoiarono un terzo bicchierino, che ebbe il potere di annientarli. Mugolando, gridando, parlando tutti insieme, senza sapere cosa dicessero e senza darsi ascolto, essi se ne andarono, chi a destra, chi a sinistra, alcuni soli, altri a due, a tre, e rotolarono a terra. In quanto al padrone di casa, il quale era uscito per accompagnare i suoi ospiti, scivolò in una pozza d'acqua, e rimase là, imbrattato e gonfio, grugnendo come un porco. Il diavolo-capo si fregava le mani dalla gioia. – Puoi vantarti di aver inventato una bibita veramente meravigliosa! disse al diavoletto. Ti sei guadagnato la tua crosta di pane. Ed ora dimmi di che cosa è composta questa bibita. Io credo che avrai mescolato, per fabbricarla, del sangue di volpe, che ha suggerito ai mugik la furberia delle volpi; del sangue di lupo, che li ha reso cattivi come lupi; e del sangue di porco, che li ha ridotti in porci. – Niente affatto, rispose il diavoletto. Non ho fatto nulla di tutto questo. Io mi sono limitato a far crescere troppo grano nel campo del mugik. Il sangue delle bestie esisteva già in lui; ma non poteva manifestarsi sin che il grano era insufficiente a sfamarlo. Era il tempo in cui non lamentò la sparizione della sua crosta. Quando il grano venne in troppa abbondanza, il mugik cercò i mezzi di utilizzare il soverchio. Allora gli suggerii la maniera di distillare l'acquavite. E quando, per suo godimento, egli trasformò i doni di Dio in acquavite, e ne bevve, il sangue della volpe, del lupo, del porco, ch'era in lui, produsse il suo effetto. Ed ora, sempre che berrà dell'acquavite, si farà simile alle bestie. Dopo essersi nuovamente congratulato col diavoletto, il diavolo-capo gli diede la crosta di pane e lo promosse ad un grado superiore.

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