guido gozzano

Il riflesso delle cesoie

(questo racconto compare nell'antologia Racconti di cinema edita da Einaudi)

 

 

 

Quanti anni poteva avere Albina Albini? (si chiamava veramente così?) Trentadue? Trentacinque? Forse più.

Certo ne dimostrava moltissimi di meno. E continuava ad essere, da tempo, l’attrice più ambita dalle grandi case cinematografiche. La sua bellezza resisteva alla pellicola, la quale è la più crudele rivelatrice della prima decadenza femminile. Albina aveva una maschera bella, e più che bella, espressiva, bene scolpita, con una fronte, un mento, un profilo che s’avvaloravano d’ogni gioco di luce anche violento; e la sua persona svelta vestiva con grazia intelligente il robone della dogaressa e il peplo della cortigiana, l’amazzone moderna e il grembiulino dell’educanda. Perché Albina era intelligentissima, e portava nell’estetica, nella mimica dell’arte muta un’anima ed un buon gusto che molte attrici drammatiche le potevano invidiare.

Perché dunque sul teatro non aveva fatto carriera?

Bastava, per capirlo, sentirla parlare. Quale voce!

Una voce brutta come una brutta voce maschile; ed era penoso il sentirla dire le cose più aggraziate con quella voce roca come quella d’un moribondo o d’un beone.

A Tito Verri che molto ingenuamente, nei primi giorni di conoscenza, insisteva perché curasse la sua afonia, Albina aveva risposto in pieno teatro che non c’era scampo, poi, impazientita, aveva anche specificato a voce alta, con una sola parola, la causa del malanno irrimediabile. E non aveva arrossito. Aveva arrossito invece, novizio all’ambiente, il giovane pittore. E le comparse, gli operatori, i direttori di scena, i meccanici, avevano fatto sulla scenetta le matte risa.

– Che spirito indiavolato!

E Tito s’era sentito attrarre da quello scetticismo spaventoso. Alcuni giorni dopo era l’amante dell’Albini, episodio tutt’altro che raro e quasi trascurabile, ma ne era anche l’amico, cosa più delicata assai, l’amico non d’elezione, ma d’affinità, quello che la sorte destina forse dal tempo prenatale, ed offre, a conforto, nell’ora più stanca. Li attraeva l’uno all’altra una simiglianza strana di sentimenti e di vicende. Si erano confidati la propria vita, senza veli, ostentando quasi con una specie di acre voluttà la più crudele schiettezza. La sorte dell’Albini aveva seguìto una parabola diversa da quella delle altre signore sue pari.

Era stata una signora autentica, usciva da una famiglia provinciale, signorile e ricchissima. Rimasta sola troppo presto, la piccola, sotto tutela, aveva pellegrinato per vari educatorii, crescendo in un ardore strano, e dal misticismo della prima adolescenza era passata ad una predilezione esaltata per la letteratura e per l’arte, poi ad una dichiarata passione per il teatro. Aveva lasciato il collegio per esordire a diciotto anni, ultima in una compagnia primaria, poi era passata a compagnie di terz’ordine per poter primeggiare; poi, con l’impazienza ingenua ed indisciplinata dei principianti aveva voluto metter su compagnie, chiedendo danaro e danaro al tutore allibito. Non aveva avuto fortuna. Il danaro andava e il successo non veniva. In possesso del patrimonio che le restava, aveva commesso l’errore massimo per un’attrice: si era sposata ad un compagno di ventura che doveva essere il suo collaboratore verso la mèta ormai certa. Ed era stato invece la sua rovina ultima, rovina finanziaria e morale, e il primo passo verso un vagabondaggio artistico ma più ancora galante.

Le anime sensibili non hanno resistenza nell’ora dello sfacelo, precipitano allibite e rassegnate, più rapidamente che quelle cresciute nel vizio, immunizzate dall’ambiente. Il cinematografo aveva salvato in parte Albina Albini dalla galanteria mercenaria.

Anche Tito Verri viveva nella parabola grigia della sua giovinezza una fase luminosa d’illusione d’arte. Poco più che ventenne, il suo nome di pittore promettente era stato fatto con grandi speranze a Monaco, a Venezia. Poi le vicende, e l’autocritica morbosa, l’innato pessimismo, avevano paralizzata la giovine fibra; all’aridità s’era aggiunto il bisogno; e lunghi anni erano passati, asserviti all’illustrazione, al cartello, a tutti gli sperperi commerciali dell’ispirazione: il cinematografo utilizzava ora quanto restava dell’artista d’un tempo; i suoi cartelli larvavano con una certa pretesa di stile l’efferatezza poliziesca dei soggetti; e nessuno più di Verri sapeva improvvisare uno scenario urgente, un arredo complicato, scegliere i luoghi migliori, inquadrare l’azione in pittoreschi paesaggi di ruine e di piante. Erano molto ben pagati, il pittore e l’attrice; ma il danaro non li consolava; in fondo alla loro amarezza c’era un tormento eguale e non confessato, che li faceva fraterni più d’ogni altra cosa: artisti delusi.

Poiché nessun bene terreno può consolare d’un ideale d’arte tramontato per sempre.

Questo si leggevano negli occhi, l’un l’altro, quando nei teatri vetrati, durante i giorni canicolari, in un’atmosfera torrida di follìa, o, durante i geli, sulle ruine nevose d’un castello, l’Albini doveva ripetere per la decima volta una scena, e Verri vigilava operatori, impartiva ordini, correndo. Allora si passavano vicino, si fissavano un istante con un sorriso esausto, sussurrandosi con tenerezza amara:

– Vita dannata!

– Mestieraccio infame!

Ed era il loro modo di dirsi che si volevano bene.

 

Un operatore discuteva a voce alta, con Tito Verri, tratteggiando un manoscritto a grandi segni di matita azzurra.

– Manca il secondo ed il quinto quadro, il primo piano dell’undicesimo, i tre ultimi della seconda parte. E «Fior di chiostro» dev’essere in positiva per il mese venturo.

– Il direttore aveva detto di fare la scena in cortile.

– Il direttore è matto. Ci vuol mattone vero, ferro vero, alberi veri. Costano meno e figurano di più. Come si fa? Caro Verri, lei sa bene che a queste cose deve pensar lei!

Albina Albini, che stava tormentando con l’ombrello una leonessa prigioniera, s’avanzò nella discussione, tolse di mano al direttore di scena il manoscritto, lo percorse un secondo:

– Monastero del Settecento? autentico? mattoni greggi, balaustri muscosi, grande vetrata a telaietti sul giardino incolto, siepe di busso, tabernacolo con edera... Io so dove trovare tutto questo.

Il direttore l’ascoltò con attenzione: tutti conoscevano l’intelligenza e il buon gusto dell’Albini.

– In luce favorevole? adatto al caso nostro?

– Ne dò garanzia.

– Allora si vada subito. Lontano?

A Varellio Pellice. Due ore d’auto. Arriveremo a mezzogiorno. Nel pomeriggio si fa tutto.

E l’automobile con l’attrice, il pittore, gli operatori e il carrozzone con poche comparse – la film era una tenue cosa sentimentale – giungevano due ore dopo nel paese ridente.

Il direttore scese, e, seguendo le informazioni dell’Albini, s’adoperò subito alle ricerche, ma ritornò all’albergo mezz’ora dopo desolato.

– Il monastero c’è, ed è magnifico. Sembra fatto pel caso nostro. Ma la madre superiora è irremovibile. Devono già essere stati provati da altri colleghi nostri.

– Hai fatto il mio nome?

– Sì. Ha risposto che non si ricorda d’averla mai conosciuta.

– Verri, andiamo noi due? Vedremo un poco.

L’Albini uscì con l’amico, attraversarono il paese, presero una grande strada in declivio, fiancheggiata da tigli centenari. Giunsero dove il folto s’apriva su un sagrato erboso che dominava il paese sottostante da una parte, dall’altra era chiuso da un alto terrapieno decrepito, dai mattoni viventi di felci e di capillarie. Una scalea circolare di marmo lucido e consunto saliva ad un’immensa porta di noce scolpita a pannelli che il pittore accarezzò voluttuosamente, da buon intenditore. Suonarono. Nell’attesa non si udiva che il coro assordante delle passere nel folto dei tigli, ed un garrito più lontano di voci giovanili: e l’uno e l’altro formavano una sola armonia. S’udì un passo malfermo, un tintinnare di chiavi e di medaglie. Quale tanfo di chiuso e di buio secolare doveva regnare oltre la porta! Ma la porta s’aprì, ed una luce tremula salutò i visitatori, filtrata dai pergolati di un immenso cortile, e in mezzo il cielo era azzurro come un velo moresco.

– La madre superiora?

– Eccola.

Una suora di mezza età, imponente, s’avanzò con fredda cortesia.

– Lei? Lei la superiora? Ma Suor Candida? Morta?

– Cieca. La conosce lei?

– Madre, sono stata qui cinque anni.

– Quando?

Albina esitò un poco.

– Diciott’anni fa.

La suora li accompagnò. Attraversarono le arcate, i chioschi, salirono nel parco che si spiegava lungo il colle a grandi terrazzi. Il candore del marmo si alternava al verde opaco dei cipressi, al verde lustro dei bussi. Su una panca stavano sedute tre suore.

– Ecco le tre più anziane... Suor Candida... una sua figliuola d’un tempo!

– Albina Albini, mi ricorda?

La vecchia sollevò il velo dagli occhi spenti, strinse colle mani ossute le belle mani protese.

– Albina Albini? Certo! Ti ricordo, benché non ti veda più! Albina Albini: quella che allestiva così bene le feste di carnevale.

– Proprio quella! E questo è mio marito.

Tito s’avanzò con un inchino, senza ironia. La menzogna necessaria era creduta senza esitare da quelle buone decrepite anime candide.

– Siamo artisti. Ho seguito la mia vocazione. Facciamo cinematografie. Ma tutto repertorio lecito ed onesto, soggetti tolti dalla Bibbia o dalle buone letture.

Tito riconfermò:

– Per collegi e famiglie. Oggi si avrebbe desiderio di ritrarre qualche paesaggio del parco e del convento.

La madre acconsentì benignamente col gesto e col sorriso.

– Puoi girare da per tutto, come un tempo. Fa da guida a tuo marito. Noi restiamo qui per la meditazione del pomeriggio.

Albina e Tito esplorarono il parco. Il pittore era entusiasta e meditava il paesaggio, afferrando motivi ed inquadrando scene nella memoria.

– Sembra fatto per la nostra film. In due ore avremo tutti gli episodi mancanti... Allontànati, avvicinati, avanza tutta di profilo: ti disegni meglio sullo sfondo verde...

Era il lavoro di prova al quale erano avvezzi da anni, e che l’operatore eseguiva poi come un dettato meccanico.

Salirono fino ai confini a monte, discesero al terzo terrazzo. Dal balaustro videro le tre suore, immobili sempre, e le educande che sciamavano garrendo.

– La ricreazione delle quattro. Come tutto è immutato!

La donna si sedette sul marmo osservando le giovinette dall’alto, coll’occhialino:

– Ma quella è Rosa Isnardi! E quella Ida Gaudenzi! e quella è Gina Vitale, la piccola morta il giorno di Pasqua.

– Che cosa farnetichi?

– Niente. Osservo come gli stessi tipi di donna ritornano nel tempo... – mormorava Albina con la sua voce più cupa. – Ecco un vivaio d’anime in incubazione il quale produrrà spose e madri e attrici e donne perdute... e tutto questo senza tregua... Com’è buffa la vita!

– Sei triste?

La donna si volse verso l’amico con il sogghigno più amaro:

– Triste? Vorrei esserlo, ma non posso più. La tristezza, mio caro, è un lusso riservato alle anime felici.

– Scendiamo. Ora che abbiamo libero il passo e preparata ogni cosa, bisogna avvertire gli altri e cominciare...

– Dannato mestiere!

– Vitaccia infame!

E scesero verso l’ultimo terrazzo, tra la folla delle anime gaie, che tacquero sbigottite da quell’apparizione mondana.

Sulla panca le tre suore decrepite, sedute a distanze eguali, muovevano macchinalmente il rosario fra le dita ossute, ma sembravano reggere il fuso, le cesoie, il filo.

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