Paura del buio

di Giusi Marchetta

 

 

La domanda che mi faccio è sempre la stessa: ma perché minchia ci ostiniamo a chiamarlo centro sociale se dentro ci siamo sempre noi quattro stronzi e il custode?

Una volta l’ho pure chiesto a Breccia e lui mi fa: – E che minchia ne so? Invita tu qualcuno.

Ma non lo facciamo mai. Tranne in quelle serate con la birra a due euro, un palco tirato su in mezz’ora e una band che accetta di salirci gratis. Allora sì che sembriamo un centro sociale vero, come quello che c’è in città. Però è più una cosa da fine settimana, quando le ragazze che vengono non possono dirti che il giorno dopo hanno lezione e se te lo dicono vuol dire proprio che gli fai schifo e quindi tanto vale arrendersi. Per il resto del tempo siamo io, Gianciccio, il Colera e Breccia, buttati su un divano a guardare Breaking Bad.

– E tu che fai qua?

– Perché? Ho interrotto qualcosa?

Il solito cazzeggio del mercoledì: Gianciccio e il Colera giocano a Fifa finché la playstation non collassa e Breccia ronfa sul divano. In un angolo, Mario, il custode, fuma e legge il giornale come un secondino annoiato.

– Pensavamo che oggi non venivi.

Gianciccio e il Colera mettono in pausa la partita ma io faccio segno di continuare e vado a nascondere la testa nel frigo. Una birra va bene per cominciare.

– Novità? – chiede Mario senza alzare gli occhi dal giornale.

– No. Tu?

In prima pagina migliaia di neri sfilano in strada chiedendo per favore di non essere ammazzati dalla polizia.

– Nessuna.

Rimaniamo zitti mentre bevo la mia birra.

– Obama non è servito proprio a un cazzo – dico. Avrei una gran voglia di tirare giù il poster Yes, we can appeso sopra la tv, ma non lo faccio. Gianciccio e il Colera ci hanno scommesso su questo Mondiale. Il momento è delicato.

– E tuo padre come sta?

La faccia ossuta di mio padre che affonda nel cuscino sudato della terapia intensiva mi sfreccia davanti come una Ferrari sulla pista.

– Bene – rispondo e mi alzo per prendermi un’altra birra perché quella che ho in mano è già mezza vuota. Nella tasca il cellulare ha un guizzo di vita, ma è solo la batteria che un po’ alla volta lo abbandona, perciò mi sbrigo a perlustrare scaffali, cassetti e qualsiasi superficie non colonizzata da bottiglie vuote e riviste stravecchie.

– Dietro di te – dice Mario.

Infilato nella presa alle mie spalle, il caricabatterie comune pende lungo la parete come se cercasse di strisciare via. Ci attacco il cellulare e per un momento rimango a fissare la vita che ritorna una tacca dopo l’altra; mi fa sentire potente e poi subito dopo un po’ coglione.

– Coso, tutto ok? – mi urla dietro il Colera. – Stai chiamando tua madre?

– No, sto chiamando tua madre!

Mi rifugio davanti al frigo. Appena la maniglia scatta, la luce all’interno fa un flash e si dilegua portandosi dietro tutta la stanza. Di colpo è notte dappertutto e l’unica cosa che brilla è il display del cellulare che sta morendo di nuovo. Penso a mia madre nel corridoio dell’ospedale che trema e fa il mio numero.

– È andata via la luce! – urla il Colera.

Brancolo per la stanza con le mani in avanti cercando qualcuno da strozzare.

– Puoi riattaccare il contatore, Mario? Mario?

– È andato via – mi informa il Colera.

– Ma com’è possibile che lui è il custode di questo buco e viene solo a leggerci il giornale?

Nel buio, lo so, Gianciccio alza le spalle.

– Va detto che il giornale se lo porta lui.

Lo ignoro e cerco Breccia sul divano.

– Svegliati, coglione, è successo di nuovo.

Nessuna risposta.

– Buona fortuna – mi dice il Colera – È lì in coma da un paio d’ore.

La parola coma mi va dritta al fegato, perciò lascio perdere e tastando la parete raggiungo la porta dello scantinato. Le scale sono alte e senza corrimano.

– Lo trovate un accendino, sì o no?

Bottiglie rovesciate e bestemmie si alternano alle mie spalle mentre scendo con una mano sul muro e il piede che cerca lo scalino di sotto, come se lo inventasse al momento. E io non voglio pensarci ma non posso trattenermi, mentre mi sbrigo perché mi serve la fottuta corrente, però mi sembra di avere paura di questo buio nero, una paura che mi schiaccia e mi fa basso e piccolo. Però mi sembra pure che dal fondo dello scantinato mio padre mi aspetti, con le braccia larghe, le spalle alla parete. Mi aspetta e dice: vieni giù, Carlo, dai, segui la mia voce, sei un ometto, bravo.

Allora scendo, uno scalino per volta ma veloce, perché sono quindici anni che non ho paura del buio, è una cosa stupida, superata, così stupida e superata che mi frega, all’improvviso, mi fa cercare uno scalino che non c’è e quindi cado, per ore, sbattendo i gomiti, le ginocchia, il naso, cazzo. Cazzo.

– Coso, tutto bene? – urla il Colera.

Mi premo le mani sulla bocca e le mordo fortissimo perché non sono capace, che cazzo, non so nemmeno scendere da una scala di merda. Da solo, come sto, non sono buono nemmeno a camminare.

– Arriviamo!

Resto a terra. Cerco un’ombra nella stanza, la sagoma di papà che tira fuori la torcia, la punta su tutto, dice: Hai visto che è solo uno scantinato, scemo?

Intanto Gianciccio e il Colera scendono aggrappandosi l’uno all’altro, Breccia dorme e il cellulare muore, è morto.

Ecco, è morto, mi dico, e io manco lo so.

– Ci siamo – fa Gianciccio e mi dà una gomitata. – Scusa!

– Ma il contatore dov’è?

– Qua.

Hanno trovato dei fiammiferi. Smanettano per un po’ ma è inutile: la leva del contatore si abbassa, poi scatta subito in alto. Quando l’ultimo fiammifero spira, restiamo al buio.

Gianciccio sospira.

– Non ci vediamo nemmeno quel poco per sputarci in faccia.

Comincio a ridere e fa uno strano rumore la mia risata perché neppure io vedo da dove arriva. Ed è l’unica cosa che si sente, a parte i passi decisi che scendono le scale e mi scavalcano come se sapessero che ci sono io, lì, sul pavimento.

Basta un click e la luce ritorna, un faro luminoso che traccia una strada fino a sopra.

– Grazie Breccia – dico, ma lui guarda il contatore e fa una smorfia.

– Scatta appena si lascia. È fottuto.

Dice così e il mio telefono squilla, mi chiama, con la corrente che gli resta, per avvisarmi che qualcosa è successo o sta succedendo.

– Corri – dice Breccia tenendo il dito sulla leva e io corro di sopra, con le gambe e le braccia che tremano mi precipito verso il telefono, senza più fiato, lo appoggio all’orecchio e aspetto che questo silenzio buio finisca, che mia madre trovi le parole, senza metterle fretta, perché sotto c’è Breccia lì piantato a darci tutto il tempo che ci serve.

Giusi Marchetta è nata per sbaglio a Milano nel 1982 ma quasi tutte le cose importanti le ha fatte tra Napoli e Caserta dove è cresciuta.  Da qualche anno vive a Torino dove insegna con alterna fortuna. Collabora con Abbiamo le prove e La ricerca. Aggiorna di rado  AltaInfedeltà  e troppo spesso  AltaInfedeltà.  Colleziona racconti d’autore segnalati dai lettori qui. Ha pubblicato per Terre di Mezzo due raccolte di racconti: Dai un bacio a chi vuoi tu (Premio Calvino 2007) e Napoli ore 11. Il suo ultimo romanzo è L’iguana non vuole (Rizzoli, 2011). 

 

Qui Giusi Marchetta ci spiega come è nato questo racconto

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Commenti

  • ester (venerdì, 03. luglio 2015 10:50)

    bellissimo, Giusy, a me le miniature piacciono molto!

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