Proponiamo l'incipit del racconto di F.S.Fitzgerald tradotto da Vincenzo Latronico e tratto dalla raccolta 

New York Stories, Einaudi curata da Paolo Cognetti

 

La mia città perduta

 

In principio fu il traghetto che all’alba si staccava dolcemente dalla costa del New Jersey – quel momento si cristallizzò nel mio primo simbolo di New York. Cinque anni dopo ne avevo quindici e dopo la scuola andai in città a vedere Ina Claire in The Quaker Girl e Gertrude Bryan in Little Boy Blue. Confuso dall’amore malinconico e disperato che provavo per entrambe non fui in grado di scegliere – e sfumarono in un’unica splendida entità, la ragazza. Fu lei il mio secondo simbolo di New York. Il traghetto rappresentava il trionfo, la ragazza l’amore. Col tempo avrei ottenuto un po’ di entrambi, ma c’è un terzo simbolo che a un certo punto devo aver perso, e l’ho perso per sempre. Lo trovai in un cupo pomeriggio di aprile, altri cinque anni dopo. – Ehi, Bunny! – gridai. – Bunny! Non mi sentiva – il mio taxi lo perse, poi lo riprese mezzo isolato piú avanti. Sul marciapiedi c’erano chiazze scure di pioggia e lo vidi camminare speditamente nella folla, un soprabito beige sull’inevitabile completo nocciola; con stupore notai che aveva un bastone da passeggio. – Bunny! – gridai di nuovo, poi mi fermai. Io ero ancora uno studente a Princeton, lui era diventato un newyorkese. Quella era la sua passeggiata pomeridiana, quella svelta traversata con bastone nella pioggia via via piú fitta, e poiché ci saremmo dovuti vedere solo un’ora dopo mi sembrava un’intrusione incontrarlo cosí, tutto assorto nella sua vita privata. Ma il taxi tenne il passo con lui e continuando a osservarlo rimasi colpito: non era piú il ragazzino timido e studioso di Holder Court1 – aveva l’andatura sicura, era immerso nei suoi pensieri e guardava dritto avanti a sé, ed era evidente che il nuovo fondale era piú che adeguato per lui. Sapevo che divideva un appartamento con tre coetanei, finalmente liberati dai tabú della vita nel college, ma c’era qualcos’altro che sembrava averlo fatto crescere e fu lí che ebbi la mia prima impressione di quell’altra novità – lo spirito metropolitano. Fino a quel momento avevo visto solo la New York che si offriva allo sguardo – ero un Dick Whittington qualsiasi piombato dalla campagna a bocca aperta di fronte agli orsi ammaestrati, o un ragazzetto del Midi frastornato dai boulevard di Parigi. Ero venuto solo per ammirare lo spettacolo, anche se chi aveva disegnato il Woolworth Building e la grande insegna dell’ippodromo, chi produceva musical e problem plays non poteva sperare in un pubblico piú ricettivo, poiché per me lo stile e il fascino di New York valevano persino piú di quanto valessero per loro. Ma non avevo mai accettato gli inviti al ballo di questa o quell’altra debuttante che ogni studente prima o poi riceve, forse perché intuivo che nessuna realtà avrebbe potuto reggere il confronto con lo splendore della mia concezione di New York. E poi quella che fatuamente consideravo «la mia ragazza» veniva dal Midwest, e questo aveva fatto sí che il centro del mondo fosse ancora lí, cosí nella mia mente New York era essenzialmente cinica e senza cuore – tranne che per l’unica notte in cui Lei aveva illuminato il tetto del Ritz con un’apparizione fugace. Però negli ultimi tempi l’avevo persa una volta per tutte. Volevo un mondo maschile, e la vista di Bunny me lo aveva fatto trovare in New York. La settimana prima Monsignor Fay mi aveva accompagnato da Lafayette dove di fronte a noi era stata dispiegata una bandiera di pietanze scintillanti chiamata hors d’œuvre, che avevamo accompagnato con un claret coraggioso quanto il bastone di Bunny era sicuro di sé – ma in fondo era un ristorante e poi avremmo preso la macchina e saremmo tornati nell’hinterland di là dal ponte. La New York dei bagordi universitari, di bar come Bustanoby’s, Shanley’s e Jack’s, era diventata un orrore, e benché mi capitasse di tornarci, ahimè, spesso in mezzo a una nebbia alcolica, ogni volta mi sembrava di tradire un idealismo che continuava a resistere. La mia partecipazione era pruriginosa piú che realmente libertina, e mi rimane a stento un ricordo positivo di quel periodo; come ha detto una volta Ernest Hemingway, l’unico scopo dei cabaret è permettere agli uomini single di trovare donne compiacenti. Per il resto è solo tempo perso a respirare aria viziata. Ma quella sera a casa di Bunny la vita era suadente e sicura, un distillato ancor piú puro di tutto ciò che avevo imparato ad amare a Princeton. Il suono dolce di un oboe si intrecciava ai rumori della strada, fuori, che penetravano a fatica nella stanza attraverso una spessa barricata di libri; l’unica nota stonata era lo strappo secco delle buste degli inviti che un suo coinquilino apriva una dopo l’altra. Avevo trovato un terzo simbolo di New York e cominciai a immaginare l’affitto di un appartamento del genere e a scritturare gli amici adatti a condividerne uno con me. La facevo facile – nei due anni successivi potei decidere del mio destino piú o meno come un galeotto può decidere che abito indossare. Quando tornai a New York nel 1919 ero cosí immerso nella vita che un periodo di suadente monachesimo a Washington Square non me lo sognavo neanche. Il punto era guadagnare abbastanza nella pubblicità per affittare un angusto appartamentino per due nel Bronx. La ragazza in questione non aveva mai visto New York ma ne sapeva abbastanza da mostrarsi riluttante. E in una coltre di ansia e infelicità passai i quattro mesi piú impressionabili della mia vita.

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