Il racconto Naufragio con quadro è tratto dalla raccolta I Racconti di Daniele Del Giudice, pubblicati da Einaudi. Ringraziamo l'autore e l'editore per la gentile cessione.

Non è autorizzata la cessione dei diritti di tale racconto a terzi.

 

 

Naufragio con quadro

Di Daniele Del Giudice

 

Potevo sapere che era un quadro? E anche se l’avessi capito lí per lí, non era certo il momento di fare considerazioni. Galleggiava, ecco tutto, galleggiava come tanti altri frammenti, tra una cesta di vimini e una cappelliera, e cosa ci facesse a filo del mare livido una cappelliera coperta da vapori di nebbia sull’acqua piatta non era piú sorprendente di cosa potesse farci un quadro, solo che la cappelliera non mi avrebbe sorretto e il quadro sí, cosí lungo e stretto poteva andare bene, vi appoggiai le mani e lui affondò un poco, mi ci rotolai sopra e lui, anche se un po’ sommerso, mi sostenne a galla. Non sapevo che fosse un quadro, né poteva importarmi di meno in quel momento, sapevo solo che non c’era piú niente intorno a me: non la nave, non gli amici, e nemmeno piú la notte. Il cielo si aprí poco alla volta, anche la nebbia diradò, passavano nuvole basse e imponenti. L’acqua gelida m’intirizziva la schiena, mi rigirai sfiorando con la guancia la superficie su cui ero disteso, bianca porosa e tralucente. L’occhio era cosí vicino alla materia che seguivo i profili della ruvidezza, crateri e rilievi e canali profondi che il movimento del mare riempiva ad ogni onda di goccioline scivolanti fino all’occhio, lacrime in entrata. Restai cosí non so piú quanto, almeno il tempo di riprendere le forze, poi mi sollevai sulle braccia tese, come talvolta ci si solleva su un’amante per guardarla tutta. Non c’era dubbio, era proprio un quadro. Non bianco però, non tutto bianco come m’era parso; da sotto il bianco affioravano striature marroni e arancio e macchie gialle come muschio. Da quanto tempo ero in acqua? Che il quadro si fosse arrugginito? Forse quei colori non affioravano alla superficie, erano invece le profondità del quadro, il suo passato invecchiato nel bianco, incanutito. Si trattava di un bianco apparente, di un bianco terminale; nelle sue profondità, come nelle profondità del mare che mi manteneva in superficie, era nascosto un fatto, un fatto di colore, via via scolorito dal bianco della velatura. Ma quale fatto? E perché mai in una situazione molto precaria e con tutt’altro a cui pensare, mi interessavo cosí tanto di quel bianco, che poi bianco non era? Oscuramente avevo l’impressione che se fossi riuscito a decifrare la storia di quel bianco avrei capito anche chi ero e come mai ero lí. Poiché per quanto il quadro fosse importante, anzi l’unico mezzo di sopravvivenza di cui disponevo, restava da chiarire che cosa ci facessi in mare sopra un quadro e soprattutto come ne sarei uscito vivo. Avevo orrore di guardare l’orizzonte di quel mare torvo. Ricominciai daccapo: la velatura, in realtà, non copriva quanto c’era sotto, non si trattava di un mistero né velato né svelato, quel bianco era piuttosto un risultato, era il punto d’arrivo di un attraversamento dei colori, raccontava un viaggio pieno di scorie e di pigmenti dove i colori nel loro svolgimento s’impastavano l’un l’altro, arrivando finalmente al bianco. Cosí non esisteva profondità e nemmeno superficie, né prima né dopo, o meglio erano la stessa cosa, coesistendo perfettamente nella loro storia. In fondo anche la luce è fatta cosí, risulta dalla sovrapposizione di onde variamente colorate che l’occhio non scompone, ma percepisce unitariamente come bianco, un bianco caldo impastato di colori. Quale luce, quali onde? La luce e le onde intorno a me erano un unico grigiume livido e malaugurante, meglio non guardare, meglio tenermi al quadro, che teneva me. Mi rivoltai sulla schiena, nel cielo tra le nuvole ce n’era una col fumaiolo e i ponti e la prua ben disegnata, forse era quella la mia nave, ma perché era finita cosí in alto, e perché proseguiva senza di me in salita lungo il cielo, in quel gran traffico di navi nubi grigie, nubi da guerra? Chiusi gli occhi, pensai al bianco che avvertivo sotto la schiena impastato col salso e l’umidore dei vestiti, il bianco aveva sempre rappresentato il principio fondativo della luce a cospetto delle tenebre, fin dall’antichità, ma la luce non esiste che per il fuoco, per via del fuoco, e su questa base il simbolismo antico ammetteva due soli colori primigenii, il bianco e il rosso, da cui gli altri scaturivano, rosso era l’amore della divinità, bianco la divina saggezza, la divinità era dunque anche colore, e da questi due colori, bianco e rosso, emanava la creazione, e combinandosi tra loro emanavano i colori secondari; ma il bianco era l’unità divina, e poi bianco era il sapere, perciò anche il sapere era a colori, in molte lingue bianco e sapere avevano identica radice, io stesso dicevo weiss per bianco e wissen per sapere (ma come mai sapevo il tedesco?), e bianco ancora era stato per molti l’arredo della morte, non la morte come fine, la morte come trasformazione, passaggio ad altro stato, e certo sarei passato anch’io, oh come sarei passato velocemente se non mi davo subito da fare! Di scatto mi sollevai a sedere: perché sapevo queste cose della luce? Forse ero un elettricista? No, non ero un elettricista, e poi sapevo piú del bianco che della luce, ma come mai sapevo tutte quelle cose sul bianco? Mi rivoltai carponi sul quadro che s’imbarcò di lato, e poco mancò che scivolassi in acqua, mi afferrai ai suoi bordi e fu come se afferrassi me stesso, quella cosa veniva da me, mi era legata e di colpo io la riconobbi, sapevo del bianco perché quel bianco era mio, con tutte le intenzioni e le ossessioni, quel bianco l’avevo pensato e dipinto io, io ero uno che pensava e produceva colori come certi animali secernono filamenti impastati di saliva, mio era il quadro ed io ero il pittore. Ero un pittore sperduto in acque di tenebra a cavalcioni di un suo quadro. Mi ricordai allora di un’altra acqua, una città d’acqua dov’ero cresciuto, acqua con case e anche la mia tra quelle, era lí che vivevo e lavoravo, ma possibile che fossi naufragato tornando dallo studio verso casa, naufragato in un canale di Venezia? O che qualcuno avesse tolto il tappo, sicuramente Venezia aveva un tappo; ed io e i quadri e tutta la città fossimo stati risucchiati nel gorgo, inghiottiti dallo scarico e spurgati in mare? Magari. No, non ero vicino a casa, da casa ero partito per davvero, tutto era terribilmente vero, ricordai la nave e il viaggio intrapreso, andavo per una mostra in Sudamerica, avevo caricato i quadri nella stiva, ricordai la notte e gli amici e un gran botto, ecco perché ero lí. Provai ad alzarmi in piedi, con le ginocchia piegate e una mano a filo dell’acqua per non cadere, meno elegante di un surfista nel ventre di un’onda; poco distanti, tra una cassa di bottiglie vuote e un lampadario, vidi galleggiare le altre mie tele, erano un po’ piú piccole e nell’urto non si erano rovinate, andavano nella mia stessa direzione portate dalla corrente, io ero sulla piú grande, ero in piedi sull’ammiraglia della mia flotta di quadri, cercavo con lo sguardo la linea dell’orizzonte. In fondo si trattava solo di arrivare a Buenos Aires.

Daniele Del Giudice vive a Venezia. I suoi libri sono: Lo stadio di Wimbledon (1983), Atlante occidentale (1985), Nel museo di Reims(Mondadori 1988, Einaudi 2010), Staccando l'ombra da terra (1994),Mania (1997) , I-TIGI Canto per Ustica (2001) e I-TIGI. Racconto per Ustica (2009), entrambi con Marco Paolini, Orizzonte mobile (2009), Nel museo di Reims (2010), In questa luce (2013) e I racconti (2016). Ha pubblicato inoltre saggi su Italo Svevo e Primo Levi, per il quale ha introdotto l'edizione delle Opere.

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