ACQUA D'ORO

un racconto di Altaf Tyrewala tratto dalla raccolta KARMA CLOWN

edita da Racconti edizioni.

 

Ho mal di pancia da ieri notte. Gorgoglia di continuo. Adesso mi fa male anche la spalla sinistra, ma devo andare lo stesso. La signora mi farebbe lavorare anche senza braccia e senza gambe, anche se dovessi strisciare come un bruco. In più, a peggiorare la situazione, non c’è acqua per lavarsi. Stamattina ho perso così tanto tempo per fare i miei bisogni sui binari che quando mi sono messa in coda la cisterna era a secco e rimarrà così fino a domani. La signora del sesto piano direbbe subito: «Chhee, puzzi come un maiale!». Cosa dovrei fare? Pulita o sporca, mi tocca andare al lavoro subito. Meno male che i bambini dormono. Se fossero stati svegli avrebbero voluto l’acqua per lavarsi e per bere. Mi avrebbero fatto una testa così, tutti e cinque. Come se fossi una schiava, devo sempre pensare a tutto. Chhya! Che si tengano la sete, si arrangino. Metto il tiffin* in fondo alla sacca e, sopra, ben dritta, la bottiglia d’acqua. Luccica come un diamante. Spero che la signora del sesto piano me la lasci mettere in frigo, sarebbe bello bere acqua fresca con il pranzo. Mi aggiusto il sari davanti allo specchio e, prima di uscire, mi fermo un attimo sulla porta della baracca per godermi la vista dei miei cinque figli che dormono beati.

 

Bene, il treno è arrivato e le mie amiche pure. Facciamo le pulizie in un quartiere di Byculla, tutte quante. Alcune di noi lavorano nelle stesse case da venticinque anni: pulire pavimenti, strofinare pentole, lavare vestiti. Andiamo a lavorare insieme, mangiamo insieme e torniamo a casa insieme. Ma a me non piace viaggiare sulla Harbour Line; è sempre affollata e i treni sono sempre in ritardo. Dalla puzza mi pare che anche Gangu non sia riuscita a lavarsi stamattina. Mentre ci accovacciamo per terra nello scompartimento femminile, le chiedo: «Gangu, ma tuo marito non lava i vestiti dei ricchi?» Mi tappo il naso e aggiungo: «Perché non ti butta nel mucchio del bucato e ti batte un po’ finché non sei pulita?» Gangu guarda le altre, Shanta, Kamala e Sushila; poi punta gli occhi su di me e dice: «Stai zitta Nanda, stupida vedova puzzolente!» Mi chiamo Nanda. Scoppiamo a ridere. Ci assomigliamo tutte: facce scavate, corpi magri, pelle scura e grossi denti neri. Quando la nostra fermata si avvicina mi rendo conto che il mio stomaco non borbotta più. Ma adesso mi sento debole. Non importa, il lavoro mi farà passare tutto.

 

Appena le porte si aprono grido: «Svelta, svelta!». Shanta e io ci tuffiamo nell’ascensore. Le altre donne lavorano in altri palazzi della zona. Questo ascensore mi terrorizza, le porte si aprono e si chiudono da sole. «Ehi ehi, mica siamo al villaggio, niente casino!» dice l’addetto all’ascensore. Preme i bottoni del secondo e del sesto piano e tocca il bordo del sari di Shanta: «Ooh, che morbido, come seta» ansima. Quando scende al secondo piano, Shanta va a sbattere contro l’addetto. «Bastardo, adesso lo dico alla padrona, che non mi lasci in pace.» Shanta è di Jalgaon, e le donne di quella zona sono tutte proprio come lei, lingua lunga e voce sempre alta. Invece noi konkani, della costa sud, veniamo educate più severamente. Con me nessuno si sogna di comportarsi così. Quelli del sesto piano sono un po’ rimbambiti. Si sono trasferiti qui un anno fa. La padrona si chiama Sakkar, una vecchia con i capelli bianchi e il naso affilato. Quasi tutte le mattine devo suonare il campanello per un sacco di tempo prima che lei o suo marito decidano di svegliarsi. Il mio primo giorno pensavo che non ci fosse a casa nessuno e sono andata a sedermi sotto, in giardino. Sakkar ha mandato il tizio dell’ascensore a chiamarmi. Che litigata! Lei mi ha detto che ero una scansafatiche, una disonesta. Io le ho risposto di pulirsi le orecchie, così avrebbe sentito il campanello. Sakkar apre la porta. «Chhee! Non ti sei lavata oggi? Puzzi come un maiale!» grida mentre la supero per andare in bagno. Suo marito arriva borbottando come un gufo: «Chi? Chi? Chi è che puzza come un maiale?» Sakkar glielo dice e il vecchio mi chiede, con quel suo sorriso viscido: «Ti sei alzata tardi, Nanda?». Mi do una pacca sulla fronte e continuo a fare le mie cose. Mentre sono accovacciata in bagno a battere i vestiti insaponati, mi accorgo che c’è qualcuno alle mie spalle. Mi volto. È il vecchio che mi guarda il didietro. Non mi lascio spaventare. Continuo a guardarlo e sbatto i vestiti con più violenza. Bam bam bam. Si allontana impaurito. Sakkar arriva di corsa. «Aye, vuoi rovinarmi i vestiti o cosa?». Ridacchio e rallento. Sakkar si accuccia fuori dal bagno. «Ho degli avanzi da ieri sera» dice, «riso e curry di montone.» Mi volto per risponderle, ma una fitta di dolore al braccio sinistro mi toglie il fiato. «Cos’hai?» chiede Sakkar. «Il braccio, mi fa male» rispondo. «Aspetta, ti do un Crocin.» Si appoggia alla mia spalla per alzarsi. Pesa almeno una tonnellata. Quando ho steso il bucato e pulito il bagno, Sakkar mi chiama per il tè. Mi siedo per terra in cucina. Mi dà una pastiglia e una tazza di tè. Incominciamo subito a spettegolare della signora del settimo piano, quella che è stata abbandonata dal marito. «Si è trovato un’altra donna?» chiede Sakkar. «No, no!» dico. «L’ha lasciata per diventare un sadhu.* Ho visto che si era rasato i capelli quando se ne è andato.»«Se fossi in lui, l’avrei lasciata anch’io una così» dice Sakkar. In corridoio squilla il telefono. «Nanda, è per te!» grida il vecchio. Lascio cadere tazza e piattino e mi metto a piagnucolare. «Cosa succede?!» grida Sakkar. «Il telefono… oh Dio, no!» Le lacrime mi accecano. Sakkar butta uno straccio sul tè versato e mi dice di andare a sentire cosa c’è prima di fare scenate. Mi alzo con le ginocchia che tremano. Vado in corridoio stringendomi il petto, in singhiozzi. È da vent’anni che lavoro in questo palazzo e ho ricevuto soltanto una telefonata – sette anni fa, lavoravo dalla signora al terzo piano. Mio figlio mi aveva chiamato per dirmi che mio marito era morto: beveva troppo, liquori da due soldi. Come avevo pianto. Il marito di Sakkar mi passa il ricevitore. «Halla?» dico. «Sei tu mamma?» chiede mio figlio, il maggiore. Ha ventisette anni ed è sputato suo padre: non lavora, beve tutto il giorno, è già alla seconda moglie. «Sì Ashok, sono io» dico, e mi rimetto a piangere. «Cosa c’è? Perché piangi?» chiede mio figlio. «Chi, chi è morto?» grido. Il vecchio mi carezza la schiena per consolarmi. Strillo ancora di più. «Smettila di piangere, mamma! Perché non hai riempito il contenitore dell’acqua oggi?» chiede mio figlio. «Che acqua?» balbetto. «Mamma, stupida, non c’è acqua in casa!» urla. «Aye, brutto verme!» grido. Il vecchio ritrae la mano. Smetto di piangere. «Mi chiami al lavoro per una cosa del genere? Se vuoi dell’acqua vai a casa di tua moglie! Non sono la tua serva!» Abbasso il ricevitore. Maledetto. La prima moglie è morta di itterizia. Adesso vive a casa della seconda, che lo sbatte fuori tutte le sere. Sakkar mi chiede cos’è successo. Glielo racconto e lei fa le moine per consolarmi. Estraggo la bottiglia d’acqua dalla borsa e, asciugandomi le lacrime, convinta di averla intenerita, le chiedo: «Signora, posso tenerla nel suo frigo per un po’?». Mi domanda cosa c’è nella bottiglia. Solo acqua, rispondo. «Oh oh! E adesso vuoi anche l’acqua fresca con il pranzo, eh?» dice. Le chiedo solo un piccolo spazio in frigo. «Non ce n’è bisogno. Pulisci il pavimento, prendi gli avanzi e sparisci!»

 

Per terra abbiamo messo tiffin pieni di riso, roti avvolte in carta da giornale, avanzi di verdure cotte e, in mezzo, il curry di montone che mi ha dato la signora del sesto piano. Kamala, Sushila, Shanta, Gangu, Savita e io siamo sedute in cerchio in giardino. Pausa pranzo. Siamo così stanche che rimaniamo lì a fissare il cibo. «Mangiamo, no?» dice Sushila. «Sembri una cagna affamata» borbotta Kamala. Ridiamo. Shanta spezza una roti e la affonda nel curry di montone. «Aye, aye, vacci piano, vogliamo assaggiarlo tutte» le dice Kamala. «Avete le mani paralizzate o cosa? Mangiate anche voi se volete» replica Shanta. Ci buttiamo sul cibo e nel giro di pochi minuti è finito tutto. Il venticello spazza via i cartocci di giornale, il resto verrà ripulito da cani e corvi. Infilo la mano nella mia sacca e tiro fuori la bottiglia dell’acqua. «Aprimela, per favore» dico, passandola a Gangu. Tutte la fissano con gli occhi sgranati. «E dove l’hai presa questa?» chiede Gangu, toccandosi il mento. «Se non la vuoi aprire dalla a Sushila» dico, sospirando. Sushila strappa la bottiglia di mano a Gangu e la esamina. «Oh Dio, questa è acqua pura. Guarda guarda, non è neanche stata aperta» dice Sushila, mostrando la bottiglia a Kamala. «Ehi vedova, non puoi dirci dove hai preso questa bottiglia?» chiede Sushila, strappando il sigillo di plastica. Mi riprendo la mia bottiglia e finalmente riesco ad aprire il tappo. «Sui binari, stamattina» dico. «Agga! E perché eri lì stamattina?» chiede Shanta. «A vedere gli uomini che fanno i loro bisogni?» Tutte scoppiano a ridere. «Chiudi la bocca, zoccola» le dico, «dovevo andare. Avevo mal di pancia.» «Allora questa bottiglia l’hai trovata per terra o cosa?» mi stuzzica Shanta. Mi verso l’acqua in bocca e deglutisco rumorosamente come un piccione. «No» dico. «Non era per terra. Un bastardo me l’ha tirata dal treno.» «Che bastardo, che treno?» chiede Kamala. «Quante domande!» sbotto. «Ero lì accovacciata. Arriva un treno e si ferma proprio davanti a me. Mi nascondo la faccia col sari e le parti basse con le mani, ma qualcuno mi tira addosso la bottiglia per scacciarmi. Mi ha colpito sulla spalla, meno male che non si è aperta.» «Figlio di puttana! E perché poi, una donna non può fare i suoi bisogni?» grida Kamala, a nessuno in particolare. Savita mi implora. «Per favore Nanda, dammi un sorso, dai. Solo un sorso.» Poi persino Sushila chiede un sorso. «Cosa vi siete messe in testa? Che lascio finire la mia acqua a voi straccione?» Infilo la bottiglia nella sacca e mi alzo. «Maledetta vedova» borbotta Sushila alle mie spalle e tutte le altre ridacchiano. Quelle asine sanno bene che il liquido nella bottiglia è ancora più prezioso del sangue.  Mentre salgo al nono piano, il tizio dell’ascensore mi fa un sorriso viscido. Shanta non mi piace, ma certe volte è utilissimo averla intorno. Mentre saliamo, l’uomo si mette a cantare: «Che c’è dietro il corpetto? Che c’è dietro il corpetto? E sotto il sari? E sotto il sari?». Lo fulmino con lo sguardo come l’idolo Khandoba, quello con gli occhi grossi come piattini da caffè. Era nel tempio di Gholvad, dietro la casa dove abitavo da piccola. Mio fratello vive ancora lì, con la quinta moglie e i sette figli. Appena la signora del nono piano apre la porta si mette a blaterare: «Ti avevo detto di venire prima, no? Adesso il mio sonnellino del pomeriggio è rovinato. Dovrei abbassarti lo stipendio, così te ne ricorderesti». Prima le mie amiche che mi fanno il terzo grado, poi l’addetto all’ascensore con le sue canzoncine sconce e adesso questa. «Voi donne delle pulizie lo fate apposta per tormentarci. Come potete essere felici se non fate felici gli altri?» Inara, si chiama così, non la smette più. A un certo punto non riesco a trattenermi e urlo: «Ochei ochei, baaasta!». Inara rimane impietrita, mi fissa. «Sono qui, no? Non mi faccia perdere tempo con le chiacchiere. Mi lasci finire il lavoro che poi me ne vado.» Lei continua a fissarmi sconvolta mentre io incomincio a spazzare l’entrata. L’ho vista dire «ochei ochei baaasta» a suo marito quando la stuzzica troppo: appena pronuncia quelle parole lui si placa, come un pappagallo muto. Quando vado a pulire in camera, trovo la figlia che gioca per terra. È piccola, avrà due anni. La prendo in braccio e la porto in corridoio. Mi afferra il corpetto e non molla la presa, nemmeno quando la metto giù. Devo aprirle le dita a forza. «Latte, dammi.» mi dice. Cosa devo fare? Queste riccone smettono di allattare così presto. È come cucinare la cena quando è avanzato ancora il pranzo. Ma alla bambina manca. Chiede tutto quello che le manca. I miei figli si sono mai attaccati al corpetto di una sconosciuta a chiedere il latte? Mai. Li ho allattati tutti finché non avevano la pancia piena. Quando ho finito di spazzare e lavare la camera da letto passo alla cucina, poi trascino il secchio in corridoio. Che mi venga un colpo. «Piccola bastarda!» La bambina ha sfilato la bottiglia d’acqua dalla mia borsa. Ride e spruzza l’acqua per terra, come se non valesse niente. Mi abbasso e le strappo la bottiglia di mano. È come se il macellaio mi stesse facendo il cuore a fettine. La bambina si mette a piangere. «Come osi chiamare così mia figlia!» urla Inara arrivando di corsa dalla cucina con il biberon. Mi chino a terra per cercare il tappo della bottiglia. «La bambina… la bambina stava buttando via la mia acqua» dico, con le lacrime agli occhi. «Fai piangere la piccola per una stupida bottiglia d’acqua? Vattene di qui, sei pazza!» grida Inara, sollevando da terra la figlia. La bambina ha versato più di mezza bottiglia. C’è una pozzanghera luccicante sulle piastrelle. Mi guardo intorno in cerca di un modo per recuperare l’acqua versata. Non posso sprecarla così. Non puzza di fogna, non ci sono dentro i vermi come nello slum. Brilla come un diamante. Per quest’acqua ho sopportato una botta sul braccio e una gran figuraccia davanti a un treno pieno di uomini. Quest’acqua non mi farà sentire come al solito, come se bevessi veleno. Non mi farà venire il mal di pancia, né le chiazze sulla pelle. Quest’acqua mi darà la vita, non la morte. Non posso sprecarla. Mi inginocchio e comincio a leccare l’acqua da terra. «Shee!» urla Inara. «Shee, shee, shee! Sei una donna o un cane? Esci subito da casa mia! Subito!» Non posso sprecare quest’acqua. Mi finiscono in bocca granelli di polvere e ciocche di peli. Continuo a berla finché non la finisco. «Basta! Smettila con questo schifo! Cagna!» urla Inara, spingendomi sulla schiena con la punta delle dita. Mi alzo. «Mi dia lo stipendio» dico. La bambina continua a piangere. «Ti do una sberla se non te ne vai subito» grida Inara. «Ti pago a fine mese. Adesso esci e non tornare più!» Infilo la bottiglia nella sacca e mi pulisco il viso con il sari. Mi bruciano gli occhi, vedo tutto sfocato. Inara mi spinge verso la porta, come se fossi un’ubriacona. «Via!» Sputo un capello ed esco barcollando.

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