"Tagliare fino al midollo" L'emozione negata.

Su Raymond Carver e i suoi racconti

       di Antonio Tedesco


Cattedrali? Quali cattedrali?

 

Non ci sono cattedrali nell’America raccontata da Raymond Carver. Il paesaggio è piatto. Le città, le case, i bar, i ristoranti, si somigliano tutti. É l’America dei piccoli centri urbani. Economie agricole, piccole industrie, le segherie. Lontana anni luce dai luccichii dei grattacieli di New York e dai bagliori del cinema di Hollywood. Luoghi dove si tirano avanti ogni giorno vite stiracchiate e modeste. Rapporti familiari stanchi governati dall’afasia, logorati dalla routine. A volte minati dall’alcol. Vite grigie, inconcludenti. Ma il più delle volte portate avanti con accanimento, con grande tenacia, nonostante tutto. Il mondo che raccontano è quello da cui Carver stesso proviene. Egli lo ha acquisito in sé, se ne è fatto carico sulla sua pelle e lo ha riscattato, scoprendo sulla pagina tutto il potenziale narrativo che si cela dietro il velo di un’umanità marginale e derelitta. Un mondo che ha raccontato dal di dentro come fosse egli stesso uno qualunque dei suoi “eroi”. Gente che vive aggrappandosi spesso solo ad un filo tenue, esilissimo di speranza. Come è stato anche per lui quando l’alcolismo in cui era sprofondato gli lasciava solo pochi mesi di vita, a meno di un radicale cambiamento. E così i dieci anni successivi alla sua disintossicazione, prima della morte, comunque prematura, sono parsi a Carver un regalo bellissimo e inatteso. Che gli ha dato modo di continuare a edificare le sue piccole-grandi cattedrali narrative. Che sorgono su un territorio sconfinato (“Carver country”?) che, in apparenza, si manifestava solo come un deserto delle anime.

 

           “Tagliare fino al midollo”: il racconto come omissione

 

“(…) Io cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi”, dichiarò Hemingway in un’intervista rilasciata a George Plimpton per la Paris Review e pubblicata nel numero 18 della rivista, nel 1958. Era la sua tecnica di grande scrittore di racconti. Lasciare un non detto all’intuizione del lettore. Una latenza di senso più che di eventi, un’omissione, che non solo rende il racconto più compresso, ma lo carica anche di una certa tensione.

 Un principio, questo, che pare aderire perfettamente allo stile di scrittura di Carver. Il quale sembra, a volte, portare ancora più all’estremo questa teoria concentrandosi addirittura sui riflessi, sulle ombre, sui segni più impercettibili cui i fatti o i personaggi narrati alludono e rimandano.

Alcuni suoi racconti sono particolarmente indicativi in questo senso.

 Riuscivo a vedere ogni più piccola cosa è un racconto di fantasmi. Si svolge di notte. C’è la luna piena che illumina tutto con precisione. C’è il rumore di un cancello che si apre. Un uomo che dorme di un sonno così profondo che sembra morto.

La protagonista (l’io narrante) non riesce a dormire. L’aver sentito che giù, il cancello del suo giardino si sia aperto, le crea uno stato di disagio. Di sottile inquietudine.

Va in cucina. Beve del tè, fuma qualche sigaretta. Poi decide di uscire a chiudere il cancello.

Fantasma nella notte.

Incontra il vicino che, al di là della staccionata divisoria, dà la caccia alle lumache che gli stanno invadendo il giardino.

Un altro fantasma.

Nella quiete irreale della notte i due si parlano smuovendo ancora nuovi fantasmi. Quelli che si agitano inquieti in fondo alle loro anime. Spettri subdoli che rosicchiano le coscienze, che creano disagi, che lasciano insinuare inquietudini.

Vecchi dissapori tra il vicino e il marito della donna (l’uomo che dorme così profondamente da sembrare morto). E poi la prima moglie del vicino, lei morta per davvero da qualche tempo, subito rimpiazzata da un'altra moglie e un figlio. L’ansia di riempire un vuoto, di tamponare una mancanza altrimenti troppo dolorosa da sopportare.

Alla fine il vicino manda i saluti al marito della donna. Dice che gli farebbe piacere parlargli, bere qualcosa insieme. Come se quell’atmosfera così rarefatta e irreale mettesse in evidenza tutte le assurdità della vita. Il valore delle relazioni, la vanità dei contrasti, la futilità di certe prese di posizione. È come se una grande solitudine avvolgesse ogni cosa in questo racconto. L’universo intero sembra incombere, schiacciando i personaggi nelle loro piccole vite. Certi fantasmi la notte mostrano il loro volto triste e malinconico. A volte insostenibile. E così, non c’è altro da fare o da dire. E mentre il vicino continua la sua caccia alle lumache, la donna torna a letto cercando di dormire. In attesa che, anche questa notte, passi. 

 

Anche Sacchetti è, seppur in maniera diversa, un piccolo capolavoro di omissione, dove, pur lavorando su personaggi e situazioni più “concreti”, l’attenzione viene deviata, distolta da quello che è il centro emotivo della narrazione. Qui c’è un padre, ormai anziano, che racconta al figlio (che fa il venditore di libri) come è accaduto che ha tradito sua moglie (e madre del venditore) da cui ora vive separato.

Questo racconto nel racconto, fatto dal padre, mostra come gli eventi in cui si è trovato coinvolto si siano succeduti da soli, in maniera quasi incontrollabile, spinti da una sorta di tragica ineluttabilità del destino, fino all’epilogo – il marito della sua amante li sorprende insieme dando vita ad una scena patetica e drammatica allo stesso tempo.

In questo racconto “da uomo a uomo”, il padre cerca di ottenere, almeno, la comprensione di suo figlio.

Ma c’è una vicenda parallela che incombe sulla storia, non detta se non per un paio di fulminee allusioni. C’è un sacchetto di dolci che il suocero vuole inviare come piccolo omaggio alla moglie di suo figlio. Ma l’uomo, l’io narrante, pensa tra sé che sua moglie, in quel momento, “non ha molto bisogno” di quei dolci. Il sacchetto viene dimenticato nel bar dell’aeroporto dove i due si sono incontrati per parlare. Ha mentito l’uomo quando suo padre ha chiesto se a casa (sua moglie, i ragazzi) andava tutto bene.

L’episodio è rievocato dal venditore di libri ad un anno di distanza, quando le esigenze della sua professione lo riportano nella città dove quell’incontro, l’ultimo che aveva avuto con suo padre, era avvenuto.

L’amara conclusione del narratore è che di quel sacchetto di dolci, tristemente dimenticato un anno prima, sua moglie, adesso, ne ha bisogno ancor meno.

 

 Carver disloca ai margini del racconto, in un contesto appena intuibile, l’evento più tragico (la moglie dell’uomo era malata e adesso è morta?) o, in ogni caso, la ferita più profonda. Con un procedimento tipico della sua scrittura, l’angoscia e il dolore trapelano a stento da qualche dettaglio spesso secondario, come quello del sacchetto di dolci dimenticato. Come se non ci fossero parole per dirlo. O, almeno, parole sufficienti che non suonino false o ridondanti. Tutto è già successo, e c’è pure una certa distanza dagli eventi. È una circostanza casuale, il ritorno in quella città, che muove il ricordo, che dà vita alle ombre della memoria, in maniera quasi involontaria. Un piccolo scarto del tempo, quasi una dissonanza narrativa. Perché in questo vuoto assoluto nel quale sembrano ambientati i suoi racconti, e nel quale i personaggi boccheggiano come pesci in un acquario, ognuno è solo con se stesso, e comunicare all’altro (perfino a un padre) un sentimento personale, qualcosa di intimo e di profondo, è impresa che assume dimensioni gravose, insostenibili. La stessa confidenza che l’uomo raccoglie da suo padre, viene percepita con disagio, quasi fosse inopportuna, non indispensabile. Egli, più che ascoltarla con interesse, la subisce suo malgrado. La dimenticanza, l’afasia, il non detto, si trasformano ancora una volta, in una via di fuga, di salvezza. L’unica praticabile, e che impregna “fino al midollo” le vite di questa umanità smarrita. Bloccata in una paralisi spirituale dalla quale non c’è altro da fare che urlare disperatamente le proprie domande mute.

 

  Creditori: l’ineluttabilità de La Condanna  

 

 Questa paralisi esistenziale sembra trovare in Creditori una delle sue espressioni narrativamente più compiute nell’opera di Carver, quasi un “contrappasso” dantesco.

 L’angelo della vendetta si presenta, qui, sotto forma di un rappresentante di aspirapolveri. Che, simbolicamente, s’impossessa della casa del protagonista del racconto (un uomo non a caso sospeso in una condizione di attesa, di “vacanza” interiore) manipola la sua volontà, determina il suo destino. L’angelo della vendetta (che compare in un giorno grigio, di pioggia) è un uomo grassoccio, sudaticcio. Ma spietato e irremovibile nel portare a compimento la sua missione.

C’è un’ironia amara e tragica in tutto questo. Vi è racchiuso il destino triste e grottescamente autodistruttivo dell’uomo contemporaneo. La sua ineluttabile predestinazione ad una condanna di sapore kafkiano. Kafka, tra l’altro, è, proprio in questo racconto, molto meno lontano da Carver di quanto a prima vista si potrebbe immaginare. Entrambi usano, seppur con differenti modalità, le categorie letterarie del surreale e del grottesco. Kafka con le sue splendide evoluzioni, metaforicamente fantastiche. Carver attraverso un iperrealismo espressivo che lascia trapelare in maniera appena percettibile l'indicibile, il sommerso, il tragicamente ridicolo, a volte. Lavorando di precisione su un linguaggio ordinario, per certi versi sommesso, perfettamente sintonizzato con la temperie emotiva degli ambienti e dei personaggi che racconta. Gente a cui spesso sfuggono anche le parole capaci di “dire” i propri sentimenti, il proprio disagio nella vita.

Una peculiare arte della scrittura, che trova alcune delle sue espressioni più compiute in quei finali tronchi, aperti, improvvisi. Spesso inspiegabili e inquietanti, che lasciano smarrito il lettore. Non gli “chiudono” un percorso. Ma lo lasciano lì, come abbandonato a se stesso, nel bel mezzo di un mistero irrisolvibile. ‘La vita, sempre la vita’.

Se in La Condanna di Kafka, è la figura paterna ad assumere un aspetto mostruoso (una mostruosità ovviamente tutta interiore, psicologica) e a determinare la fine rovinosa del figlio, in Creditori di Carver, è l’uomo dell’aspirapolvere a mostrarsi apertamente per quello che è. Pronuncia nei fatti stessi, con le sue azioni, la sua inappellabile “condanna”. È l’emissario di un sistema (come del resto lo è il vecchio padre di Georg Bendemann nel racconto dello scrittore praghese) pronto a stritolarti senza pietà appena te ne chiami fuori, trasgredisci in qualche modo le sue regole, specie quelle non scritte, e proprio per questo, forse, ancora più ferree. Sono due figure di “boia” sociali. Due spietati giustizieri chiamati, come da un oscuro destino, a punire l’inadeguatezza delle loro vittime.

 

C’è un’ineluttabilità, un’impossibilità a reagire (ancora la paralisi spirituale) che blocca il protagonista del racconto di Carver di fronte all’imperversare del venditore. Il quale, proditoriamente, gli impedisce anche di vedere la lettera appena recapitata dal postino, e tanto attesa dal protagonista in quanto, si intuisce, decisiva per il suo futuro. Semplicemente la raccoglie, la piega e se la mette in tasca. Con questo gesto elementare compiuto senza alcun riguardo e con estrema naturalezza, l’emissario del sistema fa giustizia dell’emarginato. Condannandolo, così, a soggiacere in eterno alla sua condizione di incertezza e di instabilità.

Che è la condizione di un individuo, ma che, nell'elaborazione letteraria di Carver, riflette quella dell’umanità intera. E non è un caso, a questo proposito, che il venditore citi in più occasioni (apparentemente in maniera anche un po' incongrua rispetto al suo ruolo) i grandi poeti (Rilke, Auden ecc.). E faccia, inoltre, notare come, con il suo apparecchio, sia in grado di aspirare perfino i minuscoli frammenti che l'organismo umano continuamente rilascia (perde) in maniera impercettibile ma costante, e che vanno ad impregnare ogni cosa, letti, materassi, divani, tappeti. Come fossero brandelli, tracce infinitesimali, di vita che si dissolve.

 

 

Questo cieco, un vecchio amico di mia moglie 

 

   Cattedrale, invece, che dà il titolo all'omonima raccolta, pubblicata nel periodo immediatamente successivo alla disintossicazione dall’alcol dell’autore, rappresenta un primo passo verso un allargamento di questa prospettiva. Un primo tentativo di trovare una  via per superarla, per uscire dalla paralisi interiore attraverso l'elaborazione di un nuovo concetto, una nuova idea di “percezione”. Pur continuando, comunque, per molti versi, a parlare di “ombre”.

Il racconto, infatti, narra di visioni interiori. E si chiude con una rivelazione. Un’immagine “sentita” più che vista. Il modo di vedere dei ciechi. Forse più profondo. Più reale della presunta evidenza, spesso ingannatrice, della vista.

In Cattedrale è racchiuso il percorso che porta verso questa apertura del proprio spazio interiore. Attraverso il progressivo superamento di perplessità e ritrosie. Di avversione e pigrizia nel “sospendere” le proprie posizioni, le proprie certezze. La scoperta di una nuova visione della realtà che nasce dalla capacità di abbandonarsi, di annullare se stesso nell’altro. Vedere con lui (attraverso di lui: “...questo cieco...”) in maniera diversa, seguendo le linee di un disegno con la punta di un dito, ad occhi chiusi, e scoprire che tutto così diventa più profondo, più vero. Un’epifania. Una rivelazione, appunto. In questo procedimento, in questo racconto, si concentra, forse, il senso di tutto il lavoro letterario di Raymond Carver. Rileggere la realtà, che si credeva di conoscere, con occhi diversi. Percepirne la sua alterità proprio nel momento in cui la sua rappresentazione sembra più realistica, più aderente al vero. “Sentirne” le forme più intime e profonde mentre in apparenza si delineano soltanto i contorni in superficie. Le “cattedrali” (esempi eccellenti di una architettura di antica sapienza e complessità) che si ergono e si rispecchiano nell’intimità più inaccessibile e nascosta di ogni vita. Anche di quella in apparenza più insignificante.

Ecco la rivelazione. La sensibilità dello scrittore, dell’artista. Il suo scegliere di vedere ad occhi chiusi. Per meglio sintonizzarsi sulle frequenze interiori, le più vere, dell’essere. Per sfuggire al caos inestricabile e fuorviante del visibile.

       

 Ancora una volta, come era per il venditore di aspirapolveri, Questo cieco è un uomo del     destino?

 

La quotidianità nei racconti di Carver, pur così tangibile e concreta, trascende se stessa, diventa metafisica. Animata da figure che si muovono in vuoti assoluti. Quei vuoti interiori dentro i quali si giocano il loro destino esistenziale. (“Il vuoto è l'inizio di tutte le cose”, appunta sul suo taccuino il protagonista di Legna da ardere, uno degli ultimi racconti scritti da Carver).  Così come succede per certi personaggi delle commedie di Beckett o di Pinter. Ma al contrario di questi che esprimono in maniera più evidente, e forse consapevole, la grottesca (o ridicola) tragedia di cui sono protagonisti, i personaggi di Carver restano sempre come sospesi, inconsapevolmente in attesa, attoniti, smarriti nelle loro stesse esistenze. Ma a volte può capitare di ricevere una “rivelazione” che giunge nella maniera più inaspettata, come succede al protagonista di Cattedrale. Una luce nell'oscurità. Un'esperienza che lo scrittore stesso ha vissuto sulla propria pelle. E che gli ha regalato uno sguardo diverso, una visione nuova. E una profondo senso di compassione per l'umanità intera e il suo incerto destino.

Nota al testo
Per le citazioni dei testi si fa riferimento alle edizioni Garzanti con la traduzione di Livia Manera

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