L'arte di raccontare è un piccolo, prezioso libro edito da Nottetempo, che contiene dieci interviste a cura di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini. Ciascuna intervista ci racconta come dieci scrittori affrontano i temi più cari alla letteratura, dall'incipit ai dialoghi, dalla descrizione dei personaggi all'autobiografia. Gli scrittori coinvolti sono: John Banville, Emmanuel Carrère, Javier Cercas, Jhumpa Lahiri, Petros Markaris, Yasmina Reza, Colm Tóibín, Edward St Aubyn, Elizabeth Strout e Luis Sepúlveda.

Di seguito riportiamo l'intervista di Alberto Garlini a Colm Tóibín, a cui ha chiesto: Romanzo o racconto?

Il racconto è un fulmine di grande unità drammaturgica, il romanzo il lento ruminare del mondo. Parliamo di questo tema con Colm Tóibín, grande scrittore irlandese, che ha prodotto con uguale intensità sia romanzi che racconti. Per i romanzi ricordiamo The Master, un vero e proprio capolavoro che si confronta con la scrittura di Henry James, e per i racconti la raccolta Madri e figli – entrambi pubblicati da Fazi –, che contiene nove storie tese fra parole non dette e sentimenti inespressi. Senza dimenticare che il suo Il testamento di Maria, uscito per Bompiani, aprirebbe un capitolo a parte: quello del romanzo breve.

 

 

Uno dei primi temi che vengono trattati in un corso di scrittura è la differenza fra romanzo e racconto. Ci sono molte teorie e ognuna ha la propria legittimità. Nella sua carriera di scrittore si è dedicato sia ai romanzi che ai racconti. Al di là del dato meramente quantitativo, qual è la differenza fra le due forme?

 

Penso che un romanzo debba prendere in considerazione la storia o la società, pur non dicendo molto a riguardo. Un romanzo è fatto di mille dettagli, viene determinato dall’effetto cumulativo; in qualche modo le pagine devono entrare nello spirito del lettore. Per quanto riguarda il racconto, invece, Mary Lavin – scrittrice di racconti irlandese – lo descriveva come “una freccia in volo”. Spesso viene determinato da un singolo momento, una singola frase. È piú vicino a una poesia, a un pezzo di musica da camera. C’è poi un che di piacevole e solitario nel lavoro sul racconto… le raccolte di racconti, in generale, non si vendono bene come i romanzi. Ciò significa che si sta scrivendo per pochissime persone e, quindi, bisogna impegnarsi perfino di piú, dal momento che il pubblico è speciale, per rendere il lavoro perfetto.

 

Molti scrittori principianti, prima di cominciare, si chiedono se sia meglio affrontare un romanzo o un racconto. Lei come sceglie? Le viene in modo naturale, o c’è una diversa fascinazione che la spinge ad approfondire la storia fino al romanzo?

 

Con un racconto riesco spesso a visualizzare una singola scena, un singolo momento drammatico. Con un romanzo riesco invece a vedere il personaggio vivere nel tempo. In entrambi i casi, comunque, si comincia con una scena, un ricordo, qualcosa che ti hanno detto e ti è rimasto in mente. E alla fine si muove, di sua totale iniziativa, e si fa ritmo e, quando questo accade, bisogna iniziare a lavorare. Non mi è mai capitato che un racconto si approfondisse e diventasse un romanzo. Mi è successo piuttosto il contrario: qualcosa che pensavo fosse un romanzo, e che poi non ho scritto, è diventato un racconto. Di solito il lavoro inizia diversi anni prima della stesura definitiva di un’opera. Scrivo a mano e ho taccuini con paragrafi iniziali e prime frasi. Torno spesso a guardarli, aggiungo qualcosa o riscrivo tutto. E poi, un bel giorno, per ragioni che non conosco, mi rendo conto di essere pronto a continuare, a concludere, ad aggiungere una frase dopo l’altra fino alla fine. È un lavoro difficile e noioso, perché nel frattempo ho già la storia e il ritmo. Questo è il momento in cui ci si rende conto che la scrittura è una forma di comunicazione. Si lavora per altre persone, comprese quelle che non si conosceranno o vedranno mai, piuttosto che per se stessi.

Nei suoi testi si nota l’importanza dell’ambientazione. Brooklyn, l’Argentina, Barcellona, Roma: i suoi libri sono come un grande viaggio.

 

Se si pensa troppo all’ambientazione, si perde il ritmo. Tutti i luoghi di cui ho scritto hanno avuto un valore emotivo per me, in un modo o in un altro. Le descrizioni, quindi, vengono naturalmente. Non guarderei mai una mappa, per esempio. E credo che mi interessino tanto la luce e il tempo quanto gli edifici e le piazze. Bisogna pur far vivere i personaggi da qualche parte! Per me, spesso, anche gli interni sono importanti. Quindi una stanza, una finestra e delle scale saranno rilevanti quanto il tessuto urbano.

 

Tra il racconto e il romanzo, c’è una forma intermedia: il romanzo breve. Il testamento di Maria potrebbe essere definito proprio un romanzo breve, che prende spunto dai romanzi brevi per eccellenza, i Vangeli…

 

C’è un racconto “ombra” che mi ha aiutato ad alimentare Il testamento di Maria. È l’idea di san Giovanni che scrive il suo Vangelo mentre vive in Grecia, nel periodo dopo la crocifissione, e va a teatro a vedere le opere greche come Medea ed Elettra. San Giovanni comprende la forza del silenzio della donna, della voce della donna, della sofferenza della donna e, quindi, nel suo Vangelo mette Maria ai piedi della croce. Io ho fatto un passo piú in là e le ho dato la parola. San Giovanni è anche quello che usa la storia di Lazzaro, che, di tutte quelle presenti nella Bibbia, è la piú potente e la piú strana. Non avevo intenzione di drammatizzare quel racconto, ma solo accennarvi di passaggio, quando però sono arrivato al punto, ho scoperto di non avere altra scelta.

 

Il racconto che fa di Maria tocca il mito, ma lo umanizza. Ci pare di seguire le vicende di Gesú dentro una carne ancora piú straziata, perché capace non solo di amore, ma anche di viltà.

 

Il mio interesse era per Maria in quanto personaggio narrativo, piuttosto che per la divinità. Di conseguenza ho dovuto attribuirle delle debolezze, come pure dei punti di forza e dei modi di notare le cose, ricordare e parlare che sono molto particolari e specifici, ma anche misteriosi e ambigui. Per lei nulla è determinato. È tutto grezzo. Non riesce a comprendere che cosa è accaduto. Per cui la sua voce ha dei salti e cambia. Non sa mai cosa pensare del proprio figlio. L’amore è mescolato alla rabbia e al dispiacere. E da tutto ciò Gesú emerge come una figura profondamente ambigua.

 

Tre cose da non fare.

1. Non forzare mai una narrazione cominciandola troppo presto, quando hai solo una vaga idea, ma non il ritmo. Sarebbe come iniziare una canzone prima di avere la melodia.

2. Non abbandonare mai un lavoro a metà. Bisogna finirlo. Forse è solo nelle ultime pagine, o nell’ultima sezione, che scoprirai perché lo hai scritto.

3. Non sposare mai una persona che non crede pienamente nel tuo talento.

 

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