Con molto piacere, da oggi ospitiamo la neonata casa editrice RACCONTI EDIZIONI: un progetto che mira alla pubblicazione di soli racconti di autori stranieri, italiani, contemporanei e non. Il progetto nasce da un'idea di Stefano Friani ed Emanuele Giammarco, entrambi con passate esperienze lavorative in Einaudi e Il Saggiatore. In casa editrice anche Leonardo Neri, che si occupa della redazione web e del blog correlato alla casa editrice ALTRI ANIMALI. Per il momento lasciamo a loro la parola per presentarvi il progetto e il catalago con le prime uscite di Maggio.

 

Racconti edizioni nasce da un’idea presa al balzo, già nell’aria, pensata e lasciata maturare finché qualcuno, noi, non ha pensato di impadronirsene una volta per tutte: una casa editrice di soli racconti. E perché no?

Varrebbe la pena chiedersi perché, in tutti questi anni, non siano state impiegate e concentrate energie editoriali soltanto nel racconto. Perché non si sia deciso di amplificarne quel piccolo «limite» strutturale, l’esiguo numero di pagine, dipanandolo lungo il filo rosso di un intero catalogo. Un limite che in realtà non costituisce altro se non l’inizio del più intenso dei piaceri letterari: riprendere fiato staccando lo sguardo oltre le pagine. Abbiamo provato a rispondere e non ci è sembrato facile.

Eppure il racconto, ci siamo detti – Kafka, Carver, Cortázar ma anche Buzzati, Landolfi e Tondelli –, sembra identificarsi con forza come la forma letteraria principe della contemporaneità, il modo più intimo di registrarne i cambiamenti, le sfaccettature e le minuscole pieghe, il bisogno di brevità e del momento epifanico che questa racchiude. Il racconto è il viatico più immediato per la sperimentazione e per l’ascolto del nuovo, il dispositivo più adatto per il gioco della lingua e delle lingue, dei loro miscugli impensati, di quelle ibridazioni che così tanto parlano dell’oggi. Il palcoscenico ideale, se ci si riflette, per quegli autori davvero alla ricerca di sé e di un primo compimento per il loro magma creativo.

Secondo un polveroso adagio, fra il detto e il non detto, i racconti non venderebbero abbastanza; sarà stato questo? Che sia vero o no, alla luce dei fatti, riesce difficile prendersela con la forma letteraria in sé. Da parte nostra, più leggiamo e più scorgiamo nei nostri testi nient’altro che pura letteratura, pura narrazione, che come tale desideriamo poter accarezzare con le dita, fra le pagine di un buon libro, permettendo a un estraneo, speriamo lontano, di fare altrettanto.

Criticamente ci siamo chiesti, forse a posteriori, se una semplice forma letteraria potesse costituire quel serpente di libri che permette di scorgere il profilo, e dunque di innamorarsi, di una casa editrice. Ognuno ha il proprio plaisir du texte, non crediamo certo di poter scampare a questa immediata legge del desiderio. A noi piace, e vorremmo che continuasse a piacerci, ciò a cui non siamo ancora abituati: non solo il nuovo e l’originale, le esperienze altre da noi, ma anche il vecchio ingiustamente dimenticato che di quel nuovo costituisce l’origine sopita e rimasta ancora nascosta. Ma il racconto in sé, può da solo condurre questo piacere letterario lungo un coerente discorso editoriale?

Noi pensiamo di sì, senza esitazioni. Pensiamo che qualcosa unisca i diroccati palazzoni sovietici narrati in Appunti da un bordello turco con il nostalgico condominio indiano di Lezioni di nuoto. Lo sguardo errante di un giramondo irlandese disperso nell’Est Europa come Philip Ó Ceallaigh con il ricordo e le riflessioni, da lontano e da vicino, di un scrittore in esilio come Rohinton Mistry. Così come crediamo vi siano rimandi, dell’uno e dell’altro, con le intense digressioni metafisiche del solitario guardiano del faro, protagonista dell’omonimo racconto di Éric Faye. 

Che poi i lettori percepiscano i nostri medesimi nessi, in fondo, ci interessa fino a un certo punto; più importante è che colgano i loro, o se li creino dal nulla, costruendosi il proprio percorso unitario e innamorandosi dei nostri libri. Fondamentale è che possano concentrarsi sulla forma racconto in sé, nelle sue diverse manifestazioni, per riuscire a porsi mano mano, assieme all’autore, l’eterno problema della scrittura: far filare via una storia nella sua più pura essenzialità.

Prescindendo per un momento dall’universo del racconto, ci sembra che le cose più interessanti che si leggano in letteratura ultimamente – o forse da sempre – vengano da chi è sospeso tra due o più mondi, da chi sta in equilibrio tra le lingue e le identità siano esse di genere, culturali o anche solo nazionali. Come Kafka era uno straniero della propria lingua, la attraversava da forestiero, non era «sua» eppure non poteva che farla sua, gli autori e le autrici che vorremmo pubblicare vivono in questa condizione di scissione, di spaesamento. In una contemporaneità in cui è pressoché impossibile non dirsi cittadini del mondo e in cui l’internazionalismo è un fatto (ancorché messo costantemente in dubbio e in discussione da chi vive nel passato), questo essere senza radici porta anche e inevitabilmente a un ripensamento delle forme narrative, che diventano più fluide e accoglienti. Noi siamo convinti che il racconto possa essere il terreno migliore per snidare voci nuove, ma anche per cimentarsi in costruzioni più ardite, e che possa veramente essere un laboratorio artistico sulla narrazione o magari anche sulla non narrazione (del resto uno dei confini più erosi recentemente è proprio questa separazione fittizia tra fiction e non-fiction).

Dei racconti e della possibilità che offrono le raccolte di racconti ci piacciono la pluralità delle voci, il prisma delle prospettive e, in fin dei conti, anche una certa disomogeneità che quasi preferiamo alla troppa unitarietà che spesso gli editori ricercano. Viviamo in un’epoca in cui mantenere la concentrazione su qualcosa per un determinato periodo di tempo sembra essere la cosa più difficile: il racconto ci offre la possibilità di assaporare la letteratura e tuttavia non ci sazia, non ne siamo mai satolli;  è difficile fare indigestione di racconti.

 

DA 12 MAGGIO RACCONTI EDIZIONI DEBUTTERA' CON QUESTI TITOLI  IN LIBRERIA 

 

 

Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh è un libro popolato di uomini e donne che abitano in palazzoni sovietici diroccati, annaspano per le strade inquinate dallo smog, bevono più di quanto dovrebbero e finiscono a letto a sfogare le loro frustrazioni.

Sono dei cinici solitari attrezzati a far fronte alle brutture della società, illuminati da un autore con un senso dell’umorismo corrosivo. Sono degli sradicati che hanno scordato i rudimenti per stare al mondo e degli esploratori alla ricerca di un angolo dove essere di nuovo soli. Immersi in un perverso gioco dell’oca sono sempre costretti a ricominciare daccapo i loro percorsi, seguendo traiettorie che sfuggono alla loro comprensione e incontrando assai spesso un paralizzante scacco esistenziale. Lottano strenuamente contro la natura ostile e brutalmente urbanizzata che gli è intorno, ma anche la natura sembra voler riprendersi quello spazio che gli uomini le hanno negato violandola e assoggettandola.

Sono racconti crudi e a tinte fosche, dove però l’ironia e la compassione fanno spesso breccia e squarciano il velo di sordida misantropia in cui si svolgono le vite dei personaggi.

Delle diciannove storie che compongono il libro molte si svolgono in Romania, altre negli Stati Uniti e una, quella che dà il titolo alla raccolta, in Turchia. Ciò che accomuna questi racconti è la potenza dello sguardo e della scrittura di Ó Ceallaigh, che non perde mai di mordente e rimane concentrata su quello che è il fulcro dell’intera raccolta: cosa fa di noi degli esseri umani.

Lezioni di nuoto di Rohinton Mistry, dal 12 maggio in libreria, è un affresco coloratissimo di vita indiana tratteggiato con l’occhio malinconico e divertito di chi se ne è andato e ha messo migliaia di chilometri tra sé e la sua infanzia.

Questi undici racconti intrecciati tra loro sono tutti incentrati sugli abitanti passati, presenti e futuri di Firozsha Baag, un complesso di tre palazzi fatiscenti che, oltre a essere un luogo fisico, è anche un luogo della memoria e che affaccia su un cortile nella Bombay sterminata e brulicante, a due passi dal mare inquinato e dalla immonda spiaggia di Chaupatty.

Abitato in prevalenza dalla minoranza etnica e religiosa parsi, i cui membri si sentono in via d’estinzione, minacciati come sono dall’essere inglobati dai pesanti vicini musulmani e indù, nel compound si consumano tensioni spirituali e necessità materiali.

Sono storie e percorsi di migrazioni e di ritorni alla terra natale, di piccole vendette e beghe tra condomini, di corruzione e rituali zoroastriani, di educazioni sessuali e sentimentali di un’innocenza che sfiora e si trasforma malgrado tutto in colpa. Come in un teatro, guidati da una sapiente regia, abbiamo un punto di vista privilegiato sulle vicende umane di Jaakaylee o del dottor Mody, quasi avessimo quatti quatti la possibilità di sbirciare dallo spioncino delle loro modeste abitazioni e così d’interessarci alle esistenze minute di questi inquilini, ai loro amori e ai loro vezzi, alle loro quiete disperazioni e alle piccole felicità.

Tra schiamazzi, giochi e storie raccontate all’aria aperta, la vita scorre vulnerabile e fluente in queste pagine dense di nostalgia e autentica gioia. 

Sono il guardiano del faro di Éric Faye, dal 18 maggio in libreria. Il titolo corrisponde alla frase sospirata in soliloquio dalla voce narrante del racconto omonimo. Quella di un guardiano che vive e lavora in un faro situato in mezzo al mare, senza scogli o coste da segnalare, né navi da allertare. È solo, non può comunicare ma gli vengono impartiti ordini (inutili), e la propria vita scorre in un’allerta e una speranza continuamente disattese dai fatti; il suo monologo interiore riflette la condizione umana, la possibilità e l’impossibilità di rimanere soli. Messo di fronte alla stessa solitudine, è l’unico dei «viaggiatori» del libro a viaggiare da fermo.

Il guardiano, immagine dell’immobilità, fa come da contraltare al protagonista degli altri otto racconti: che talvolta è chiamato solo il «viaggiatore» e che, anche se chiamato per nome, assume sempre i contorni di un’identità imprecisata.

Nove storie per nove facce diverse di una medesima identità poliedrica, in fuga e in ricerca di sé; distribuite in pseudo-luoghi dalle screziature kafkiane, descritti mediante una prosa sobria, progressivamente poetica e dal pathos pacato e lirico. Faye ambienta le peripezie oniriche di questo «viaggiatore» irretendolo in situazioni a metà fra il fantastico, il surreale e il metafisico. 

Scritto con un gusto per la parsimonia e centellinato in racconti cesellati alla perfezione, Sono il guardiano del faro è una riflessione sull’uomo in viaggio, sulla solitudine e sulla necessità della condivisione, una meditazione sul tempo, un elogio della fuga e una diserzione dalla razionalità. 

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Commenti

  • gabriele (lunedì, 08. agosto 2016 12:03)

    O Cellaigh non lo conoscevo e grazie a Racconti che l'ha tradotto, e a un libraio di Rovereto che sa il fatto su, l'ho letto e mi piace da morire.
    L'edizione è curatissima e il libro mi è piaciuto fin da quando l'ho avuto in mano. E sulla fiducia ho preso anche Lezioni di nuoto. Che leggerò.

    Per il resto... penso che la forma breve vada fatta conoscere. Io so solo che quando consiglio un libro da leggere a qualche mio amico e gli metto tra le mani Carver, all'inizio mi guardano storto.
    Dopo qualche giorno mi chiamano: Oh ma sai che quel Carver mi piace? Mi consigli altro?

    E ultimamente ho fatto così con Appunti da un bordello turco. Ero al lago, una mia amica voleva sapere che cosa stessi leggendo con tanta avidità. Ha preso in mano il libro, ha letto due righe
    sull'autore, si è messa a leggere un racconto. Poi un altro. Ed io: Vuoi che te lo presti? (speravo mi dicesse di no; lei è bellissima, ma dovevo finire di leggerlo io). Lei: Eh no, questo sembra
    troppo bello, me lo vado a comprare. In che libreria hai detto che ce l'hanno?

    Gabriele

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