II premio letterario "Goliarda Sapienza", nato dal progetto di Antonella Bolelli Ferrera, è rivolto ai detenuti di tutti Italia. Promosso dall'Associazione inVerso, in collaborazione con SIAE e DAP, il Premio coinvolge autori noti del panorama letterario che affiancano i finalisti nella fase finale del concorso.

Dal progetto è nato il libro che raccoglie i ventisei racconti finalisti: 'Il giardino di cemento armato' curato da Antonella Bolelli Ferrara edito da  Rai Eri, in libreria dal 21 Novembre.

 

Salvatore Saitto, assisitito dal tutor Erri De Luca, ha vinto la quarta edizione del Premio con il racconto Così mi nasceva la solitudine.


Per gentile concessione di Antonella Bolelli Ferrara, curatrice del libro, Cattedrale ve ne propone l'incipit.

 

 

 


Erri De Luca e Salvatore Saitto

Così mi nasceva la solitudine

di Salvatore Saitto

 

 

Casa di reclusione di Orvieto. C’era una volta una rupe e sulla rupe sorgeva un castello circondato da alte mura e nel castello quasi vivevano tanti uomini e c’era un principe con i suoi cortigiani e i cortigiani dei cortigiani. Nel grande castello il cielo a volte era grigio anche quando splendeva il sole e a volte qualcuno passeggiava senza passeggiare. E c’era il testone stupido e l’uomo che innaffiava le piante, e c’era il servo della gleba e il giullare del principe, e c’era l’uomo che lavava i panni degli altri, ma mai i suoi, e c’era l’uomo truce che amava i bambini che giocavano con lui perché poi non era così truce, e c’era qualche anima gentile, qualche anima che rideva senza allegria, il cieco che vedeva, il sordo che ascoltava, chi parlava senza dire e chi diceva senza parlare. E c’era l’untore dei potenti, e c’era il sussurratore, e c’era chi dormiva senza sognare e chi sognava senza dormire. Che mondo vario e variegato esisteva nel vecchio castello: uno spicchio di mondo e ognuno difendeva il suo pezzo, ma tutti sognavano il giorno in cui avrebbero lasciato alle loro spalle il portonaccio di legno tarlato che chiudeva il castello. C’era una volta una rupe e sulla rupe sorgeva un castello e nel castello c’era una chiesa e nella chiesa c’erano gli elfi di Maria che ogni loro lacrima diventava una perla e ogni perla entrava nei cuori di quei poveri uomini e quei poveri uomini diventavano bambini e i bambini ridevano allegri, sognavano i sogni e ritornavano innocenti.

Un giorno gli elfi arrivarono al castello con il loro scrigno e dentro misero un pezzetto di cuore di tutti quegli uomini e i loro segreti e il loro amore. Gli elfi di Maria non lasciarono mai soli i loro teneri uomini e ancora oggi, nel castello, di tanto in tanto si vedono volare i mantelli azzurri e nelle segrete qualcuno, di notte, ha sentito il calore delle loro mani sulla fronte che asciugavano le lacrime e all’alba ha trovato una perla sul cuscino. A qualcuno può sembrare strano definire tenera una simile masnada, ma questo ricordi sempre che questa masnada è composta da uomini che sono teneri per le loro madri e sono teneri per le loro donne e sono teneri per i loro figli e sono teneri per i loro fratelli. Questa favola l’ho trascritta per tutte le persone che soffrono, con la speranza che possa loro accadere, un giorno, d’incontrare il popolo degli elfi. Noi, che i nostri peccati li stiamo pagando sulla terra, non viviamo in una favola, al castello non arriverà mai un cavaliere di ritorno dalle crociate a liberarci dalle catene. E c’era una volta una rupe, e sulla rupe sorgeva un castello circondato da alte mura, e nel castello quasi vivevano tanti uomini. Raccontavo e raccontavo, la sera a questi ragazzi, seduti al tavolo al centro della cella numero undici, mi davano la mano e li portavo insieme con me: India, Jang Maj, al Colon a montare La gatta Cenerentola. Mi ascoltavano e viaggiavano con me, che domande strane facevano, ragazzi di Scampia che non si erano mai mossi dal quartiere, che conoscevano poco della vita, mi domandavano di tutto. Peppe non sapeva se sono i comunisti o i fascisti a salutare con il pugno chiuso, Gino credeva che il tatuaggio sul suo pettorale, Che Guevara, fosse un passato grande giocatore di calcio sudamericano, Mario che raccontava di essere un intenso donnaiolo e non sapeva che non è di là che le donne fanno la pipì. La vita correva, fuori e dentro le mura, mentre noi ci fermavamo con i ricordi all’ultimo giorno di libertà e non ci restava che tornare indietro, ricordare una ragazza che nel frattempo non lo era più, l’odore della cucina una domenica, il profumo della signora a fianco nell’ascensore, il Napoli con Michele il meccanico, il corpo di Claudio ucciso a piazza Sannazzaro. Intanto guardavo il tempo passare e correre, provai a sbarrargli la strada, ma esso mi travolse senza degnarmi neanche di uno sguardo. A volte, solo, nella branda, mi soffermavo a pensare che in effetti mi piacerebbe fare a ritroso il cammino di Daniel e Cassel, i due angeli custodi del Cielo sopra Berlino. Essi diventano uomini e sperimentano così il sangue e il dolore, vedono per la prima volta i colori, il caffè caldo, il cibo buono, il calore del sole, l’amore e il ventre caldo di una donna, ma Cassel, ormai umano impotente, niente potrà per salvare dal suicidio un giovane. Così, sorpreso dal pensiero nefando di abbandonare la vita, mi tuffavo nella barca con Ernest a pescare i marlin. Così mi nasceva la solitudine.

Piango capelli sciolti sul tuo affanno

piango la vellutata mano

che stringe forte il cuore.

Ti sogno come ti ho lasciata

ti lascio come ti ho sognata.

Fiore di melograno.

Non ricordo se facesse freddo o caldo, o se piovesse, ricordo solo che, seduti al tavolo al centro della cella, io e Ciro guardavamo incantati un film con Richard Gere e un cane di nome Hachiko. Ricordo il viso di Ciro, rigato dalle lacrime, alla fine. Tracagnotto, basso circa un metro e sessanta, con una faccia da trattato sull’antropologia criminale, pelle scura che sembrava sempre abbronzato, e occhi stretti da civetta. No, non erano lacrime solo di commozione, erano lacrime pesanti di una vita, di episodi, di mancanza d’amore e di carezze, di rimpianti. Ci alzammo dagli scomodissimi sgabelli e andammo a letto. Sì, ora ricordo, faceva freddo. Il carcere è anche questo: la libertà di piangere mentre il compagno fa finta di non notarlo ti lascia la libertà della sofferenza. Così quella notte sognai un altro tempo, un’altra vita, un’altra favola. Le lettere volano fuori, portano a qualcuno i sogni dei detenuti, le speranze, le delusioni, il sesso, la rabbia, l’amore e aspettano una risposta che a volte non arriva e rientrano nella cella con la luce spenta negli occhi. Così di lettera in lettera, di sogno in sogno, di illusioni in disillusioni, il tempo passava, mi abituavo al pavimento liscio del corridoio, alla scala per scendere in infermeria o all’ufficio matricola, alle attese lunghissime dietro la porta automatica, alla voce dell’agente quando chiamava la posta e a tutta la miriade di domandine che dovevo fare, quella per la telefonata settimanale, quella per ricevere il pacco del colloquio, quella per parlare, anzi per essere ricevuto dall’educatrice e via così, di giorno in giorno. Quando entrai in carcere i capelli bianchi li avevo solo alle tempie, tanti, ma solo alle tempie e una mattina mi resi conto che lo erano diventati completamente, eppure erano passati solo due anni. Salvatore mi disse che mi dovevo ritenere fortunato che a molti capita di perderli. Forse, disse, sono i pensieri delle persone che sono libere che non conoscono la fortuna che abbiamo noi spesati di tutto: e giù una gran risata. Salvatore, il mio amico preferito, anni di detenzione, una grande passione: le banche, ma senza armi “le armi non servono quando hai il cervello”. M’incantavo quando mi raccontava le fogne di Napoli, di Roma, i fiumi di merda, zoccole a milioni, le apparecchiature, i gommoni, la puzza che la senti ancora dopo giorni di docce, i muri da bucare, i panini, l’acqua da bere...

 

 

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Commenti

  • rore saitto (mercoledì, 10. dicembre 2014 13:45)

    sono felice di tutto questo,delle attenzioni della dott. Ferrera, di Erri, di fiammetti e della compagnia che tanti di voi mi donate.Mi sento meno solo

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