Quando la canzone è letteratura

 



di Armando Festa

 

Bob Dylan rischia di vincerlo quasi tutti gli anni. Anche Leonard Cohen e il nostro Roberto Vecchioni sono stati tra i candidati. Qualcuno storce il naso, qualcuno se ne felicita, un po' come per la recente presenza di fumettisti al Premio Strega. Personalmente dubito che nell'immediato vedremo un autore di canzoni vincere il Nobel per la Letteratura (stacco: Dylan ritira il premio dalle mani del re di Svezia ed io mi affretto a modificare orwellianamente quanto appena scritto) ma è comunque un messaggio importante che i testi delle canzoni (precisamo: i testi di alcuni autori di canzoni) possano essere considerati vere e proprie poesie.

O short stories con tanto di descrizione dei personaggi, incipit, sviluppo e finale.

 

Di seguito, quindi, la mia personalissima top five di canzoni che sono veri e propri racconti.

 

SAMARCANDA

 

Da bambino sono stato sveglio tutta la notte perché un racconto che avevo ascoltato alla radio mi aveva terrorizzato. Anche se era accompagnato da una musica allegra ed orecchiabile con tanto di violini, le parole di quel racconto mi facevano gelare il sangue solo a pensarci. Sentite qua: un soldato sta festeggiando  la fine della guerra quando tra la folla si ritrova davanti una donna vestita di nero che lo fissa: la Morte. L'uomo si spaventa e, con l'aiuto del re, prende uno dei cavalli più veloci del regno e comincia a galoppare più forte che può per sfuggire a quella donna. Si ferma solo dopo due giorni, arrivato nella città di Samarcanda. Qui finalmente si rilassa.

Ma ecco che tra la folla della piazza riemerge la donna. Il loro appuntamento era proprio lì a Samarcanda e quando la Morte aveva visto il soldato così lontano solo due giorni prima, aveva temuto che non facesse in tempo per giungere al loro incontro.

Questa storia è naturalmente “Samarcanda” di Roberto Vecchioni, ispirata a una vecchia favola orientale, e poche volte ho letto o sentito qualcosa di più forte ed agghiacciante sul tema del destino.

 

C'era una gran festa nella capitale 

perché la guerra era finita. 

I soldati erano tornati tutti a casa ed avevano gettato le divise. 

Per la strada si ballava e si beveva vino, 

i musicanti suonavano senza interruzione. 

Era primavera e le donne finalmente potevano, dopo tanti anni, 

riabbracciare i loro uomini. All'alba furono spenti i falò 

e fu proprio allora che tra la folla, 

per un momento, a un soldato parve di vedere 

una donna vestita di nero 

che lo guardava con occhi cattivi. 

 

 

 

BOCCA DI ROSA

 

Gustave Flaubert fa dire della sua Emma Bovary “Aspira all'amore come aspira all'acqua una carpa su un tavolo da cucina”.

Fabrizio De André descrive una simile donna assetata d'amore presentandola così:

 

La chiamavano bocca di rosa metteva l'amore metteva l'amore,

la chiamavano bocca di rosa

metteva l'amore sopra ogni cosa.

 

Esiste un racconto più bello sull'amor sacro e l'amor profano di “Bocca di rosa” di De André? Ne dubito.

La canzone racconta la vicenda di una ragazza giovane, bella e passionale che un giorno arriva nel paesino di Sant'Ilario e con il suo comportamento  libertino ne sconvolge la quiete.

Le donne del posto, adirate ed umiliate (“l'ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l'osso”) finiscono per rivolgersi al commissario di polizia che la fa espellere dal paesino.  Alla forzata partenza di Bocca di Rosa assistono commossi tutti gli uomini del borgo, che vogliono “salutare chi per un poco portò l'amore nel paese”. Alla stazione successiva la donna viene accolta in modo trionfale, fino addirittura ad essere portata dal parroco accanto a sé nella processione (immagine, questa, che naturalmente ha fatto infuriare bigotti e benpensanti di tutta Italia).

L'uso della litote (“non si trattava di un missionario”), della sineddoche (“a cui aveva sottratto l'osso”), dell'iperbole (“quella schifosa ha già troppi clienti, più di un consorzio alimentare”) ma soprattutto la grandissima ironia che permea in tutto il testo, rendono questa canzone un autentico capolavoro letterario.

 

Per inciso, a quanto pare Bocca di Rosa è esistita veramente: il suo vero nome era Maritza, un'istriana bionda piombata a Genova e che De André aveva conosciuto.

 

 

L'ARMANDO

 

Nel 1964 Enzo Jannacci pubblicò un 45 giri che sul lato A conteneva il brano “L'Armando”.

Questa canzone è la deposizione, fatta in prima persona, di un uomo che viene interrogato da un commissario di polizia riguardo a un incidente mortale occorso a un tizio chiamato l'Armando.

Ma, lentamente e inesorabilmente, dalle maglie della dichiarazione si va a dipanare la trama di un delitto di gelosia commesso proprio dal teste, con sprazzi di verità che si fanno largo involontariamente fra le parole dell'uomo.

 

Come in un articolo da manuale giornalistico, la ricostruzione dell'omicidio avviene seconda la regola delle cinque W: when, where, what, why, who.

 

When.

La canzone inizia collocando temporalmente l'accaduto e lo fa con una frase divenuta celebre: “Era quasi verso sera”. Un errore logico-grammaticale che con il tempo è diventato talmente familiare da suonare corretto (un po' come il “Coca-cola a me mi fa impazzire” di Vasco Rossi).

 

Where/What.

Siamo su un mezzo di locomozione, probabilmente un'automobile, mentre accade quello che il testimone descrive a tutta prima come un incidente: “Si è aperta la portiera è caduto giù l'Armando”.

 

Why.

Il movente prende forma: la gelosia.

Commissario, sa, l'Armando era proprio il mio gemello, però ci volevo bene come fosse mio fratello. Stessa strada, stessa osteria, 

stessa donna, una sola, la mia.

 

Who.

E infine, con un ultimo lapsus, l'uomo termina lasciando cadere una mezza confessione.

 

Ma che dice, che gli han trovato un coltello con la lama di sei dita nel costato? 

Commissario, 'sto coltello non lo nego, è roba mia, ma ci ho l'alibi a quell'ora sono sempre all'osteria […]

Era quasi verso sera, se ero dietro stavo andando, che si è aperta la portiera ho cacciato giù... pardon... è caduto giù l'Armando.

 

 

CESIRA

 

Franco Califano era un maestro in due cose. La prima è riassumibile nel conteggio (fatto da egli stesso) di millecinquecento donne avute nel corso della vita (da qui i suoi soprannomi “Il califfo” e “Er leone der Trionfale”). L'altra è il raccontare attraverso una satira tagliente la borgata romana, come fa per esempio in “Piercarlino”, “Pasquale l'infermiere”, “Avventura con un travestito” e, soprattutto, “Cesira”.

La prosa di Califano è rozza e volgare, ma allo stesso tempo precisa, chirurgica e a tratti commovente. “Cesira” ha la forma di un lungo monologo recitato e racconta la storia di un uomo che spende tutti i suoi soldi per rendere bella la propria moglie a forza di chirurgie plastiche, arrivando a non curarsi una fatale appendicite pur di risparmiare i soldi per continuare il suo lavoro di “ricostruzione” della consorte.

Come un artista ammira una sua creazione in corso d'opera che lo renderà celebre e invidiato agli occhi del mondo, così l'uomo osserva orgoglioso la moglie che dorme:

 

Già adesso sei 'na donna affascinante, potrei portatte quasi fra la gente.

Prima come potevo, onestamente, te perdevi li pezzi come gnente...

 

Alla fine l'uomo morirà per l'appendice non curata, proprio quando la moglie è finalmente diventata bellissima. La sua ultima frase sarà: “Come me rode el culo”:

 

Franco Califano è morto il 30 marzo 2013. L'epigrafe sulla sua lapide recita: “Non escludo il ritorno”.

 

 

HURRICANE

 

Infine, se amate la grande scuola della short story americana, nella vostra libreria oltre alle raccolte di racconti di Hemingway, Carver e Cheever non può non esserci anche il meraviglioso Bob Dylan. Lyrics 1962-2001, pubblicato qualche anno fa da Feltrinelli. Di Dylan si è detto tutto e il contrario di tutto, ma la definizione più famosa è probabilmente “il menestrello del rock”. Con una differenza però: i menestrelli cantavano abitualmente le gesta eroiche del loro signore, mentre Bob Dylan racconta le gesta eroiche della gente comune. Gesta tanto più eroiche perché nascono dalla mancanza di speranza e dalla disperazione.

“Hurricane” è il corrispettivo dylaniano de “Il buio oltre la siepe” e racconta minuziosamente, in un perfetto mix tra le atmosfere di Raymond Chandler e quelle appunto di Harper Lee, la storia del pugile di colore Rubin “Hurricane” Carter, che nel 1966 venne condannato ingiustamente per un triplice omicidio avvenuto in seguito ad una sparatoria.

L'inizio della canzone è un perfetto incipit poliziesco:

 

Colpi di pistola risuonano nel bar notturno.

Entra Patty Valentine nel ballatoio, vede il barista in una pozza di sangue. Grida: Mio Dio, li hanno uccisi tutti!

Pistol shots ring out in the barroom night.

Enter Patty Valentine from the upper hall, she sees the bartender in a pool of blood. Cries out: My God, they killed them all!.

 

La canzone prosegue raccontando come la polizia sia giunta all'arresto di Carter pur non avendo nessuna prova indiziaria a suo carico e del processo-farsa che ne è seguito:

 

Il processo fu una farsa, egli non ebbe mai una sola possibilità

The trial was a pig-circus, he never had a chance

Il Pubblico Ministero disse che aveva compiuto lui l'omicidio

e la giuria composta esclusivamente da bianchi fu d'accordo

The D.A. said he was the one who did the deed and the all-white jury agreed


Rubin Carter venne liberato dopo quasi vent'anni di prigione quando i giudici della Corte Federale  ebbero invalidato la sentenza ammettendo che l'accusa fu basata su motivi razziali. Sarebbe potuto diventare un campione del mondo, ma a causa di questo sopruso non lo divenne mai.

 

Here comes the story of the Hurricane, the man the authorities came to blame for somethin' that he never done.

Put in a prison cell, but one time he could-a been the champion of the world

 

Pare che, dal giorno della scarcerazione, Bob Dylan abbia smesso di suonare “Hurricane” ai suoi concerti.

 

Commenti

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  • veronica (martedì, 19. maggio 2015 22:05)

    Grazie. Prezioso e unico

  • massimiliano (lunedì, 18. maggio 2015 15:07)

    Pezzo originale. Io però non riesco a separare l'aspetto parolistico delle canzoni da quello musicale, e dunque fin qui non sono riuscito a considerarle veramente tali

 

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