di Francesca de Lena

 

Se c'è una cosa che è veramente da pazzi in questo periodo è pensare di aprire una nuova casa editrice, dice qualcuno. Eppure c'è chi lo fa – e non sono pochi (si vede che qualche motivo per provarci c'è ancora) dico io.

C'è un'altra cosa, invece, che è molto più da pazzi, e infatti questa davvero non la fa quasi nessuno.

La cosa è avere già una casa editrice, ovviamente indipendente, ovviamente piccola, o al massimo media, e decidere di creare una collana dedicata solo ai racconti.

Noi di Cattedrale andiamo alla ricerca di questa gente strana che si è messa a fare questa cosa strana, perché vogliamo capire cosa hanno nella testa.

Abbiamo, per esempio, incontrato La scuola di Pitagora editrice, che è di Napoli. Lì hanno pensato bene di tirar fuori la collana Narrazioni, in cui la forma breve la fa da padrone. Andrea Mario Rigoni, l'editore, ha risposto alle nostre domande.

 

 

 

Come le è saltato in mente di immaginare una collana dedicata solo ai racconti?

 

L’ idea di dedicare una collana specifica al racconto, ossia alla narrazione breve di qualunque natura purché dotata di un valore letterario, è nata dalla mia reazione all’ostilità manifestata verso questo genere dall’editoria italiana, secondo la quale esso non interessa il pubblico e dunque il mercato. Credo che, almeno in una certa misura, questo sia un indiscutibile dato di fatto, che peraltro contrasta sia con l’antichità, l’universalità, il prestigio del racconto  sia con la vitalità che esso continua ad avere nel presente in certe tradizioni e culture dominanti, come quella americana, dove le riviste di cultura e attualità sono aperte ai racconti e dove annualmente si pubblicano addirittura antologie.

In termini personali, tenga conto che in generale io condivido la poetica della “forma breve” quale è stata teorizzata e difesa nei secoli, anzi nei millenni, da Callimaco (“un libro grosso è un grosso guaio”) fino a Edgar Allan Poe (che denunciava l’eresia estetica della lunghezza), da Leopardi a a Cioran. In Guerra e pace trovo decine e decine di pagine insopportabilmente noiose prima che l’interesse o l’entusiasmo si risvegli; ma in un racconto come La morte di Ivan Il’ic l’ attenzione resta incatenata dalla prima parola all’ultima.

Per natura, inoltre, io sono un velocista puro, non un fondista. Non per caso ho scritto solo saggi e aforismi, convinto che la brevità – oltre a rappresentare una forma di saggia modestia e di buona educazione – garantisca meglio due condizioni o due caratteristiche capitali nella letteratura non meno che nella vita: l’intensità e la varietà dell’esperienza.

 

Secondo lei cosa c'è che non va nella tradizione italiana, o meglio, nella trasmissione di questa tradizione, per cui i lettori di oggi credono che la storia della nostra letteratura si basi solo sui romanzi? Lei crede che ci sia una responsabilità da qualche parte? Chi è che sbaglia? La scuola, l'editoria, la critica?

 

Non mi interessa molto la sociologia della letteratura, nella quale in ogni caso non sono competente. Ma è molto giusto il rilievo, anzi la contraddizione, che lei avanza: si crede che la nostra letteratura sia fatta di romanzi, quando non ne abbiamo se non pochi esempi illustri o pregevoli e si dimentica che essa ha brillato soprattutto nel racconto, dal Decamerone fino al Novecento di Silvio D’Arzo, Landolfi, Moravia, Buzzati, Soldati e altri. Indubbiamente scuola, editoria e critica hanno contribuito all’equivoco.

Silvio D'Arzo

Perché, secondo lei, anche quando i lettori sono raffinati e forti, e intuiscono la bellezza della forma breve, leggono per lo più le short stories americane? È “solo” una questione di quello che viene offerto loro in libreria (e dunque il lettore legge racconti americani perché quelli sono gli autori che gli vengono proposti)? O c'è qualcosa di meno accattivante nel nostro modo italiano di scrivere storie brevi?

Non è una domanda retorica: vorrei davvero sapere se lei vede anche qualche differenza narrativa, qualcosa nella forma o nell'impronta delle short stories d'oltreoceano che colpisce di più i lettori e agevola il passaparola.

 

Credo che siano vere tutte e due le cose. Da un lato l’offerta è certamente marginale e flebile; dall’altro, il racconto italiano, come anche il romanzo, riflette generalmente un mondo che, rispetto a quello americano, risulta di volta in volta più astratto, retorico, stonato, velleitario, provinciale. Forse siamo stati, e siamo ancora, paralizzati dalla grandezza della nostra eredità umanistica. Dove questa differenza tra i due mondi è clamorosa si vede nel cinema: il più anonimo caratterista americano è spesso più vero, vivo e persuasivo del miglior attore italiano. Lo stesso si può dire delle storie, delle situazioni, dei dialoghi… Il solo genere in cui abbiamo saputo eccellere è stata la commedia all’italiana o il western alla Leone, ma per il resto… Naturalmente vi possono essere sempre le eccezioni individuali, soprattutto tra i più giovani: una delle ultime che ricordo è L’imbalsamatore di Garrone, una sordida storia dove tutto è perfetto, dalla vicenda alla fotografia alla musica, un colpo di genio.

 

Mi parla del piano editoriale della collana Narrazioni? I titoli hanno altro in comune, oltre alla forma breve?

Quali autori cercate? Come avviene questa ricerca? Pensate di aprirvi anche agli esordienti?

 

La collana, nelle mie intenzioni, dovrebbe innanzitutto rappresentare l’esito di una sperata comunità ideale di scrittori e di amici uniti da una certa affinità di idee e di gusti letterari. Anche per questo, senza farne un obbligo ineludibile, ogni raccolta è accompagnata dalla postfazione di un altro scrittore. Nel caso del mio libro, Estraneità, è stata Paola Capriolo; nel caso di Luca Ricci, Fantasmi dell’aldiqua, Umberto Silva. Insomma, si tratta di un progetto letterario, non commerciale, espressione di una collaborazione che implichi una sorta di “sinpoesia” o “sinletteratura” sul lontano modello dei romantici tedeschi. Per una mia prossima raccolta di racconti, che si intitola Wannabe e che contiene una satira dei dilettantismi artistici e dei velleitarismi culturali, sia individuali sia collettivi, ho ricavato piacere e utilità dalla lettura e dalla discussione che ne hanno fatto alcuni di questi amici.

I racconti, o meglio le narrazioni della collana, possono avere natura estremamente varia, anche se il caso ha voluto che in queste prime scelte sia emerso il tema o il dramma della coppia, che è al centro anche di alcuni racconti della Némirovsky (terzo titolo della collana). È infine in preparazione, ma occorrerà un po’ di tempo, un’antologia del racconto italiano dal Duemila ad oggi, affidato a due giovani amici molto brillanti e già affermati come studiosi e critici di rango, Matteo Giancotti e Raoul Bruni.

Nessun pregiudizio sugli esordienti, ma si collabora solo per invito.

 

Secondo lei quali sono dal punto di vista letterario i punti di forza di un racconto, che il romanzo non ha?

 

La brevità, la concentrazione, l’intensità. Scherzando ho detto in un’intervista che un racconto è come un’avventura, un romanzo come un matrimonio: certo entrambi possono avere aspetti diversamente attraenti.

 

La domanda più significativa, perché più concreta rispetto a quello che noi tutti appassionati di racconti cerchiamo di fare e cioè convincere gli editori a investire sul racconto, è : ci sono punti di forza anche dal punto di vista editoriale e imprenditoriale? Mi dice perché una collana che si dedica alla forma narrativa del racconto può funzionare e può avere senso sul mercato? Lei crede che possa diventare anche un buon investimento?

 

Non so se una raccolta di racconti possa essere un buon investimento anche commerciale: ne dubito molto, al momento. Però so anche che le cose possono cambiare. Penso, per restare nell’ambito delle forme brevi, al caso dell’aforisma, dapprima ignorato completamente e poi venuto anche troppo di moda.

In ogni caso il successo, più o meno significativo, dell'iniziativa dipende probabilmente da molti fattori, compreso il sostegno che essa può trovare nella stampa e nella critica e magari il lancio di qualche testo capace di catturare particolarmente l'attenzione. Al momento è una sfida sulla quale investire in modo calcolato e prudente.

 

 

L'ottimismo non è molto, insomma. E forse non è quello che avremmo voluto sentirci dire. Sarebbe stato più bello sapere che c'è un ragionato e soppesato investimento imprenditoriale dietro a una scelta così in controtendenza. Sarebbe stato bello sentir parlare di calcoli e indagini di mercato che aprono a forti spiragli, della volontà di rispondere a una precisa domanda dei lettori, del credere che la forma breve sia non solo una forma letteraria importante e fascinosa, ma rappresenti anche una fetta certa, seppur piccola, del mercato culturale. Mario Andrea Rigoni non ci ha detto questo. Ma, intanto, la collana Narrazioni della Scuola di Pitagora editrice, dedicata solo alla forma breve, c'è.

 

Commenti

Inserisci il codice
* Campi obbligatori
  • Emanuela Breda (lunedì, 02. febbraio 2015 00:40)

    Buonasera,
    sono una lettrice di svariati generi letterari. La vostra interessante intervista ha immediatamente catturato la mia attenzione, sia perché il racconto breve è il genere letterario che più prediligo
    sia perché conosco bene la collana "Narrazioni", di cui ho letto due raccolte, tra cui "Estraneità" di Mario Andrea Rigoni, scrittore che apprezzo moltissimo anche per i suoi saggi letterari e, in
    modo particolare, per i suoi libri di aforismi.
    Dal mio punto di vista, che sostanzialmente è simile a quello di Rigoni, il racconto breve permette una lettura veloce e un coinvolgimento istantaneo del lettore, evitando a qust'ultimo la
    possibilità di annoiarsi, cosa che invece può capitargli con un romanzo, anche il più illustre. Inoltre trovo che le raccolte o antologie di racconti offrano in generale una più ampia varietà di
    tematiche, di situazioni di vita e di personaggi rispetto al singolo romanzo e siano pertanto più stimolanti. Non da ultimo, il lettore può scegliere di partire dalla storia che più lo incuriosisce,
    senza che uno sconvolgimento dell'ordine di lettura conduca alla perdita di qualche dettaglio significativo all'interno della raccolta. "Estraneità" di Mario Andrea Rigoni, ad esempio, narra dodici
    storie molto particolari e diverse l'una dall'altra, che ho potuto leggere secondo il mio gusto, perché accomunate tra loro solo da un sentimento di distacco e disillusione nei confronti della
    realtà.
    Conosco solo approssimativamente i criteri di selezione delle case editrici in merito alla pubblicazione dei generi letterari, ma, in qualità di lettrice, mi è proprio difficile comprendere il motivo
    per cui la narrazione breve sia snobbata dall'editoria italiana. Apprezzo pertanto l'impegno delle case editrici come "Cattedrale" e "La Scuola di Pitagora Editrice" a rivalutare il racconto,
    soprattutto se pensiamo alla storia della narrativa breve dalle origini a oggi e alle riviste letterarie che nel tempo hanno pubblicato racconti inediti di grandi e piccoli autori.
    Ora che viviamo nell'era digitale e siamo e diventeremo sempre più lettori digitali (purtroppo), anche le riviste e le case editrici, per una questione di abbattimento dei costi e per avere una
    maggiore interattività con il lettore e un più immediato scambio di opinioni tra lettore e autore, tendono sempre più alla pubblicazione dei racconti online. Lo stesso avviene per i romanzi,
    pubblicati in formato e-book. Anche se Rigoni, pur credendo e sostenendo la "forma breve", dubita che le raccolte di racconti possano rappresentare un buon investimento, io penso invece che la
    pubblicazione dei racconti via internet potrà forse condurre a una maggiore considerazione del racconto rispetto al romanzo. Infatti, la storia breve, proprio per la sua caratteristica di
    essenzialità, si presta più del romanzo a essere letta su uno smartphone o su un tablet (strumenti sempre più utilizzati)...lo dico contenta da un lato, per la speranza che il racconto venga
    rivalutato, triste dall'altro, perché il libro stampato rimane e rimarrà sempre per me un "insostiuibile compagno".
    Ringraziando per l'attenzione, porgo cordiali saluti,
    Emanuela Breda

  • Giovanna Repetto (domenica, 01. febbraio 2015 13:32)

    Le affermazioni contenute in questa intervista mi restituiscono respiro, mi allargano il cuore. Vi riconosco le idee che ho sempre cercato di affermare nel difendere la forma del racconto, che è di
    per sé un genere letterario insostituibile. Sapere che esistono editori così coraggiosi mi commuove, adesso che la realtà di questo settore è così disarmante e talvolta perfino squallida!

 

ATTIVITÁ
 

Consiglia questa pagina su:

Stampa Stampa | Mappa del sito Consiglia questa pagina Consiglia questa pagina
© Osservatorio Sul Racconto - 2014 Tutti gli articoli presenti su Cattedrale sono tutelati dalle clausole del Creative Commons