Questo articolo è comparso su IL COLOPHON, all'interno di una approfondita panoramica dedicata alla forma breve. Ringraziamo la testata e l'autore.

 

 

Narratori di poche parole
a cura di Robert Shapard e James Thomas  (Guanda)

 

 

 

di Lorenzo Mercatanti

 

“C’era una volta in cui, all’improvviso, mentre ancora poteva, il racconto cominciò.” Inizia così Un racconto improvviso di Robert Coover, il primo dei 70 di questa antologia di racconti brevissimi, non vale per loro la definizione di short story ma quella di short-short story, short-short, due volte short, per dire che più breve di questi racconti c’è solo la striscia disegnata da Tom Gauld, intitolata storia breve, raffigurante uno scrittore al cospetto di un editore e il seguente dialogo:

“Volete pubblicare i miei racconti brevi?”

“No.”
È questa un’antologia curata da Robert Shapard e James Thomas, due insegnanti, composta nel 1986 con lo scopo di essere uno strumento di lavoro per gli studenti di scrittura creativa, da leggersi con attenzione dalla prima all’ultima pagina, per offrire loro una panoramica sulle possibilità espressive di questo genere.
Fortuna non vado più a scuola, così posso scorrere l’indice e fare un po’ come mi pare, ovvero aspettare a leggere i più famosi e guardare prima ai meno noti, come Arturo Vivante, più conosciuto per essere stato insegnante della famosissima Donna Tartt che come autore in proprio. La Donna Tartt autrice di romanzi di ottocento, mille pagine cadauno. A Vivante, nel racconto Cancan, ne bastano tre scarse per raccontare in modo esemplare un tradimento, con un finale tra i più belli tra i settanta; Bel Kaufman, un signor sconosciuto che ha scritto uno fra i racconti più riusciti; è di una pagina il testo con cui la grandissima Grace Paley confeziona un’indimenticabile ritratto di madre, “Una mattina, ascoltando la radio, sentii una canzone: Oh, quanto vorrei vedere mia madre sulla soglia! Mio Dio! esclamai, la capisco bene questa canzone. Ho sempre desiderato vedere mia madre sulla soglia. In effetti stava spesso a guardarmi sulla soglia di diverse porte.” (Da Madre); due pagine scarse quelle di Hemingway a tracciare la triste parabola di un’intera esistenza nel paradigmatico Un racconto molto breve; l’originalità di Jack Matthews nel suo racconto in forma di questionario in 100 punti, “… 67) Secondo te, ha pensato a te mentre moriva? 68) E tua madre, ha pensato a te mentre moriva? 69) Perché pensi di non poter rispondere a simili domande?” (Da Questionario per Rudolph Gordon); se la cava alla stragrande il grandissimo commediografo Tennessee Williams in Bruchi; i fuoriclasse del “New Yorker” John Cheever e John Updike, “Appena lo vidi capii che era mio padre, carne della mia carne, sangue del mio sangue, il mio futuro e il mio destino. Sapevo che una volta cresciuto avrei somigliato a lui, in qualche modo.” E ancora, “Aveva paura di non riuscire a conoscere il mondo, se una donna non lo traduceva per lui.” (Rispettivamente da Incontro e Pigmalione); le prove inappuntabili di Stephen Dixon e H. F. Francis, dei monumenti in patria, qui da noi pressochè sconosciuti (Jonathan Lethem: “Stephen Dixon è uno dei grandi maestri segreti”); Bernard Malamud, narratore dell’universo ebraico americano, “Mia moglie non era una donna molto equilibrata. Mi ha lasciato due volte ed è sparita per mesi. Anche se l’ho ripresa con me tutt’e due le volte, quando è morta non stavamo insieme.” (Da Una tomba perduta); i minimalisti Raymond Carver e Mary Robison insieme al loro editor Gordon Lish, tre racconti in cui il minimalismo non passa tanto nell’economia del linguaggio, tratto comune di molti autori della raccolta, ma nella capacità di raccontare le relazioni attraverso la descrizione del grigiore quotidiano; Rosario è il racconto in forma di soggetto cinematografico di Robert Kelly, “ha detto Robert Kelly,” scrive Ferdinanda Pivano nell’introduzione, “i racconti brevi sono derivati dal cinema e tendono a soddisfare le esigenze di una generazione cresciuta col cinema e la televisione e dunque tesa a respingere le esposizioni descrittive e impaziente di avere un intreccio istantaneo. Per convalidare questa tesi Kelly fa notare che spesso le presentazioni dei film, rapide, scattanti, allusive, sono più accattivanti di tutto il film.” 

Robert Coover

Mentre era Stephen King, spero di ricordare bene, che paragonava il romanzo a un matrimonio e il racconto a una scappatella. Come fo a dire a mia moglie che io prediligo il racconto? Cavoli miei, ma è così, una predisposizione per questa faccenda che chiede di esser sbrigata fin dalla prima frase, o meglio, a detta di Alberto Moravia, l’abilità dell’autore di un racconto, più che nel terminarlo, sta nel saper staccare la penna dal foglio al momento giusto, un attimo prima che sia terminato per filo e per segno, perché non appaia troppo compiuto, troppo compitato. Come in una rissa da bar, in un racconto, devi afferrare al volo un posacenere o una bottiglia e colpire per primo, chiudere veloce la questione; diverso il romanzo, più simile a un incontro di pugilato in piena regola e nel rispetto delle regole, dove il pugile, a un certo punto della preparazione, cancella dalla testa l’avversario e si allena, fatica… combatte contro se stesso: fino al giorno del match, il pugile; fino alla fine del romanzo, il romanziere. Per dir la verità me-stesso mi sta parecchio sui coglioni, figuriamoci avercelo sempre davanti sulla carta, sullo schermo. Ecco la mia predilezione per il racconto, tutto così concentrato che alle volte, non sempre ma può capitare, ti sembra possano saltare tutte le mediazioni, le cazzate della letteratura e della vita, tutto talmente immediato che le percezioni le emozioni dell’autore dei personaggi del lettore paion coincidere: sono identiche.

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