La variante Lalo Cura

 

 

Di Alfredo Zucchi

 

 

Appropriazione vs. interpretazione

 

Mentre proliferano le edizioni commerciali di Bolaño – in Spagna, le quarte di copertina di 2666 e de I dispiaceri del vero poliziotto di Anagrama recitano ancora “romanzi non terminati ma non per questo incompleti”, le prossime edizioni Alfaguara invece proporranno dediche tutte nuove all’insegna dell’amore coniugale; in Italia, Adelphi si adatta e scrive nella quarta de Il gaucho insopportabile che il libro è “il testamento spirituale di Bolaño” – continua a mancare un’edizione critica. Nell’attesa che anche lo scrittore cileno trovi i suoi amorevoli e spietati Colli-Montinari, bisogna arrangiarsi e navigare a vista.

                                                                                        

Nell’articolo “Da Menard a Belano: storia di un’ovvietà” ho cercato di risalire, attraverso l’esempio e il confronto con i maestri Borges e Cortázar, alla peculiare relazione tra forme brevi e forme estese nel corpus di testi narrativi di Bolaño: una circolazione di temi e personaggi tra racconti, romanzi brevi e romanzi-mondo, che configura l’opera dello scrittore cileno come un calderone o una camera magmatica. Qui voglio fare un passo ulteriore ed esaminare uno di questi casi di circolazione sotto la luce della variante. Si tratta del personaggio di Lalo Cura e delle sue occorrenze in 2666 e nel racconto “Prefigurazione di Lalo Cura” in Puttane assassine. Per farlo, userò il metodo di lettura indicato da Ricardo Piglia, in L’ultimo lettore, per cui leggere è

 

“porre i problemi della costruzione di un testo e non quelli della sua interpretazione”

(El ultimo lector, Anagrama, 2005, pos. 2079 ebook)

 

E ancora:

 

“leggere da questa posizione vuol dire leggere come se il libro non fosse mai finito

(pos. 2090, corsivo mio)

 

Va precisato inoltre che simili incroci tra temi e personaggi ricorrono anche, ad esempio, tra 2666 e I dispiaceri del vero poliziotto e che non è questo il luogo per abbracciarli tutti.

 

Lo sdoppiamento di Lalo

 

Per prima cosa sgomberiamo il campo dalle ovvietà.

La raccolta di racconti Puttane assassine, in cui Lalo compare per la prima volta, è del 2001, tra I detective selvaggi (1998) e  2666 (2004, secondo libro postumo dopo El gaucho insufrible: Bolaño muore nel 2003).

La seconda ovvietà riguarda la biografia del personaggio. Le sue origini, secondo il racconto “Prefigurazione di Lalo Cura”, sono completamente diverse da quelle riportate in 2666: nel primo caso, Lalo nasce in Colombia ed è figlio dell’attrice porno Connie Sánchez e di un uomo dalle origini oscure, detto el Cura (il prete). In 2666 il nostro discende da una linea di donne messicane fecondate (spesso stuprate) e abbandonate, ognuna di esse dal nome María Expósito; del padre si sa solo che, nel 1976, due studenti di Città del Messico, dispersi nel deserto di Sonora (Arturo Belano e Ulises Lima de I detective selvaggi?) durante una settimana

 

“fecero l’amore con lei, in macchina o sopra la terra tiepida del deserto, finché una mattina lei andò da loro e non li trovò” (2666, Anagrama, 2004, p. 697).

 

Solo il nome unisce le due occorrenze: Olegario Cura detto Lalo (“Prefigurazione di Lalo Cura”) e Olegario Cura Expósito detto Lalo (2666).

 

In 2666 Lalo compare nella quarta sezione del libro, “La parte dei crimini”: dopo aver prestato servizio come guardia del corpo del narcotrafficante don Pedro Rengifo – senza essere a conoscenza della natura criminale delle operazioni del suo datore di lavoro – Lalo integra, giovanissimo, il corpo di polizia di Santa Teresa, città messicana al confine con gli USA. Nel vortice degli assassini di donne che interessano Santa Teresa, Lalo appare come l’unico agente – o uno dei pochi: tra questi di certo non si annovera il sentimentale Juan de Dios Martínez – in grado di capire quello che sta accadendo, e di conseguenza di fermare l’abominio.

Il Lalo di “Prefigurazione”, al contrario, è un assassino. Tra le sue parole ricordiamo:

 

“Io, ad esempio, ho ordinato di uccidere” (Putas asesinas, Anagrama, 2001, p. 97);

 

“In quell’epoca, quando ero giovane, mi costava usare la parola uccidere. Non uccidevo mai: davo il biglietto, cancellavo, facevo sprofondare, disintegravo, facevo puré, sminuzzavo, addormentavo, appacificavo, squartavo [...], mettevo sciarpe e sorrisi perenni, archiviavo, vomitavo” (p. 111).            

 

Lalo Cura è dunque, allo stesso tempo, la forza che intende porre fine all’abominio e quella da cui esso trae origine – in ogni caso l’abominio non finisce e nessuno trova pace.

La tesi principale di quest’articolo, nell’attesa di un’edizione critica più rigorosa, è che lo sdoppiamento di Lalo Cura non sia un caso o una distrazione, ma una strategia narrativa fondamentale nell’opera di Bolaño. L’altra tesi, appena sussurrata, è che 2666 sia in effetti un romanzo incompleto.

 

La falsa attribuzione

 

Cosa unisce i due personaggi? Il nome, si diceva: Lalo Cura (terza ovvietà) è anagramma di la locura, la pazzia. E ancora: la pornografia; il porno “artigianale” in cui si trova a recitare la madre di Lalo nel racconto, e lo snuff porn che aleggia sugli assassini a Santa Teresa, su cui Lalo comincia a investigare in 2666.

I due Lalo Cura, pur portando lo stesso nome, non sono lo stesso personaggio. In maniera analoga, Carlos Ramírez Hoffman in La letteratura nazista in America e Carlos Wieder in Stella distante sono lo stesso personaggio pur avendo un nome diverso. Entrambe le coppie si trovano ad agire in primo piano nella galleria degli orrori rappresentata dallo scrittore cileno.

 

Bolaño fa dunque un uso peculiare del mezzo borgesiano della falsa attribuzione. Se in Borges l’utilizzo di opere fittizie genera quell’attrito realtà/finzione che è il motore narrativo dei suoi racconti, in Bolaño l’asse di questo procedimento si sposta, rivolgendosi all’interno: esso genera una serie di rimandi paradossali tra le opere e tra i personaggi che vi agiscono. Allo stesso modo, Bolaño scrive in una nota di lavoro a 2666: “il narratore di 2666 è Arturo Belano” (riportato da Ignacio Echevarría in “Nota a la primera edicion”, 2666, Anagrama, 2004, p. 1125).

 

La logica paradossale delle false attribuzioni interne (Lalo è lo scudo e il coltello, angelo e boia) esautora il principio del terzo escluso e costringe il lettore – e prima ancora l’autore – a cercare risposte altrove. Obliterando la tensione vero/falso si apre l’orizzonte ambiguo del vagabondaggio. Le figure bolagnesche per eccellenza della ricerca e dello scavo infinito, del nomadismo, della proliferazione di voci, della digressione oltranzista, dell’impossibilità della chiusa, sorgono proprio da questa disposizione paradossale, conflittuale e promiscua dei vettori narrativi di base. Si tratta di un’aderenza estrema tra contenitore e contenuto.

 

In questo senso, quello che si prefigura nel caso Lalo Cura non è un personaggio, né un tema specifico, quanto un conflitto irrisolvibile, un abominio infinito in cui nessuno trova pace – uno in cui la pornografia stessa è solo una delle varie figure dell’orrore, come la politica e come la letteratura.

Inoltre, la direzione di questa falsa attribuzione sembra indicare un transfert dal racconto al romanzo – una gerarchia implicita: come se il racconto in questione non fosse altro che una palestra o un esercizio per quell’opera colossale che è 2666. Al netto dello spregio imperante per le forme brevi, e dell’evidenza della gravitazione nell’universo (quarta e ultima ovvietà: le dimensioni contano e, in determinate condizioni, le masse più grandi attraggono quelle più piccole), si possono affermare quattro cose:

1) che attendiamo un’edizione critica rigorosa dell’opera del cileno;

2) che, alla luce delle sue strategie narrative (la circolazione e gli incroci di temi e personaggi, le false attribuzioni interne), non ha senso guardare alle sue opere brevi (racconti e nouvelles) come minori. Che al contrario, i suoi testi vanno considerati nell’insieme e come un tutto; se non come un organismo, come un calderone o una camera magmatica;

3) che “Prefigurazione di Lalo Cura” è una narrazione più compiuta e perfetta rispetto a 2666 (questo lo diciamo a mezza voce, per non aizzare i massimalisti della forma-romanzo);

4) che in ogni caso è assurdo applicare le categorie perfezione e compiutezza a un’opera colossale come 2666, romanzo-mondo e testo incompleto.

 

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